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“LO SAPEVATE DI BURANO CHE …”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 35.


“LO SAPEVATE DI BURANO CHE …”


Sembra che un tempo esistesse nella città di Altino romana, fra le altre porte di cinta, anche una "Porta Boreana", il cui nome forse derivava dal vento del Nord. Lì vicino il fiume Sile fluiva liberamente nella Laguna di Venezia e quindi al mare a Trepalade, lasciando Altino a destra e seguendo il canale della Ciggolia,uscendo di fronte all’isoletta del Monte dell’Oro (sarebbe curiosissimo da raccontare l’origine di questo toponimo vicino all’isola di Torcello … ma sarà per un’altra volta). Le acque del Sile, diventate laguna, andavano poi a Tre Porti a sfociare in mare, passando davanti ai monasteri dei Borgognoni e di San Giovanni di Torcello da una riva, e San Eufemia di Mazzorbo e “la bella Burano dei merletti”dall’altra.

La leggenda spiega bene da dove derivano quei punti ad ago meravigliosi, leggeri come nuvole. Un pescatore buranello aveva resistito, buttando le reti, al canto maliardo, fascinoso e rapitore delle Sirene del mare. Lo aveva fatto per amore e in nome della sua bella che lo attendeva ogni sera al tramonto sulla riva dell’isola colorata di Burano. La regina della Sirene, meravigliata da tale fedeltà, gli offrì una delicatissima corona di schiume per ornare il capo della sua bella sposa. Da quel giorno, le donne di Burano, conquistate e ammirate dalla bellezza di quel velo speciale, cercarono in ogni modo di imitarlo, iniziando a ricamare i merletti a mano, i famosi pizzi di Burano. Il merletto di Burano è stato ed è un dono magico e misterioso prodotto dalle Sirene dei Mari e della Laguna Veneziana, poi offerto ai Buranelli.

Diffidate quindi dalle imitazioni !

Quand’ero bambino, l’isola, la mia isola, contava circa 7.018 abitanti mi diceva il parroco, non so secondo quale suo conteggio contorto. Ora mi riferiscono che ne annoveri circa e solo 2.300: una bella discesa direi. Comunque Burano rimane il più importante e significativo centro della Laguna Nord di Venezia. E non sono certo io a dirlo ...

Quel numero di abitanti della mia giovinezza, sembra sia stato fra i più alti da quando intorno all’anno 1000 l’isola di Burano risultava già abitata. Da allora non venne mai più abbandonata, toccando il massimo del suo sviluppo nel lontano 1500: più di mezzo millennio fa. 

Burano era un semplice sobborgo di Torcello dove risiedeva sia il Podestà che il Vescovo di quell’ampia zona della laguna comprendente almeno nove fra isole grandi e piccole.


Burano lievitava … perché già nel 1120 un documento certo accennava alla presenza della chiesa di San Martino di Burano, mentre solo tre anni dopo un altro documento indicava la presenza del monastero femminile dei Santi Cornelio e Cipriano di Burano, che verrà soppresso già nel 1347.


Per avere un’idea un po’ più precisa della situazione di quello spicchio omogeneo e vivissimo di laguna veneziana nascosta, ricordiamo che Papa Urbano VIII specificò, nel marzo 1186, che il Vescovo Leonardo Donà di Torcello governava sulle tutte le pievi e monasteri delle isole di:

-  Ammiana.

-  Santa Cristina con i monasteri di San Felice e Fortunato.

-  Sul monastero di San Giovanni Evangelista di Torcello.

-  Centranico.

-  Castrazio.

-  Lio Maggiore.

-  Burano con San Cipriano di Burano.

-  San Cipriano di Murano.

Inoltre aveva diritti e giurisdizione su tutta la striscia di Terraferma oltre il bordo della Laguna di Venezia, comprendente:

-  Caverniaco con il suo porto.

-  San Pietro di Terzo con Tessera (escluso l’aeroporto ! ) e diritti su paludi, boschi, prati e sulla chiesa di San Michele del Quarto.

-  Altino con i resti del Forte antico.

-  Campalto sulla strada dei mercanti.

-  San Felice di Torre di Dossa sul Sile o Villafranca.

-  Quarto e Trepalade con l’Ospedale di San Giacomo sul Sile  o della palude.

-  I mulini sulla sinistra del Piave con la chiesa di San Giovanni Evangelista di fronte alla città episcopale di Equilo (che sarebbe Jesolo di oggi) detta Villafranca.

-  La chiesa di San Donato di Musile con tutte le terre fino al mare.

-  Infine la chiesa di San Samuele presso il fiume Livenza nel territorio della diocesi di Olivolo ossia di Castello a Venezia.


Niente male i possedimenti del Vescovo di Torcello, eh !


Nel 1200 la Serenissima riordinò il suo sistema politico-amministrativo sostituendo i vecchi Gastaldi locali con Podestà di sua nomina diretta. All’isola di Burano concesse di eleggere una sua Assemblea detta Consiglio della Magnifica Comunità di Burano. Il Consiglio aveva un suo palazzo civico, (ancora oggi visibile in Piazza Galuppi, seppure molto modificato) ed era composto da 40 cittadini facoltosi originari di Burano di età superiore ai 25 anni. Eleggeva a maggioranza: Giudici, Ufficiali, Procuratori, Uomini de Comun, Massari, Notaio, Cancelliere, Comandador e Capi di Contrada.  Ogni istanza doveva essere approvata dal Podestà della Serenissima, e gli assenti al suono di campana della chiamata pagavano una multa di 20 soldi per ogni assenza (come i politici di oggi ...magari).


Nel 1214 si fondò e istituì a Burano un altro monastero femminile nella zona detta di San Mauro. Sarà abitato e attivo fino al 1806.

A distanza di neanche 50 anni, se ne fondò un altro ancora, sempre di donne monache, il monastero di San Vito e Modesto, (vicino alla chiesa di San Martino rimasta oggi) che verrà soppresso nel 1768.


In una domenica d’inizio ottobre fra 1370 e 1375, al tempo “del Nobile et Savio Messer Polo Zuliano, Honorevole Podestà de Torcello”, Buranelli e Podestà decisero delle importantissime regole da rispettare in laguna sulla “misuris vini”. Si decise il modo in cui i tavernieri dovevano misurare e vendere il vino usando “bozze”apposite fornite dal Comune. Si disciplinò la materia dei debiti verso il Comune, le condizioni d’affitto delle taverne, e l’entità  delle multe e delle pene per Beccheri e Tavernieri sull’uso e abuso delle riserve di carne e di vino.


I Buranelli con i loro vicini, erano considerati persone sempre vispe e intraprendenti ... forse anche coraggiosi, sempre disposti a difendere i propri diritti.

Nell’aprile 1378, infatti, con la Guerra di Chioggia contro i Genovesi, 600 abitanti di Burano,Torcello e Mazzorbo andarono incontro con una grande bandiera all’Ammiraglio Pisani che era stato deposto e sostituito da Taddeo Giustinian,e fecero un grande clamore. Ottennero il reincarico del Pisani, che allestì anche con i contributi personali dei popolani una flotta di 40 nuove galee nell’Arsenale di Venezia, riuscendo ad armarle d’equipaggio in soli 3 giorni per ben 2/3.

Con quella determinazione, la guerra termino’ ovviamente a favore di Venezia, come ricorda la storia.


Fra 1427 e 1474, Burano disponeva, per ordine diretto del Senato Veneto della Serenissima, di balestrieri e milizie all’ordine del Podestà di Torcello usati come scorta d’onore o a merci preziose in transito verso Venezia.


Nel giugno 1449, quando in quella zona si segnalavano attivi diversi mulini, il Doge Francesco Foscari scrisse una lettera-ordine al Podestà di Torcello Antonio Erizzo. Ordinava che la Comunità di Burano scegliesse e comunicasse al Vescovo di Torcello chi voleva come Pievano dell’isola. Inoltre, pregava il suddetto Vescovo di Torcello di rimuovere immediatamente la scomunica inferta ai Buranelli per non aver accettato la persona da lui nominata, e di non osare più infliggerne altre simili per il futuro. Infine avvertiva il Vescovo che era incorso nella pena di 25 lire da parte della Serenissima, per non aver preso parte alla processione di San Vito nella stessa isola di Burano.

Povero Vescovo di Torcello ! Che strapazzata da parte dei Buranelli.


Viceversa, nel giugno 1453, viste le risse furibonde, le bestemmie, le scommesse, i debiti, il Doge e il Consiglio dei Dieci di Venezia, ingiungevano e ribadivano il divieto di giocare a dadi nelle taverne di Burano. Qualche anno dopo, per sostenere la vita civica e l’economia traballante dell’isola, s’istituì la Camera dei Pegni sulle cose mobili, per provare a combattere usura e concedere prestiti equi.


Nel 1462 si promulgarono gli Statuti di Torcello comprendenti anche Burano durante la Podesteria di Giovanni Gabrielli, mentre nel 1474 il Podestà di Torcello ordinò di trovare ed approntare colle sue armi 50 balestieri atti all’esercito per l’impresa di Scutari in Albania e di tenere sempre pronte 15-20 barche da guerra.


Nel 1487 il Consiglio della Magnifica Comunità di Burano approvò che il chirurgo-barbiere Mastro Battista Catellàn fosse confermato per altri 5 anni in quella sorta di servizio per l’isola.


Giunto dicembre 1492, l’anno della scoperta dell’America oltreoceano, i Governatori delle Entrate della Serenissima ingiunsero a Lorenzo Manolexo, Esattore delle tasse veneziane, di non vessare i cittadini di Torcello, Burano e Mazzorbo per i debiti contrati a causa delle decime da pagare, e di restituire subito i loro pegni e denari riscossi con forza dagli insolventi.


Durante il 1500, il Podestà di Torcello si spostò ad abitare prima saltuariamente poi definitivamente a Burano, considerata isola più sana, anche se la Serenissima era contraria e lo richiamava continuamente a risiedere a Torcello, permettendogli di rimanere a Burano al massimo per 2 mesi l’anno per curarsi la salute.


Otto anni dopo, una disposizione della Quarantia Civile Nuova di Venezia esonerava i Pistori di Torcello, Burano e Mazzorbo dal pagare il dazio di 10 piccoli per staio sulle farine acquistate,  nonostante le disposizioni emanate dai Provveditori alle Biave nel 1428.


Il 10 dicembre 1524, i Governatori alle Entrate di Venezia confermarono la concessione accordata già nel 1480 agli abitanti di Murano, Torcello, Mazzorbo e Burano di trasportare nelle loro terre maiali per uso personale esenti da dazio.

Tre anni dopo, nel 1527-1528, essendosi ridotta per Venezia la possibilità d’importare grano dai tradizionali paesi con cui commerciava di solito, il prezzo del grano crebbe di ben 4 volte. La fame spinse la gente verso la città lagunare dove c’erano i Fondaci e i Magazzini del grano.

Lo storico Marin Sanudo, a meno di una settimana da Natale, descriveva così la situazione drammatica:


“…. ogni sera in piazza San Marco, sulle vie della città e su Rialto è pieno di bambini che gridano ai passanti: “Pane ! Pane ! Muoio di fame e di freddo !” E’ una visione terribile.

Al mattino, sotto i portici dei palazzi vengono trovati cadaveri.”


Arrivò poi il tempo seguente di Carnevale nel febbraio del 1528.


“… la città è in festa, sono stati organizzati molti balli in maschera e al tempo stesso, di giorno e di notte, è immensa la folla dei poveri … A causa della gran fame che regna nel paese, molti vagabondi si sono decisi di giungere qui, insieme ai bambini, in cerca di cibo … In questa città regna continuamente una gran fame. Oltre ai poveri di Venezia che si lamentano per le strade, ci sono anche i miserabili dell’isola di Burano, con i loro fazzoletti in testa ed i bimbi in braccio a chiedere l’elemosina ... Non si puo’ assistere in pace ad una messa, senza che una dozzina di mendicanti non ti circondi e chieda aiuto. Non si puo’ aprire la borsa, senza che subito un poveraccio non ti avvicini, chiedendo un denaro. Girano per le strade persino a tarda sera, bussando alle porte e gridando “Muoio di fame !” …”


Nonostante tutto questo, nel 1533 si costruì e fondò a Burano un altro monastero femminile: quello di Santa Maria delle Grazie, che verrà soppresso solo da un certo Napoleone, trecento anni dopo nel 1807.


Trascorsi altri dieci anni, la Ternaria Vecchia di Venezia emise una terminazione che concedeva ai poveri Buranelli di condurre nella loro comunità olio e altro senza pagare dazio, purché giurassero di destinarlo a solo uso domestico. In seguito si annullò tutto, perché tutti portavano olio a Burano per non pagare il dazio.


Nel giugno 1550, i Governatori delle Entrate di Venezia, permisero  ad Angelo Callegher di portare ogni settimana nella sua bottega di Burano: 1 cuoio per suole, 5-6 pelli e del cordame per fabbricare scarpe e ciabatte agli isolani.


Nel febbraio 1577, Burano inviò una supplica al Doge chiedendo per la miseria in cui versavano i suoi abitanti, di essere esentati dal debito di 269 lire di grossi contratto nel 1573 per non aver pagato l’imposta sulle abitazioni. In risposta, un decreto del Senato e una successiva imposizione dei Savi alle Cazude sollevarono le Comunità di Burano, Mazzorbo e Torcello dal debito di 26 lire di grossi contratto durante la guerra per l’aumento della decima sulle case. E ancora nel 1622-1624, un mandato dei Governatori delle Entrate sciolse il Comune di Burano dai debiti derivanti dal mancato pagamento di decime. Inoltre, una terminazione degli Officiali alle Rason Vecchie di Venezia, concesse ai pescatori Buranelli di recarsi a turno due per barca a vendere al Mercato di Rialto e di San Marco in deroga alla normativa precedente che limitava a un venditore soltanto.


Intanto, il 27 agosto 1615, Alessandro da Buran di anni 20 era stato impiccato a Venezia per ordine del Consiglio dei Dieci.


Fra 1625 e1661, ai tempi della terribilissima peste, gli abitanti di Burano erano 4.890. Nel 1638 a ringraziamento d’essere stati risparmiati dalla peste che a Venezia nel 1630 aveva fatto più di 35.000 vittime, Torcello e Burano grazie alle manifestazioni promosse dal Vescovo Torcellano Marco Zen e dal Parroco di Burano Giuseppe Tagliapietra, costruirono l’attuale altare in onore dei Tre Santi: Albano, Orso e Domenico ponendoli in un'unica urna. In quegli anni, a Burano si contavano 971 fra case e casette, 33 casini, 5 botteghe, 1 osteria e 1 taverna, 4 magazzini, 3 cavane da barche, 13 forni  per il pane, 1 squero per costruire barche e un Fontego della farina.

Il 18 marzo 1673, si eseguì a Venezia l’esecuzione capitale di Alvise Quintavalle da Buran, tirato a coda di cavallo per le strade, decapitato e squartato per ordine del Consiglio dei Dieci. Due anni dopo, Liberal figlio di Rocco Buranello fu attaccato alla forca in Piazza San Marco a Venezia dopo essere rimasto ucciso cercando di catturarlo, sempre per ordine del Consiglio dei Dieci.

Venezia Serenissima sapeva dimostrarsi, come sempre, provvida protettrice dei deboli, ma anche terribile giustiziera allo stesso tempo.


Alla fine del 1600 la vita religiosa in isola di Burano era fiorentissima: nei 3 conventi c’erano 90 monache e ben 44 sacerdoti curavano le anime dei Buranelli. Esistevano inoltre 5 Confraternite ed un Ospizio-Ospedale per i poveri dell’isola.


All’inizio del 1700, s’istituì un cordone marittimo di protezione sanitaria e di prevenzione lagunare per provare a salvarsi dai contagi e dalle pesti provenienti dall’estero. L’Ufficio Sanitario di Burano vigilava sulla Costa di Levante di Venezia, che andava da Burano, Treporti, Caorle, Falconeria fino a Lignano, mentre sulla Costa di Ponente di Venezia vigilava l’Ufficio di Sanità di Malamocco e Chioggia. L’Ufficio di Burano era gestito da 3 nobili o 3 cittadini aiutati da un certo numero di Guardiani d’Ispezione che controllavano tutte le barche in entrata ed uscita dalla laguna di Burano-Torcello rilasciando regolare Permesso Sanitario di Libera Navigazione, ed erano in stretto contatto con i Lazzaretti della Laguna di Venezia fino alla caduta della Repubblica.


Il 18 ottobre 1706, nacque a Burano Baldassare Galuppi detto il Buranello, famoso compositore, librettista-autore di opere teatrali, oratori di musica sacra, concerti per vari strumenti e sonate per clavicembalo. Coprì il ruolo di “Primo Maestro” della Basilica di San Marco, allievo di Antonio Lotti, grande amico di Carlo Goldoni e di Caterina II di Russia presso la cui corte fu ospite.

Scrutando i connotati dell’isola fra 1736 e 1766 c’erano:

  • 5.848 abitanti divisi in 1.408 famiglie, abitanti in 1.502 fra case e casette, e 7 casoni.
  • 2 medici.
  • 46 fra preti e chierici e 113 tra frati monaci e monache.
  • 39 botteghe con 27 Mastri d’arte, 267 artigiani manifattori e 95  negozianti e bottegai.
  • 12 ortolani con 69 orti e 14 vigne.
  • 1.323 fra marinai e pescatori con 2 squeri per costruire barche.
  • 5 forni da pane,1 pistoria, e 1 beccaio.
  • 10 magazzini.
  • 1 osteria e 1 bastione.

Gli “Sbirri della Serenissima” uccisero per strada nel 1751 Antonio Vio di Burano di professione sartorello, considerato un prepotente intollerabile e già bandito dalla Repubblica.


Fra 1777 e 1794, la cronaca d’epoca del Formaleoni ricordava che nella Podesteria di Torcello e Burano c’erano 9.000 anime tutte dedite alla pescagione, rispetto al 1625 gli abitanti erano raddoppiati. Nell’isola c’era un’unica parrocchia di San Martino, 2 conventi di monache, 1 Oratorio ed 1 Ospizio-Ospedale.  I Buranelli dicevano sempre:“… la miseria è orribile … è meglio andar in guerra che languire dalla fame …”


Arrivati i Francesi, i Buranelli furono fra i primi Municipalisti guidati dal cittadino Carminati. Col ritorno degli Austriaci, i Buranelli si prestarono volentieri al ripristino della Provveditoria di Torcello-Mazzorbo-Burano. Tornati di nuovo i Francesi, Burano li accolse esultante, divenendo uno dei 34 Comuni del Dipartimento Napoleonico dell’Adriatico. Burano fu nominato Comune di 2 Classe con 8.000 abitanti, mentre Torcello divenne Comune di 3° Classe con soli 200 abitanti.


Nel 1836 accadde un episodio di colera a Burano. In paese c’erano 1 Condotta Ostetrica e 2 Spezierie-Farmacie chiamate Condotte Farmaceutiche: “All’insegna del San Albano” del dott.Giuseppe Morandini e “Al Gambarotto” della vedova del dott.Gambarotto.  L’antichissima farmacia di San Albano si diceva nata ad opera di un profugo altinate Hieronimus Erbuarius, che aprì bottega di erborista fornendo erbe, decotti e medicine anche alle isole di San Erasmo,Torcello, Cavallino e Treporti.


Su iniziativa di alcuni cittadini sorse a Burano, nel 1845, uno dei primi istituti di beneficenza della Provincia di Venezia: “Elemosiniero Istituto di Burano” con rendita di lire 50 austriache annue. Provvedeva i poveri di letto, vitto, medicinali nonché di qualche straordinaria elemosina sovvenendo ben 1.000 persone l’anno. I Buranelli sovvenzionavano l’istituzione offrendo ben 1.500 lire austriache annue, pur essendo per la maggior parte anche loro nell’indigenza.


Nel 1848-1849 fu costituito a Burano un Comando della Guardia Civica, un Commissariato di Guerra per il IV Circondario della Difesa e un reparto della Guardia Mobile con compiti militari con 170 uomini armati e stipendiati dal Governo Provvisorio di Venezia con paga di 1 lira ½  al giorno ripartiti in 2 compagnie al comando dei tenenti Domenco Tagliapietra e Luigi D’Este. Si scioglierà all’atto della capitolazione della città di Venezia.


Burano nel 1856 attiva la Scuole Elementare Maschili e Femminili di I e II classe, con 2 insegnanti: 1 maestro supplente con assegno annuo di lire 460, e 1 maestro titolare: D’Este Antonio con assegno annuo di lire 600.


Nel settembre 1867 una tromba marina si abbattè su Burano provocando però 3 morti a Treporti. Nell’isola erano attivi:
- 3 barbieri, 9 calzolai, 1 materassaio, 1 lavoratore di vimini.
17 proprietari di barche minori.
3 fabbri, 8 falegnami, 2 finestreri, 1 imprenditore e 1 muratore. 
- 1 fabbricatore e venditore di paste da minestra, ossia la Ditta D’Este Eugenio detto Manesse figlio di Antonio che produceva con 1 operaio 3,9974 kg di pasta, ma non reggeva la concorrenza degli altri prodotti che possedevano piu’ forza motrice e migliore produzione.
1 macina da pino, 3 prestinai, con 1 venditore di biade e granaglie.
6 rivenditori di legna e carbone e 2 rivenditori di commestibili.
- 1 farmacia.
4 venditori di frutta e verdura, 12 botteghe di pizzicagnolo e salsamentari, e 2 macellai.
-  6 caffettieri, 2 venditori di liquori e 13 osti, tavernieri e venditori di vino, 6 bettolieri.

Fra 1873 e 1874 si attivò l’Ufficio Postale con servizio anche 2 volte al giorno in giro per il paese. La scuola elementare maschile e femminile aveva 2 maestri e la prima classe era frequentata da 77 scolari. Quattro anni dopo, la scuola maschile contava 107 scolari in 2 classi e quella femminile 92 in un’unica classe. I Buranelli chiesero di essere aggregati al Comune di Venezia. Ma un assessore veneziano commentò:


“… Il Lido ha la spiaggia, Murano le vetrerie, ma Burano cosa può offrirci ?… I beni patrimoniali di Burano non rendono nulla, i proprietari non pagano le tasse, e i beni cadono in mano alla Finanza che non sa che farsene … Burano per Venezia sarebbe solo un peso …”

Infatti la proposta di aggregazione fu respinta.


Nello stesso anno 1880, si unificarono nella “Congregazione di Carità di Burano”, la “Causa Pia” e “L’Elemosiniero” con un patrimonio di lire 7.616 e una rendita di lire 574 annue, mentre si attivò a Burano uno dei 20 Banchi del Gioco del Lotto di Venezia con estrazioni settimanali il sabato.


Fra 1894  e 1902: nella sola isola di Burano ci contavano 49 Compagnie di Novellanti con una flotta di 210 sandoli e un altro gruppo di 20 pescatori non riuniti in compagnia. Ogni equipaggio era costituito da due uomini e un ragazzo, per cui si poteva contare circa un migliaio di Novellanti, che si spingevano a pescare dalle acque della bocca di porto del Lido e San Erasmo fino alle zone più interne della laguna: le Paludi Maggiore, di Cona, della Rosa e di Ca’Zane.


Nel periodo tra 1910 e 1930, il Comune di Burano con le sue vicinanze contava fra 9.500 e 11.000 abitanti. Vi giunse il telegrafo, e Gino Rossi con Umberto Mogioli detti “ i ribelli di Ca’ Pesaro e della Biennale” s’innamorarono dell’isola e della laguna con i suoi colori, andarono ad abitarvi e vi tennero il loro studio-atelier. Nacque la Scuola di pittura di Burano a cui parteciparono: Barbantini, Carena, Castrati, Dalla Zorza, Garbari, Martini, Novati, Semeghini, Scopinich, Valeri, Vellani Marchi e molti altri ... come si può citarli tutti ? In seguito si unificò la farmacia, arrivò il telefono, e Burano fu aggregato al Comune di Venezia.


Nel novembre 1944 un incendio distrusse l’Archivio Comunale di Burano, mentre qualche anno dopo, nel giugno 1958 nacque un certo S.D.R. di mia stretta conoscenza.


Il 4 novembre 1966, accadde “L’alluvione”.  Fu una potente sberla a quell’isoletta delicata quasi nascosta fra le pieghe della laguna, e anche alla vita di molti dei suoi abitanti pittoreschi e vivaci.


Il resto è storia che tutti conoscono … ma:



“Burano, Burano … quante cose ci sarebbero da dire su di te …”


“UNA CHIESA INVISIBILE, NASCOSTA … A RIALTO.”

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UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA – n° 36.


“UNA CHIESA INVISIBILE, NASCOSTA … A RIALTO.”


La chiesa di San Giovanni Elemosinario a Rialto sembra una chiesa invisibile, nascosta. Una chiesa che non c’è. Non solo perché una grossa parte dei Veneziani non sa neanche che esista, ma anche perché è davvero mimetizzata  dentro le case della contrada che porta il suo nome.

A sedici anni, da “buon veneziano”, mi sono riproposto di visitare tutti i monumenti,  i musei, i palazzi importanti e le chiese di Venezia. Mi sono pure fatto una lista in un quadernino, che spuntavo meticolosamente. Dopo quaranta anni quella lista non è stata ancora evasa del tutto, perché certi luoghi, soprattutto certe chiese e monasteri, sono stati chiusi e abbandonati per sempre.

Durante i miei vagabondaggi per Venezia, della chiesa di San Giovanni Elemosinario vedevo solo il tozzo e severo campanile che spuntava sopra le case, ma non vedevo né trovavo la facciata e l’entrata, nonostante m’infilassi in tutte le callette intorno. La prima volta non sono proprio riuscito ad entrarci, anche perché non c’erano i cartelli per i turisti come ci sono oggi.

La seconda volta ce l’ho fatta, e sono finalmente entrato dentro alla chiesa. Era un pomeriggio d’inverno verso Natale. La chiesetta era buia, “vestita a festa”, come si usava fino a qualche tempo fa parare le chiese veneziane ricoprendole di velluti, drappi, soprarrizzi e mille altre cose, che conferivano un senso di festa agli edifici di devozione e di culto.
Sono rimasto subito colpito dalle pareti avvolte nella penombra totalmente tappezzate di quadri. Era un gioiellino di chiesa nascosto, seppure immerso proprio nel bel mezzo del vivissimo emporio di Rialto. Un’oasi di tranquillità infilata dentro alla kasbah del mercato.


A riprova di questo, c’era dentro alla chiesa una sola vecchietta minuta, avvolta in un grosso scialle di lana nero, che “rosariava” a voce alta da sola, seduta su una delle panche antiche intarsiate. L’unica luce flebile era quella di uno sparuto gruppo di mozziconi di candela accesi accanto all’altare.

Un’altra cosa che ricordo chiaramente è lo sguardo davvero torvo, inquietante dell’anziano Parroco, immobile sullo stipite della porta della minuscola sacrestia dentro al piccolo presbiterio dell’altare maggiore. Avvolto anche lui nell’ombra, non mi ha perso di vista un solo istante. Nel buio i suoi occhi brillavano dietro ai suoi pesanti occhiali … Non l’ho più dimenticato. Mi pare ancora di rivederlo nell’angolo …


Negli anni seguenti ci sono passato e ripassato più volte. Poi la chiesa è rimasta chiusa per decenni quasi dimenticata.


Ora da qualche anno è stata restaurata e riaperta. Si può entrare a visitarla pagando regolare biglietto, eccetto per i Veneziani (documento di riconoscimento valido alla mano) che entrano gratuitamente. Ma non è più quella di un tempo, è pulita e luminosissima … Non sembra neanche più lei, perché ha perso tutto “il vissuto” di allora.


Direte: “La solita chiesuola !”


A Venezia quasi nulla è banale, anche le cose più piccole. Figuriamoci un posto così.

San Giovanni Elemosinario o San Zuane de Rialto si trovava nell’antica Ruga Vecchia o Ruga degli Oresi, edera una delle chiese dei Dogiche ne eleggevano Pievano e preti titolati.  


Nel 1071 e verso la fine del 1300 cadde il campanile  dove c’era la campana chiamata “rialtina”, che suonava fino al1848 da ottobre a pasqua alla terza ora di notte dando il segnale di spegnere tutti i fuochi dell’emporio di Rialto per la chiusura notturna.


1326 gli Ufficiali sopra Rialto chiesero l’allontanamento dei Bastazi ossia dei Facchini delle aree del mercato di Rialto prossime alla chiesa di San Giovanni, per evitare l’eccessivo disordine, gli improperi e gli schiamazzi durante il lavoro.


Dal 1341, il Notaio di Venezia Omobon divenne pievano di S.Giovanni Elemosinarlo, e in seguito divenne Arciprete del Capitolo Vescovile di San Pietro di Castello: il massimo per un prete di Venezia.


1379 nella lista dei prestiti volontari per la guerra dei Veneziani contro i Genovesi, la cifra raccolta nella contrada di San Giovanni Elemosinario fu molto alta: lire 141.853. Il denaro proveniva soprattutto dalle persone del mercato: commercianti, spezieri, callegheri, orefici,  beccheri, naviganti e notai. Ma c’era anche qualsiasi della contrada che offri’ i contributi assieme a 21 Nobil Homeni e 1 Nobil Donna, con 7 contribuenti abbienti.


Fra 1398 e 1410 si costruì l’attuale campanile quadrato in stile gotico, che conteneva un famoso orologio a congegno creato da Mastro Gasparo Ubaldini degli Orologi da Siena.


“… sona le ore, et vene fora uno galo, el qual canta tre volte per ora”.  
L’orologio col gallo ritmava le attività del mercato, e segnalava le fasi dell’apertura e chiusura delle botteghe con l’inizio della sorveglianza notturna, la chiusura ed apertura di chiavi e cancelli, il tempo in cui occorreva limitare lumi e candele. Il campanaro era anche il responsabile dei fuochi dell’area del mercato, e la campana che“… dava il segno delle veglie” venne sostituita più volte perché a forza di suonarla si “spezzava ” spesso.


Proprio nel luogo centrale del grande emporio mediterraneo di Rialto, nel cuore di Venezia secondo solo a San Marco, c’era perciò quella chiesetta strategica e significativa. Lì sorgeva fin dal 1397 grazie ad un lascito testamentario di Tommaso Talenti il Gimnasium Rivoaltinum che esprimeva un Umanesimo detto Mercantile con un peso anche politico in città. Era la  famosa Scuola di Rialto che il pievano Paolo della Pergola, amante d’Aristotele, cerco perfino di trasformare in Università lottando contro il volere sospettoso della Serenissima. Era una scuola di filosofia, logica, rettorica,  teologia, matematica e letteratura davvero prestigiosa. Si insegnava anche la mistica dei numeri, geometria, astronomia e la pratica delle arti.

Poco distante sorgevano i luoghi delle Magistrature dello Stato, che controllavano Arti e Mestieri, e si architettavano i viaggi per il Levante e i posti più remoti dell’Asia, dell’Africa e dell’Oriente.

Non era una caso che esistesse un luogo del genere a Rialto, perché lì convergevano mercanti provenienti da mezzo mondo. E assieme a l’oro, le sete, i manufatti e le spezie portavano da posti lontani: idee, pensieri, modi e visioni del mondo e del vivere diversi. In questo Venezia è sempre stata non solo tollerante, ma aperta e curiosa di conoscere, sapere e capire tutto ciò che era diverso, potente e nuovo.


Il 10 gennaio 1514 accadde un grande incendio a Rialto descritto nei famosi Diari di Marin Sanudo, e la chiesa fu completamente distrutta avendo anche il tetto in legno.


“ … tenendo una olla con fuoco in bottega, cadde una faliva che incendiò delle tele. Le guardie di Rialto non furono velocissime ad intervenire, per cui cominciarono ad ardere delle botteghe alle due di notte. Le botteghe di tele e di cordaruoli appiccicarono il fuoco l’un l’altra, per cui ci fu un grandissimo fuoco sostenuto da potente vento da grieco e tramonatana, con un freddo intollerabile … Il fuoco crebbe, e in poche ore si bruciò tutta Rialto dalla parte del Canal Grande, le volte e gli uffici dei Camerlenghi, et di qua dove c’erano le scale che andavano di sopra … Campana a martello suonava a San Zuanne (San Giovanni Elemosinario). E’ una grandissima compassione a veder, né mai credo per foco sia stà visto tanta orribilità et però fo sì grande incendio, restò in piè il campaniel di San Zuane ...”


In seguito, fra 1527 e 1539, la chiesa fu rinnovata con ben 7 altari dall'architetto Antonio Abbondi, detto lo Scarpagnino, sotto il governo del parroco Nicolò Martini, e riconsacrata il 28 settembre 1572 per mano di Daniel Vocazio vescovo della Dalmazia.


Nel 1633 si costruì un nuovo altar maggiore rialzato con una cripta sottostante. I parrocchiani erano in tutto solo 150 perché il territorio della parrocchia era quasi tutto costituito da botteghe, magazzini, stazioni e volte di Rialto. Fra 1661 e 1740  in contrada si contavano fra 549 e 682 botteghe.


Il 28 aprile 1773, un grave incendio arse in “Ruga Vecchia di San Giovanni di Rialto” la bottega d'uno speziale, di cui erano proprietari i frati di San Nicolò del Lido.


Alla fine della storia della Serenissima, nel luglio 1796, la contrada misurava 3.596 passi, ed aveva 289 abili fra 14 e 60 anni con 234 padroni in 682 botteghe.


Nel dicembre 1807 con lo sconquasso portato a Venezia da un certo Napoleone Bonaparte la parrocchia con 2.000 persone venne abolita e unita a quella di San Aponal. Terminò così in maniera squallida la storia di quella chiesuola coccola nascosta agli occhi di tutti, fuorchè degli antichi Veneziani.


San Giovanni Elemosinario, in definitiva e a mio parere, è un bijoux, un gioiellino letteralmente foderato di pitture e affreschi, un tesoretto nascosto con ogni tela e ogni pietra che racchiude una storia. Perfino il pavimento che si calpesta avrebbe mille cose da dire. Provate ad andare a vedere per capire e vedere quel che vi dico  e racconto.



Vi sembrerà infine stupido, ma ancora oggi, ogni tanto e raramente, mi vado a ficcare dentro a quella chiesina perduta e nascosta. Rimango lì dentro dieci minuti, non di più. Me ne sto immobile, a godermi quella devastante quiete fuori dal tempo. Solo in lontananza si odono le eco del mercato di fuori, e i soliti rumori dei turisti e della vita di sempre … Però in quell’angolo accanto all’altare mi sembra ancora di individuare quello sguardo torvo e inquietante di un tempo ...


"LA MISTERIOSA CA'GRANDE DEI FRARI."

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UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA – n° 37.

“LA MISTERIOSA CA’GRANDA DEI FRARI.”


Sapete molto più di me che Venezia non si esaurisce nella sola Piazza San Marco col Ponte dei Sospiri, Palazzo Ducale e il Ponte di Rialto. Venezia è tutta magia spesso nascosta, anche per noi che vi abitiamo da una vita intera. Venezia è magica non solo perché è da visitare e transitarci dentro con gli occhi stanchi per non saperli più dove posare. E’magica per la sua ricchissima tradizione, la sua gente, e la sua stupenda storia. Ma è solo magica, è molto di più, ossia un’infinità di cose non dette e nascoste che vanno ben oltre il solito Casanova, il Carnevale, Vivaldi, la Biennale e la Mostra del Cinema. Venezia è una specie di miniera inesauribile di cose da scoprire e conoscere, dette e non dette, che una vita intera forse non basterebbe a esaurirle tutte.

Uno di questi formidabili complessi edilizi è di certo quello che è stato il  Convento dei Frari, ossia Santa Maria Graziosa dei Frari detta in antico e per diversi secoli dai Veneziani: “La Ca’Granda dei Frari”.

Una specie di gioiellino, anzi gioiellone, che dominava con la sua presenza uno dei Sestieri della città di Venezia, quello di San Polo. Quel che ne rimane oggi è solo un pallido ricordo parzialmente visitabile di quel che è stato un tempo un luogo e “un ente” potente, insigne e prestigioso, oltre che famoso. Innanzitutto era un posto fisicamente grande, esteso, tanto è vero che i Veneziani la chiamavano appunto la “Ca’Granda”proprio a sottolinearne la grandezza monumentale, l’estensione oltre che lo splendore, la ricchezza, e l’influsso economico e politico sull’intera città.

Oggi la solita marea dei turisti provenienti da tutto il mondo entra nella grande Basilica dei Frari per vedere soprattutto l’ “Assunta” del Tiziano e tanti altri capolavori, ignorando però gran parte di ciò che è accaduto in quel luogo che percorrono e visitano. Oppure gustano estasiati le sensazioni e la bella atmosfera di uno dei numerosi concerti e manifestazione che spesso vengono organizzati nella stessa chiesa. Solo una piccola parte di fortunati è interessata e riesce a visitare, seppure parzialmente, altri frammenti di quel che è stato l’immenso complesso dei Francescani Conventuali.  L’ex Convento della Ca’Granda dei Frari ospita ancora oggi l’Archivio di Stato di Venezia che raccoglie fin dai tempi di un certo Napoleone Bonaparte, documenti e archivi di tantissime realtà un tempo presenti a Venezia, da lui meticolosamente depredate e disfatte.

La “Ca’Granda”  era un convento immenso, una cittadella, con ben tre chiostri, biblioteca, refettori, dormitori, cappelle, Sala Capitolare e tutta una serie di vasti ambienti tipici delle aree conventuali e monastiche. Nei secoli ha ospitato non solo le attività dei Frati, ma anche alcune sedi delle Arti e Mestieri cittadini, laboratori di lavoro, cartografia, manipolazione, ingegneria, musica, osservazione e ricerca astronomica. Oltre ai Frati, nella Ca’Granda sono passati, hanno vissuto e “prodotto”: laici, forestieri, artisti, Ambasciatori, Re, Nobili e religiosi.  La Ca’Granda è stata, insomma, una delle fucine del Rinascimento veneziano, un luogo d’incontro, di scambio d’idee, di resoconti di viaggi, di convergenza di conoscenze, di raccolta di notizie esotiche portate da mercanti e pellegrini provenienti dall’Asia, dall’Africa, Roma, Assisi, San Giacomo di Campostela, Terrasanta, la Via Francigena, San Michele al Gargano … e da molti altro posti.

Inoltre, dietro alla Ca’Granda, quasi come corona accessoria a sostentamento di quella cittadella, esisteva tutta una seria di orti con un frutteto confinanti  con “le secchere”, ossia una zona di palude e canneto dove terminava Venezia e si apriva la laguna. Era una zona d’accesso alla Ca’Granda recondita, quasi nascosta, che fu anche teatro di strani accadimenti ...

Un altro aspetto curioso che va ben oltre il puro dato storico e artistico, è che quell’enorme chiesone talvolta un po’ cupo e austero, mi ha ospitato più di qualche volta fin dalla mia più tenera infanzia. Da bambino piccolissimo seguivo le Suore della Carità della mia isola perduta in fondo alla laguna, che mi portavano con loro “in gita” nelle loro peregrinazioni da Suore. Per me, microscopico isolano isolato dalle corte vedute, camminare attaccato alla gonna o al lungo cordone del rosario, era un divertimento enorme e un’esperienza piacevolissima, una specie di microesplorazione avventurosa ogni volta.  Non vedevo l’ora che mi portassero con loro fuori del paese, soprattutto a Venezia. Mi piaceva un mondo addentrarmi nelle vie strette di quella città fantasmagorica, ed entrare e uscire dai conventi, dalle chiese, e dai luoghi di convegno delle Suore.

Ebbene, uno dei luoghi in cui spesso mi portavano per celebrare i loro convegni e certe loro ricorrenze, era, fatalità, proprio la Basilica dei Frari, ossia l’antica Ca’Granda. Ho un ricordo vago e bellissimo di quei tempi. Ricordo chiaramente la tomba piramidale del Canova con la sua porticina buia socchiusa, il grande quadro colorato dell’Assunta e soprattutto il “Barco intarsiato del Coro dei Frati”, che mi dava un senso di calda capienza. Mi piaceva tantissimo andarmi a sedere nella penombra scricchiolante dei suoi scanni, troppo grandi per me, dove mi sembrava di perdermi. Ricordo anche un lugubre catafalco nero centrale, intorno al quale si celebravano infinite esequie funebri, anniversari e commemorazioni di chissà quali personaggi che non conoscevo. Le cerimonie erano eterne,  e letteralmente m’abbeveravo di quell’incredibile odore intenso dell’incenso, di quei colori e di quelle atmosfere indimenticabili. Da bambino non ne capivo nulla, ma proprio nulla, e come in lontananza avvertivo quanto si dicevano, pregavano, cantavano, celebravano. Non capivo il senso di quel andare avanti e indietro, alzarsi e abbassarsi, girare in tondo per la chiesa, o da una parte all’altra. Mi piacevano invece le statue dei condottieri in armi  e a cavallo sospese sulle parete, mi piacevano i dipinti coloratissimi, i Santi svolazzanti con gli occhi al cielo, le Madonne e gli angioletti paffuti, e le mille altre decorazioni vivissime che rappresentavano Venezia la Serenissima Repubblica col suo Doge e i suoi temibilissimi personaggi, che paragonavo e confondevo con i Cavalieri della Tavola Rotonda. Entrare in quel chiesone, era per me un po’ come andare al cinema, uno spettacolo bellissimo, curioso, un mescolare le cose dell’Arte, dello Spirito e della fantasia su Venezia, che cinquant’anni dopo mi porto ancora dentro vivissimo come passione inguaribile.

Per questo, alla fine, ci ho scritto sopra anche un corposo e denso romanzo: “UN NIDO”. Rievocare le storie e le vicende della vecchia Ca’Granda dei Frati dei Frari, è stato quasi un obbligo verso me stesso. Raccontare inscenando proprio in quel chiesone della mia infanzia colorata, quelle vicende e curiosità che ho mezze sognate racimolate, mezze rubate alla Storia e Tradizione di Venezia, è stata una soddisfazione personale, un’avventura immensa.

Ho posto in cima al “forzuto” campanile, che svetta su un angolo dell’illustre complesso della Ca’Granda la mia “Karoulya veneziana”, strappata e copiata al mistico mondo degli eremi del Monte Athos della Penisola Calcidica della Grecia, e“ho condito” tutta quella storia fantasiosa con quanto di più tipico conosco della “mia” Venezia.

Proprio qualche giorno fa, a un anno circa di distanza dalla pubblicazione del romanzo, sono riuscito a salire fino in cima a quella illustre torre, che ho tanto sognato e vagheggiato. E ora mi cimento a scriverci dietro queste note delle mie solite “Curiosità Veneziane”.  

I veneziani stessi sanno e non sanno … visitano e non visitano, spesso passano accanto e ignorano, nel senso che non s’interessano. Ci sono, invece, stranieri ben più informati di noi, che vengono ed entrano  “a colpo sicuro”, e sanno gustarsi bene “certe cosesaporite e belle” che contiene Venezia. Al contrario, noi Veneziani ci portiamo in giro e ci lasciamo come cullare da questo ambiente, che consideriamo “nostro”,  ma che forse non lo è abbastanza ...


   ***

La “Ca’Granda dei Frari”è stata dunque una cittadella, una Venezia dentro alla Venezia Serenissima dei secoli.

Oggi vediamo una grande basilica con ben nove absidi posteriori. Si tratta della terza di tre chiese che si sono succedute. Tutto è cominciato tanto tempo fa, nel lontano 1200, quando alcuni Frati di San Francesco si presentarono nelle lagune di Venezia pieni di buoni propositi.

I Veneziani di sempre sono di carattere un po’ sospettosi, mercanti furbi, avezzi alle trattative e a pesare cose e persone, attenti ai guadagni e alle occasioni, ma anche a chi se la passa male o porta buone idee.

Appena arrivati a Venezia, i Frati furono ospitati in alcune case e sotto i portici delle Contrade di San Silvestro e San Lorenzo. Vivevano all’inizio di elemosina e praticavano lavori umilissimi.  Le cronache dell’epoca li raccontano: “ … faceano fatiche di sua mano, e con quelle e con le limosine viveano … dando buon esempio a tutti … et dormivano bene spesso ne’ sottoportici delle Chiese...finché cominciavano ad aver notturno alloggio nelle case dei divoti …”


Per questo loro atteggiamento genuino ben presto i Frati Francescani ottennero protezioni ed aiuti dai Veneziani più agiati. Già nel 1234 Giovanni Badoer proprietario di un terreno acquitrinoso detto “lacus Badovarius” (ossia zona d’acqua di proprietà Badoer) che si trovava nelle contrade periferiche al confine estremo della Venezia di allora (ossia San Stin e San Tomà) donò ai Frati Minori, che già ne possedevano un altro nella stessa zona donato dai nobili Tiepolo, un terreno con casetta costruita sopra. Fu l’inizio.

In quel primitivo luogo acquitrinoso rubato alla laguna i Frati costruirono una prima chiesuola dedicata a Santa Maria e in soli cinque anni bonificarono tutta la zona.


Nel 1236 Daniele Foscari Procuratore del primitivo convento comprò per 150 denari veneti da Anselmo Rana una casa con fondo adiacente per allargare ancor più l’abitazione dei Frati che aumentavano sempre più di numero. Da quel momento s’intrecciarono per secoli vicende numerosissime e interessanti su quella che piano piano divenne la “Ca’Granda dei Frari”.


Nell’ aprile 1250 si costruì la seconda chiesa nella zona adiacente al ponte attualecon i simboli impressi dei Frati Francescani. Fu consacrata nel 1280 e conclusa solo nel 1338. Si trattava di un ambiente spoglio e disadorno, orientato in senso opposto all’attuale, col rimanente spazio davanti alla chiesa a far da orto per  sostentare i Frati.

Quella prima chiesa fu demolita nel 1415 quando non era ancora terminata la nuova terza chiesa, che comprese la seconda.

Nel marzo 1249 e nel 1252, Innocenzo IV promulgò due “bolle papali” che concedevano indulgenze di 40 giorni a chi avesse contribuito con elemosine e donazioni alla costruzione della nuova chiesa e convento dei Frari a Venezia da consacrarsi alla Madonna. Nel giugno dell’anno dopo, Marco Ziani di Arbe figlio del Doge Pietro, lasciò per testamento ai Frati Minori dei Frari per l’edificazione del convento, una vigna nelle Contrade di Santa Giustina e di Santa Ternita nel Sestiere di Castello, e stabilì che le rendite di una sua casa presso la Contrada di San Giminiano, vicino a San Marco, dovessero essere impiegate in perpetuo per provvedere alle tonache dei frati che abitavano presso Santa Maria dei Frari.


Nel 1255 e nel 1261, anche Papa Alessandro IV indisse diverse nuove “bolle d’indulgenze” a favore dei Frati dei Frari di Venezia. Nell’occasione, il Doge Raniero Zeno acquistò da Tommaso Stornato per 450 lire di denari veneti dei soldi pubblici una proprietà che donò ai Frati per dilatare ulteriormente il nuovo convento. Andrea Rana, invece, con soldi propri regalò ai Frati un’altra proprietà “pro dilatando monasterio”.


Nel settembre 1291, Papa Nicola IV accordò l’indulgenza di 1 anno e 40 giorni a chi visitasse facendo elemosina e preghiera gli altari di San Marco e della Madonna dei Frari nei rispettivi giorni di festa. Due anni dopo, Primo da Ronco istituì nel suo testamento  17 legati perpetui a favore dei Frati che furono pagati annualmente e senza interruzione fino al 1556.


Nel 1330 il Maggior Consiglio della Serenissima decretò l’interramento della“piscina dei Frari” per favorire l’ulteriore edificazione e allargamento della neonata “Ca’Granda dei Frari”. Quando nel 1348 si dedicò una delle nuove Cappelle con l’altare di San Michele, il nobile Marco Michiel finanziò il 14 maggio delle messe da celebrare all’altare dell’Arcangelo. L’anno dopo arrivò dalla Terra Santa il corpo di Gentile da Mantelica Frate Francescano martirizzato in Persia nel 1340. Il suo culto fu sempre vivo alla Ca’ Granda assieme a quello dei 5 Martiri Francescani del Marocco uccisi nel 1219 e raffigurati ancora nelle pitture del 1535.

Dal 1340 si iniziò a costruire (in cento anni ! ) sul luogo dell’antico cimitero adiacente alla chiesa, uno dei massimi esempi di architettura archiacuta gotica. Si utilizzarono cospicue elargizioni da parte di ricche e potenti famiglie veneziane e di mercanti forestieri, soprattutto Milanesi e da Monza, che fecero dipingere nella chiesa della Ca’Granda i loro santi protettori: San Ambrogio con mitria, pastorale e flagello, simbolo della sua lotta contro l'eresia ariana, e San Giovanni Battista.


A cinquant’anni dall’inizio della costruzione della terza chiesa, Giovanni Corner, fra 1417 e 1420, fece costruire la Cappella dei Corner dedicandola a San Marco Evangelista aggiungendo così un’ottava abside alla costruzione della nuova chiesa. La cappella però venne dedicata nel 1396 a San Andrea su richiesta testamentaria di Marsilio da Carrara.

L’importanza del luogo della “Ca’ Granda”, che divenne prestigiosa fin da subito, indusse Ambasciatori e persone nobili e illustri a desiderare di farsi seppellire proprio lì dentro. Nel 1336 si fece seppellire Duccio Alberti, Ambasciatore di Firenze a Venezia, e Arnoldo d'Este l’anno dopo.


Incominciati dalle absidi ottagonali, i lavori continuarono lentamente e  fu pronto il transetto della chiesa solo nel 1361. Grosse elargizioni da parte delle famiglie: Gradenigo, Giustiniani, e del nobile Paolo Savelli parente di Papa, finanziarono la copertura della nuova chiesa.

Ne derivò un ambiente con pianta a croce latina, a tre navate, divise da 12 pilastri collegati fra loro da catene lignee, e soffitto a volta a crociera archiacuta. Le absidi contenevano 3 cappelle minori per lato, e vennero date ad uso di Confraternite come quella dei Milanesi nel 1361, e dei Fiorentini, o a nobili famiglie come i Bernardo e i Corner, che ne comprarono i “diritti” e le ornarono a loro spese. Le pareti laterali erano affrescate, e solo in seguito furono ricoperte da grandi monumenti sepolcrali. Ad un certo punto della costruzione le absidi crollarono, perciò si cambiarono le architetture, e si sovrapposero muri nuovi nascondendo per secoli o per sempre alcune antiche pitture (riapparse oggi).
I Mercanti Fiorentini fecero infiggere nei muri esterni della loro cappella i “Gigli”di Firenze in pendant con i “Leoni Marciani”, perché fosse sempre chiaro a tutti chi comandava a Venezia.


Nel 1346 si convocò e si tenne nella Ca’Granda dei Frari il Capitolo Generale dell'Ordine dei Francescani con Ministri Provinciali e delegati  provenienti da tutta l’Europa, ospitando circa 1.500 persone. Per l’occasione Papa Clemente VI  concesse molti privilegi per la progressione dell’ordine dei Frati Minori.


Il 12 febbraio 1353 il Nobile Lion Nicolo’ Procuratore di San Marcolasciò tutti suoi averi alla fabbrica dei Minori dei Frari riconosciuti come suoi benefattori per la recuperata salute. Venne così fondato la chiesa e il chiostro di San Nicoletto della Lattuga ossia il terzo chiostro della Ca’Granda.


Nel 1361, Olda moglie di un notaio il cui figlio era Frate ai Frari desiderò esservi sepolta, e nel testamento lasciò una somma ai Frati perché si  occupassero del funerale e dell’acquisto delle candele.


Secondo l’iscrizione di fondazione in caratteri gotici murata all’esterno, dal 1361 Jacopo Celega iniziò, e il figlio Pierpaolo nel 1396 terminò di costruire il campanile-torre di 70 metri, secondo in altezza solo a quello di San Marco, alto quasi cento metri.La spesa fu inizialmente sostenuta con 8.000 ducati d’oro dalla famiglia di Tommaso Viaro Frate ai Frari e poi vescovo di Trebisonda. Quando i Frati terminarono i soldi, furono  finanziati nella costruzione dai Mercanti della Confraternita dei Milanesi. Del 1395 è l’atto di pagamento e messa in opera dei piombi della copertura piramidale del campanile. Del 1480 è, invece,  la notizia del danno di un fulmine che distrusse la cuspide e la parte terminale del campanile. Oggi infatti lo conclude un ottagono con nicchie e copertura a falde.


Nel 1369 un funesto incendio aggredì la neonata “Magna Domus Venetiarum o Ca’Granda dei Frari”, in cui morì il Beato Carissimo da Chioggia, ma il convento e la chiesa vennero ricostruiti e ampliati più grandi e magnifici di prima.

Del 28 settembre 1370  è la notizia di una sacra rappresentazione e di una bellissima festa con canti e processione, che da quell’epoca si svolse ogni anno nella Ca’Granda Frari. Si commemorava “la Donna-Madonna” nel giorno in cui fu offerta al tempio di Gerusalemme. E’ la più antica attestazione della Festa della Presentazione di Maria al Tempio introdotta in occidente e a Venezia da Philippe de Mezieres.


A Venezia però accaddero anche episodi di vita qualsiasi. Nel 1373, ad esempio, i giovani artigiani Pietro Giustiniani e Zanino Condulmer e parecchi ragazzi furono sorpresi mentre tiravano pietre contro il dormitorio dei Frati Minori dalla parte della riva della Contrada di San Stin. Tre anni dopo, il Maggior Consiglio della Serenissima destinò 200 lire d’oro di grossi alla ricostruzione del convento dopo che i 1000 ducati d’oro donati da Marco Gradenigo si erano dimostrati insufficienti.

In quegli anni il futuro Papa Francescano Sisto IV ossia Francesco Della Rovere viveva ai Frari come “Lector philosophiae”.


Nel 1428 Marin Sanudo spiegò che a spese dei Frati fu costruito il nuovo ponte dei Frari, all’epoca della demolizione della chiesa vecchia, per facilitare l’accesso da San Polo a Rialto e in sostituzione di un altro ponte poco lontano cadente e vetusto. I Frati vollero che il nuovo ponte fosse un luogo d’immunità per i delinquenti che non si poteva catturarli ed arrestarli sopra. Il ponte doveva essere considerato sacro, perché un tempo “… la chiesa dei Frari  era lì,  et era lì la capella granda, che adesso è voltada …”


Tra 1432 e 1434 il vescovo di Vicenza Pietro Miani o Emiliani fece costruire a ridosso del campanile la Cappella Emiliani o di San Pietro. Qui inizialmente venne collocato uno strano Crocifisso in legno del 1200 considerato miracoloso, alto 3m e mezzo e largo 2,36. Era talmente considerevole l’afflusso, le elemosine e l’interesse della gente e dei devoti per quel crocifisso, che nel gennaio 1489 si dovette incaricare un Frate di occuparsi stabilmente di quella cappella e di quella devozione.
Nella stessa Cappella del Crocifisso Miracoloso, nel 1579 cominciò a tenere le proprie funzioni la "Scuola della Passione", che divenne una delle più importanti dell’intera Venezia. Più tardi, nel 1672, il Guardian Grando Agostino Maffeicommissionò a Baldassare Longhena e Giusto Le Court un nuovo altare del Crocifisso, posto dove sorge oggi il monumento funebre a Tiziano.


La Sacrestia con la Sala del Capitolo sono le parti più antiche dei Frari. Fu costruita verso la metà del 1400 mentre si stava ancora costruendo la terza chiesa. Comprendeva la Cappella Pesaro del ramo di San Benetto, ossia il monumento funebre di famiglia dei Pesaro, che commissionò per il loro altare un trittico al Bellini con “Vergine in trono e 4 Santi” eseguito fra 1478 e 1488. La tela del Bellini è ricca di significati e simboli reconditi: i “Pastophoria” dorati degli sfondi, “l’otto della rinascita” nel piedistallo ottagonale, “il cinque delle piaghe di cristo” reso con 5 lumi-luci perpetue, i cinque gradini del piedistallo, e il disegno della firma in 5 parti. Nella Sacrestia si seppellì quindi Franceschina Tron, la moglie di Pietro Pesaro e madre di Benedetto, Nicolò e Marco.

Nello stesso luogo della Ca’Grande era conservata una serie preziosissima di reliquie, che per secoli ha calamitato la devozione di fedeli e pellegrini. La più importante era quella del Preziosissimo Sangue. Consisteva in un'ampolla di cristallo contenente del balsamo con frammiste alcune gocce del sangue di Cristo cha sarebbero state raccolte da Maria Maddalena ai piedi della croce sul Calvario. Vera o falsa che sia, la reliquia si trovava nella chiesa di Santa Cristina di Costantinopoli dove era molto venerata. Nel 1479 venne trafugata e venduta al Capitano da Mar della flotta veneziana Melchiorre Trevisan, che tornato a Venezia l’anno seguente, la donò alla Ca’Granda dei Frari.


Nel settembre 1439, Graziosa vedova di Alvise De Marchi lasciò una somma per continuare la fabbricazione del convento dei Frari, che per mancanza di fondi procedeva molto a rilento: la costruzione raggiungeva solo la facciata.  Il Senato della Repubblica nel 1443 decise allora di devolvere per la fabbrica e i suoi bisogni i frutti d’una grande somma di denaro depositata presso  gli “Imprestidi” che prima erano devoluti al mantenimento del convento dei Minori a Pera presso Costantinopoli  distrutta dai Turchi, che espulsero i Francescani andati a rifugiarsi proprio nella Ca’Granda dei Frari a Venezia.


Nel 1440 la “nuova terza chiesa” non era stata ancora terminata, nonostante le numerose donazioni dei ricchi benefattori, a cui s’associarono anche i Mercanti Fiorentini. A Venezia intanto, stava “esplodendo” il Rinascimento.


Il 4 luglio 1455, Papa Callisto III concesse nuove indulgenze legate alla festa di San Bernardino a favore del grande cantiere della Ca’Granda dei Frari, imitato dal Patriarca Maffeo Contarini, che concesse indulgenza a chi avesse visitato l’altare di San Bernardino nella “Domo Magna dei Frari”. Anche Pio II accordò nuove indulgenze ai Frari in risposta alla supplica del Cardinale Pietro Barbo, che vi aveva fatto seppellire lì i propri genitori.


Nel febbraio 1469 la Ca’Granda dei Frari fu scelta per ospitare il Capitolo Generale dell’Ordine dei Francescani dall’allora Padre Generale dei Francescani divenuto poi Papa Della Rovere. Nell’occasione si decise che chiunque visitasse devotamente e soprattutto elargendo elemosine  la Ca’Grande durante le occasioni già stabilite e nelle feste di San Francesco e Santa Caterina fosse premiato con generose indulgenze.  Addirittura: nella festa di San Francesco si sarebbe potuto “guadagnare-lucrare”il doppio (!) delle indulgenze plenarie previste. Il Senato di Venezia, per non essere da meno del Papa, decretò che la festa di San Francesco fosse considerata a Venezia festa pubblica da celebrare con solenne cerimonia con la partecipazione di tutta la Signoria e del Doge.

Solo nel 1469 si consacrò l’altar maggiore della nuova terza chiesa, completandolo nel 1516 con due colonne scanalate e una ricca trabeazione per ospitare la tela della famosa “Assunta” del Tiziano inaugurata il 20 marzo 1518.


Arrivato il 1475, il nobile Jacopo Morosini divenne Procuratore della Chiesa della Ca’Granda dei Frari, e decise di aggiungere il rivestimento in pietra scolpita che avvolge tuttora il “Barco del Coro dei Frati”.


Nel 1477 il Papa Francescano-Veneziano ex Ca’Granda Sisto IV riconobbe universale il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Nell’occasione concesse con apposita bolla “Cum Praecelsa”speciali indulgenze a coloro che avessero assistito ai riti il giorno della festa. Due anni dopo ne redasse la “bulla aurea”, con cui accordava indulgenze a chi avesse contribuito alla manutenzione di chiese e cappelle dei Frati Mendicanti.


Il 1478 fu un anno di peste per Venezia e anche per la Ca’Granda dei Frari ... Di rimbalzo ai macabri esiti dell’epidemia, nella Ca’Granda affluì un fiume d’elemosine, lasciti, donazioni e testamenti … facendola diventare sempre più “Magna-Granda”.


Altra nuova committenza della Cappella dell’Arcangelo San Michele nel 1480 da parte della nobile famiglia Trevisan. Fu dedicata anche alla devozione francescana delle “Stigmate e delle piaghe di San Francesco” considerate prolungamento della “Passio Cristi”. In quella cappellafu posta la reliquia considerata miracolosa del Sangue di Cristo proveniente da Costantinopoli, molto venerata ufficialmente dalla Serenissima, che si portava in processione annualmente con Confratelli di San Rocco come ricordato da Sansovino.


Nel maggio 1483, il Papa Veneziano Sisto IV lanciò l’interdetto sui Veneziani  a causa dell’assedio di Ferrara. Tutti i Frati presenti a Venezia ricevettero l’ordine di abbandonare la città e in centinaia andarono in esilio abbandonando chiese e conventi mentre la Serenissima col Patriarca cercava di conservare la “normalità della religione”.

Nicolo’ Pesaro, uno dei grandi nobili protettori, benefattori e committenti della Ca’Granda dei Frari fu costretto dalla Serenissima a coprire l’incarico di Proveditor della Guerra di Ferrara e poi di fungere da negoziatore.


Nel 1486 iniziò la costruzione del secondo chiostro, detto di San Antonio,  sostenuto da 32 eleganti pilastrini e terminato solo nel 1570. Nel 1490 il campanile della Ca’Granda dei Frari venne colpito da un fulmine.


Nel 1487, Bartolomeo Vivarini  collocò nella Cappella Bernardo un suo polittico rappresentante: “ La Vergine in trono col Bambino e quattro santi e un’immagine del Cristo Passo".


Finalmente: il 27 maggio 1492 la chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari venne consacrata. Accanto era sorto il Convento della Ca’Granda dei Frari, che divenne  uno dei conventi più grandi di Venezia, capace di ospitare in ben 300 celle e diversi dormitori. Per la Ca’Granda passarono uomini illustri, fra i quali Francesco Dalla Rovere che divenne poi Papa Sisto IV, e Felice Peretti di Montalto che divenne Papa Sisto V dopo essere stato il Capo della Santa Inquisizione di Venezia con sede nella Ca’Granda dei Frari, come lo furono: Lodovico Donato poi Generale dell’Ordine e Urbano IV.


Il 13 agosto 1506 accadde un grosso furto nella Ca’Granda,che indusse Giulio II a minacciare di scomunica i ladri che rubarono: calici e animali.


Al tempo della famosa divisione fra Francescani Osservanti e Francescani Conventuali sancita dalla Bolla di Leone X, Fra' Germano da Casale, Guardian Grando del convento della Ca’Granda dei Frari era amico ed estimatore di Tiziano che aveva solo 26 anni. Gli commissionò il quadro dell’ ”Assunta”. In quell’epoca c’era in atto anche a Venezia una grande disputa-questione-discussione sull’Immacolata Concezione della Madonna. Tiziano lavorò velocemente, e in soli due anni provò ad esprimere sulla tela quel concetto difficile che avrebbe potuto rappresentare l’ Assunzione dell’Immacolata nella chiesa della Santa Maria Immacolata Gloriosa dei Frari. Una diceria-leggenda racconta che quando venne scoperta la pala era talmente nuovo il modo di proporre le figure degli apostoli, che si agitavano in posizioni contrapposte e con le braccia alzate, che per prima cosa i frati chiesero di toglierla dall’altare. L’Assunta veniva rappresentata con un corpo massiccio sinuoso, quasi procace, dentro a un gioco di luce che cambiava passando dalla tiepida luce terrena allo splendore luminoso dell’Infinito di Dio. Dio Padre in alto apriva le braccia ad accogliere “la donna che sale”. In diversa gente della Ca’Granda era pressante quella specie di anelito a “Salire Oltre”, al di là del solito vivere di sempre, del solito tangibile scontato e concreto reale quotidiano, un cambio di dimensione, di mondi, amato e cercato dagli uomini della Ca’Granda. In realtà anche con quell’opera Tiziano ebbe successo e ricevette molte altre commissioni.


E si giunse al 1519. Fra coloro che finanziarono a Tiziano il quadro mistico e misterioso  dell'”Assunta” ci fu probabilmente anche il vescovo Jacopo Pesarodel Ramo nobiliare di San Stae, che gli commissionò una pala per l'altare di famiglia pagandogliela 96 ducati, più altri sei per il costo del telaio. Fra 1541 e 1568 la famiglia nobile Pesaro ebbe stabilmente sedici-diciotto membri presenti nel Maggior Consiglio della Serenissima, di cui Giovanni Pesaro fu Doge nel 1658-1659. Tiziano stavolta impiegò ben sette anni per dipingere la tela con numerosi ripensamenti. L'altare su cui si doveva porre la pala era quello dedicato all'Immacolata Concezione, ceduto “in affitto” dai Frati alla famiglia Pesaro che si impegnò, tra l'altro, a far celebrare una messa in occasione della festa dell'Immacolata, a fornire il desinare per i frati della Ca’Granda la sera della festa, e offrire in quel giorno un grande pranzo a tutti i poveri. JacopoPesaroera anche Ammiraglio della flotta pontificia di Papa Borgia di cui comandò venti galee papali nella battaglia contro i Turchi, vinta a Santa Maura nel 1503. Il Pesaro sapeva vincere quindi sia nelle cose politiche che in quelle dello spirito, essendo anche vescovo di Pafo.
Anche in questa tela Tiziano ci mise secondo i gusti dell’epoca “del mistero”. In alto due angioletti, sopra una nuvola, raddrizzano la croce di Cristo. E’ “la nuvola fra Cielo e Terra” presente anche nell'”Assunta”. Rappresenta “La nube della non conoscenza", la nuvola che si frappone tra Dio e gli uomini. Quel frammento di mistero e insignificanza che distingue quotidiano da eterno, l’ombra del vivere e la luce della verità ultraumana e oltre mondana. Non erano per niente banali e stupidi i Veneziani e gli artisti del 1500.
Ancora nel 1733 si celebravano messe di suffragio secondo il testamento di Gerolamo Pesaro e dei suoi genitori con l’accensione di un “torcio-candela”davanti al suo sepolcro il giorno dei Morti.


Nel 1468, nel bel mezzo della chiesa della Ca’Granda, fra 4° e 6° pilone, i fratelli Francesco e Marco Cozzicompletarono il “Barco dei Frati”, ossia il grande coro ligneo con 124 stalli disposti in tre ordini, che qualche anno dopo verrà circondato da un sontuoso "septo"marmoreo in cui sono rappresentati i busti in rilievo di Profeti, Patriarchi, Apostoli e Dottori della Chiesa.

Un’altra diceria a cavallo con la leggenda racconta che in quei volti erano rappresentati i Frati della Ca’Granda, che erano all’epoca più di cento, e i poveri diseredati che spesso venivano ospitati e soccorsi nel grande e ricco convento. L'ultimo in basso rappresentato a destra è il Procuratore della Ca’Granda Giacomo Morosini col suo motto: “Solo Deo honor et gloria”.  Ai lati estremi non potevano mancare a sinistra San Antonio e a destra la statua di San Francesco: i due “mostri sacri” dei Francescani. In mezzo al grande Barco dei Frati, sopra l’ingresso centrale, si nota un Crocifisso, forse eseguito da Andrea Verrocchio, con la “Vergine Donna” e San Giovanni.


Un secolo dopo, nel luglio 1581 il Guardian Grando Fra’ Domenico Carli dichiarò fra le altre cose al Visitatore Apostolico Lorenzo Campeggio: 

“ … Fratres eiusdem monasterii, comprehensis Sacrae Theologiae magistris, baccalaureis, aliis fratribus novitiis, et aliis de familia ipsius conventus centum in totum existere …”

Da una nota di spesa tratta dai Libri dei Conti della Ca’Granda dei Frari, si evince che fra 1506 e 1520: “ … si spendevano lire 1 e soldi 10 per il vin bianco e il prete che cantava in coro, e lire 10 per vin bianco e nero per la messa e dato ai cantori del coro in più volte ...”


1514: fu sepolta in chiesa ai Frari, con tutti gli onori: “… una honorata et nominata meretrice” conosciuta col nome di “Anzola chaga in calle”.


1517 concessione e committenza di Nicolo’ fu Silvestro Valier per la Cappella della Purificazione prima dedicata a San Bernardino. Sul finire dell’anno siccome si riparlava di nuova Crociate, come riporta il diarista della Serenissima Sanudo:

“… in Colegio vennero molti Frati di San Francesco della Cha Granda, per certi danari di la Cruciada ...”


1521 agosto 2 la Badessa di Santa Chiara, nobildonna di 106 anni accompagnata da 6 monache Francescane Conventuali, apparve di fronte al Collegio della Serenissima. Le sorelle protestavano per il fatto, secondo il diarista Sanudo “… che per le monache Observanti non li era dato el suo viver e crepavano di fame, cossa da non poter suportar …” Le monache erano accompagnate da alcuni parenti e dal Guardiano Grando Magister Germano della Ca’ Granda dei Frari.


Otto anni dopo, si destinarono 300 ducati ad alcuni conventi e monasteri selezionati dal Collegio Ducale della Serenissima, fra cui la Ca’Granda dei Frari, in cambio di preghiere per tre giorni consecutivi per il benessere dello Stato.


1549 morì Girolamo Pesaro di Benedetto, che chiese per testamento la sepoltura nella cappella di famiglia nella Sacrestia della Ca’Granda con monumento di fronte a quello del padre. Chiese anche il privilegio di essere sepolto con l’abito dell’ordine dei Frati Mendicanti Francescani e di celebrare delle messe ad Assisi per la sua anima. Fece dei lasciti a molte chiese francescane di Venezia oltre alla Ca’ Granda dei Frari: Santa Maria Maggiore, Santa Chiara, Santa Croce, Santo Sepolcro e Santa Maria dei Miracoli dedicata all’Immacolata Concezione. Il figlio di Girolamo: Benedetto offrì per gratitudine 25 ducati in elemosina alla Ca’Granda dei Frari.


1550 si registrò la presenza di 110 Frati nella Ca’Granda dei Frari, con la presenza di Antonio Barges come maestro di musica di Cappella. Solo la Ca’Granda possedeva una Cappella Musicale oltre a San Marco, chiesa Dogale.


1564 il Convento della Ca’Granda spendeva 18 ducati annui per l’organista e 12 ducati annui per il Maestro di Cappella per insegnar a cantare ai Frati e ai Fratini, e come suo salario di cantar in chiesa. Spendeva inoltre 20 ducati per cantori e strumentisti per le feste dell’Assunta e di San Francesco, Natale, tutta la Quaresima e tutte le feste di Pasqua. Si davano 12 ducati annui al campanaro “ … per sonar campane, governar l’orologio ealzar i mantesi dell’organo”.


Negli anni ’70 del 1500, l’astronomo danese Tycho Brahe scoprì in Cielo una nuova Stella. Sorprendentemente l’Universo Celeste non era immutabile come si credeva, ma “ … vivo, mutevole e cangiante”.

Stava iniziando un’imponente polemica storico-religioso-politica.


Intanto la Ca’Granda dei Frari si arricchì di ben tre chiostri lungo il cui perimetro sorsero il Refettorio estivo e quello invernale dei Frati, e una nuova Sala Capitolare. Il più chiostro più bello e grandioso era quello della Trinità, seguito da quello di Sant'Antonio, e da quello piccolo di San Niccolò della Lattuga a cui era annesso un vastissimo orto, che vendeva i suoi prodotti anche al mercato di Rialto. Il Chiostro della Trinità era chiamato anche Chiostro Pubblico o Chiostro dei Morti, ed era aperto alla popolazione delle vicine contrade che attingeva l'acqua dal pozzo. Quell’acqua venne utilizzata per uso domestico fino a dopo la seconda guerra mondiale. Nei Chiostri si iniziò ad ospitare le sedi di alcune delle numerosissime Scuole di Arti e Mestieri o Confraternite di Devozione sparse per tutta Venezia. Fin dal 1261 vi trovò spazio la Scuola della Madonna e di San Francesco dei Mercanti. Dal 1435 la Scuola della Beata Vergine e di San Giovanni Battista riservata ai Mercanti Fiorentini e quella di San Ambrogio e san Giovanni Battista dei Mercanti Milanesi. Quattro anni dopo i Frati ospitarono la Scuola di San Antonio da Padova, che divenne con la Scuola della Passione, una delle più importanti e famose Confraternite dell’intero Veneto. Nel 1443 arrivò la Confraternita di San Lodovico, e dieci anni dopo la Scuola di San Bernardino. Nel 1498 fu il turno della Scuola dell’Immacolata Concezione, nel 1563 quello della Scuola e Sovvegno di Santa Maria della Neve e della Scuola del Salvatore dell’Arte degli Spezieri da Medicine.  A metà del 1600 la Ca’Grande ospitò il Collegio dei Medici di Venezia, dal 1660 il Sovvegno dell’Immacolata Concezione dei Lavoranti Pistori, e nel 1666 il Suffragio degli Agonizzanti del Santo Nome di Gesù. Dal 1728 trovò sede la Scuola dei Chirurgi, mentre l’anno prima giunse la Compagnia di Ognissanti dei Cassellanti, e si ospitò pure la Corporazione di Mestiere di San Michele dei Pignatteri, Vasai e Boccaleri. Un andirivieni formidabile di usi, costumi, persone, lavoro, socialità, soccorso pubblico e devozione.

In quei chiostri passò intorno al 1592 anche Galileo Galilei, “Il Messaggero delle stelle”,  proveniente da Pisa e residente a Padova dove insegnò matematica, meccanica, astronomia e architettura militare. In Venezia e soprattutto fra le mura della Ca’Granda ferveva la curiosità e la passione per la conoscenza “dei mondi ulteriori delle Stelle”, che si scopriva essere ben diversi da quanto si era fino ad allora creduto. Esisteva “un Oltre e dell’Altro” da scoprire e conoscere al di là della conoscenze classiche ufficiali e limitate, era una sorta di sfida che si giocava nelle menti degli intellettuali e fin su in cima al campanile della Ca’Granda. L’Inquisizione di Venezia e soprattutto di Roma non gradirono tutto quel pensare che rivoluzionava il “sapere certo” di cui la Chiesa si considerava l’unica depositaria incontestabile. Per difendere quella “sua verità”, la Chiesa non badò a spese, e soprattutto non lesinò denunce, processi, torture, condanne e roghi.

Ma ormai era cosa certa. Dai giorni del Rinascimento, l'uomo non fu più considerato centro del mondo, né si credette più che tutto l'Universo ruotava intorno a lui e alla Terra. L’immagine cosmica della Terra immobile circondata dall’aria e dal fuoco, con Sole, Luna e Pianeti che le giravano intorno non contò più nulla. Il mondo delle Stelle non fu più considerato immutabile, e di certo non conteneva più “quell’Aldilà” in cui si doveva trovare “la dimora di Dio e dei Santi Beati”. La terra girava su se stessa, e girava anche intorno al Sole. Erano idee rivoluzionarie, considerate insieme blasfeme e capaci di procurare rovina e morte a chi le professava apertamente. Infatti, Copernico pubblicò le sue idee solo nel 1543, l’anno della sua morte, presentandole solo come ipotesi.
Galileo Galilei presente a Venezia, confermò, invece, ampiamente con le sue osservazioni le intuizioni scoperte di Copernico, rivoluzionando le certezze di una tradizione millenaria seguita fin dai tempi dell’antico Aristotele.

Così scrisse Galileo all’astronomo tedesco  Kepkero.

"Da qualche anno mi sono convertito alla dottrina di Copernico. Grazie a questa, ho scoperto le cause di un grande numero di effetti naturali che confermano le sue ipotesi. Ho scritto su questa materia molte considerazioni che fino ad oggi non ho osato pubblicare …"



La storia racconta che a Venezia l'Inquisizione, con sede proprio nella Ca’Granda dei Frari, arrestò il filosofo Domenicano Giordano Bruno Giordano, che estradò a Roma dal Papa e dal Cardinale Bellarmino. Questi gli imposero di abiurare le sue affermazioni, e di fronte al suo rifiuto lo dichiararono eretico e lo bruciarono giusto nell'anno 1.600. La sua colpa principale era quella di considerare Dio come l'intelligenza dell'Universo inteso come mondo infinito in cui le Stelle erano tanti Sole circondati da pianeti abitati come la Terra.


Nel 1604 apparve un’altra nuova stella nella costellazione del Sagittario, che attirò l'attenzione degli astronomi di tutto il mondo. Galileo osservò e studiò a Venezia la nuova stella, e manifestò le sue idee incontrando personalità e amici di tutta Europa durante le feste e i ricevimenti tipici del mondo della Serenissima. L’Inquisizione di Venezia lo denunciò subito, accusandolo di non frequentare la chiesa, di avere una vita dissoluta, di non vivere da sposato convivendo con una veneziana da cui aveva avuto tre figli. Galileo Galilei stava diventando un buon candidato per i processi e il rogo, ma la Repubblica di Venezia lo protesse efficacemente dall'Inquisizione, anche perché il Senato intuiva l’utilità militare delle sue scoperte.



Nel 1609 a Venezia, probabilmente “ … nei luoghi dei circoli sapienti e curiosi della Ca’Granda dei Frari …”, Galileo scriveva.


"… Da circa dieci mesi si è sparsa a Venezia la notizia, che era stato presentato in Fiandra un occhiale fabbricato in modo tale che faceva sembrare molto ravvicinati gli oggetti più lontani. Questo effetto mi sembrò così meraviglioso che ne feci il soggetto delle mie riflessioni: l'apparecchio doveva fondarsi sulla scienza della rifrazione. Dopo diverse prove, non guardando né alla fatica né alla spesa, sono arrivato a costruire uno strumento che ingrandisce di otto volte gli oggetti. Al profondo stupore di Sua Signoria e del Senato di Venezia tutto intero, ho fatto la dimostrazione del mio occhiale. Numerosi senatori, malgrado la loro età, sono saliti sui più alti campanili di Venezia. Attraverso l'occhiale, hanno scoperto dei vascelli che non sono apparsi ad occhio nudo che due ore più tardi. Applicando un occhio contro l'occhiale e chiudendo l'altro, ciascuno di noi ha visto distintamente le cupole e la facciata della chiesa di Santa Giustina di Padova …"


L’anno dopo, Galileo Galilei definito “lo Studioso della verità”,continuava a scrivere stando a Venezia



"… La Via Lattea non è nient'altro che un ammasso di Stelle innumerevoli raggruppate in piccoli mucchi ... Il sette gennaio del corrente anno 1610, alla prima ora della notte, mi si presentò Giove ... Mi sono accorto che c'erano quattro stelline poste vicino a Giove, quattro pianeti che dall'inizio del mondo fino ai nostri giorni non erano mai state visti. Il giorno seguente trovai le stesse stelle disposte in maniera assai differente ... Nessuno può dubitare che esse descrivano un'orbita intorno a Giove ..."



Intanto continuava a dimostrare la presenza nel Cielo di “ … stelle, strade e vie inimmaginabili … perché il Cosmo non ha confini … “, e pubblicò le sue scoperte nel libro-studio: “Sidereus Nuncius”, che vendette in pochi giorni cinquecento esemplari.



"Abbandonando le cose della terra, mi sono portato verso l'esplorazione del cielo. Sono stato sorpreso di vedere che sulla Luna il limite tra l'ombra e la luce è molto irregolare. Il suolo lunare è, come la superficie de la terra, disuguale e accidentato. Contrariamente a ciò che ha creduto una armata di filosofi, la Luna non è un corpo celeste perfetto …"



I filosofi della vecchia scuola negavano l'esistenza di montagne sulla Luna, perché contraddicevano la sua natura perfetta, tipica di ogni corpo celeste. Giunsero perfino a mettere in discussione “la verità” mostrata dal cannocchiale.


"… Che questi signori possano credere che c'è nel mio occhiale qualche trappola ingannatrice, mi pare veramente una cosa sorprendente. La fabbricazione e la teoria di questo occhiale dipendono dalla conoscenza Matematica delle leggi di rifrazione che io insegno".


Alla fine, Galileo Galilei lasciò Venezia e l'Università di Padova  perdendo la preziosa protezione della Repubblica di Venezia. Proseguì le sue osservazioni a Firenze scoprendo anche le fasi di Venere, simili a quelle della Luna. Neanche immaginava che cosa lo aspetterà a Roma, e quali traversie e umiliazioni personali e intellettuali avrebbe dovuto affrontare a causa del Papa, del Cardinale Bellarmino e dell’Inquisizione. Trovò un po’ di quiete solo in età tardissima, sopravvivendo a minacce di tortura, angherie, ritrattazioni, sequestro dei suoi libri, processi e tutto il resto.


Tornando alla Ca’Granda dei Frari a Venezia …  Il 6 maggio 1631, venne condannato un frate al bando a vita, e in seguito detenuto nelle prigioni dei Capi dei Dieci della Serenissima, ed espulso in perpetuo dall’Ordine dei Francescani dal Commissario della Provincia di San Antonio. Secondo la denuncia di alcuni Conventuali della Ca’Granda dei Frari:


“ … il frate per compiere un furto sacrilego aveva rotto un muro nella chiesa dei Frari, ed era entrato in Sacrestia, dove aveva rubato tre calici di gran valore. In seguito li aveva battuti e fusi e tentato di venderli per soddisfare i suoi immoderati piaceri. L’aveva aiutato un diacono, che portava armi sotto l’abito da prete, e avevano svaligiato anche tutte le stanze del convento, e rotto la cassetta delle offerte della Madonna del Pianto … Inoltre, i due convivevano con meretrici e spesso assaltavano armati gente secolare per soddisfare le loro diaboliche intenzioni, procurando uno scandalo enorme ...” 


Nell’agosto 1635 il Generale dei Frati Conventuali supplicò la Signoria Serenissima di provvedere alla riduzione del numero degli studenti e dei lettori residenti nella Ca’Granda dei Frari, perché erano eccedenti alle possibilità di mantenerli nel convento.

Fra 1650 e 1718, fra i 106 Frati presenti negli spazi della Ca’Granda, visse il Frate Conventuale Vincenzo Coronelli: Cosmografo ufficiale della Repubblica, autore di atlanti, carte, globi, ideatore dei Murazzi del Lido e di Pellestrina, storico con in mente di redigere un’Enciclopedia Universale in 45 volumi di cui editò solo i primi sette.Verso il 1708 pubblicò una serie di quindici immagini della Ca’Granda, che furono inserite nel volume Singolarità di Venezia”. Coronelli fu anche Generale dell'Ordine dei Minori Francescani, oltre che Guardian Grando della Ca’Granda dei Frari, dove fondò l’Accademia degli Argonauti, e attivò un atelier tipografico e d’incisione.

Giunto il 1660,Padre Nuti scrisse per la Ca’ Granda dei Frari: “Diario veneto o storia della Magna Domus dalla fondazione al 1660”di cui una copia all’inizio del 1800 si conservava ancora nella Biblioteca dei Camaldolesi di San Michele di Murano. L’anno dopo, secondo le “Redecime del Monasterio de Santa Maria di Fra Minori della Ca' Grande dei Frari”, il convento possedeva una rendita annua di 197 ducati provenienti da soli immobili posseduti in Venezia.


Nel dicembre 1665, Padre Agostino Maffei lasciò ducati 1.333 dei suoi averi di famiglia per eseguire lavori in chiesa e restaurare l’organo della Ca’Granda dei Frari.


Nel 1689 fu fatto erigere da Padre Giuseppe Cesena il pozzo, con la statua di San Antonio nell’omonimo chiostro.


Saltando fino al 1712, il convento possedeva una rendita annua di 520 ducati da immobili posseduti in Venezia. Padre Antonio Pittoni fece innalzare nel Chiostro della Trinità da Giovanni Trognon il pozzo monumentaleornato da varie statue scolpite da Francesco Penso detto Cabianca. Fu forse l’ultimo gesto artistico prestigioso realizzato nel grande complesso della Ca’Granda. Poi iniziò una lenta stagione di declino scandito da mille dettagli curiosi “al ribasso”, che sfocerà nello sfacelo Napoleonico.


Il 22 luglio del 1732, un religioso si offrì di imbiancare tutta la chiesa a sue spese e nell’occasione togliere tutte le numerose tombe pensili e rimuovere un vecchio organo inoperoso e prominente. Allo stesso proposito, fra 1732 e 1796, si costruirono due organi ai lati del Barco del Coro della Ca’Granda. Quello di Giovanni Battista Piaggia a sinistra, e quello dell'estense Gaetano Callido a destra. Alla fine del decennio  Il convento possedeva ancora una rendita annua di 707 ducati provenienti da soli beni immobili posseduti in Venezia.


Fra 1750 e 1754, dopo che il convento subì dei grossi danni, gli edifici che circondavano i due chiostri furono rifatti o restaurati dall'architetto Bernardino Maccaruzzi, che restaurò anche il campanile.


Aria di novità il 24 aprile 1754: “… termine 30 giorni, possessori delle arche e depositi esistenti né plaustri del convento di Santa Maria de’ Frari, presentino li loro titoli al nodaro del Magistrato. Spirato detto tempo, e non comparso alcuno, siseno terrate le arche e levati li depositi. Né muri sieno poste piccole lapidi con le antiche iscrizioni incise ne’ depositi … arche suddette sieno otturate, li depositi levati, sieno poste nel muro le lapidi …”


A seguire, nel 1778 vennero atterrate altre arche e depositi nel chiostro dei Frari dalla parte della chiesa, e della chiesetta della Madonna del Pianto. Il 9 aprile ed il 25 maggio il murer Mazzoni Giuseppe rilasciò due perizie per la traslazione di arche tombali per la spesa di 1.030 ducati, e per il restauro del refettorio e dei locali adiacenti per la spesa di 2.430 ducati. Per lo stesso motivo l’architetto Maccaruzzi Bernardino rilasciò una perizia ed una scrittura  per una spesa di 2.600 ducati.

Del 1778-1783 sono una serie di scritture del Perito Caccia Ignazio per uj altro restauro del convento dei Frari, del Proto Maccaruzzi Antonio per il restauro di convento, campanile e chiesa per ducati 18.800 e ducati 11.000, del Perito Cerato Domenico per il restauro del convento e  campanile per ducati 20.470. Un mare di debiti … perciò i Frati della Ca’Granda sollecitarono Girolamo Corner a pagare le rate e le pendenze di un legato del suo antenato Pietro Marcello stipulato nel 1533. Negli stessi anni, Francesco Merlini si offrì di restaurare i due organi del “Barco dei Frati”, ma il Capitolo decise “… per ora accordarli, spolverarli ed accomodare i mantici e niente piu’…” e questo perché i Frati mancavano incredibilmente di fondi.

La Ca’Granda detta anche Santa Maria Maggiore dei Frari in Venezia ospitava ancora 80 frati, e nella Chiesa si contavano 18 altari compresi quelli del Chiostro e della Sacrestia.

Il 18 luglio 1779, Elena Querini raccontò nelle sue lettere.



“… questa mattina cadette dall’alto al basso il refettorio de’Padri dei Frari della Ca’Granda … Fortunatamente non mori’ persona ad anzi prodigiosamente si salvarono tutte le maestranze che vi lavoravano perché un manovale vidde a cadere una tavela, si accorse del precipizio, averti’ i lavoranti che tutti si allertarono ed incontinente precipito’ tutta quella parte …”


Il Senato incaricò subito l’architetto Maccaruzzi di restaurare la sala per destinarla però ad altre funzioni, compreso l’affittarla a terzi per finanziare il convento in crisi economica.


E arrivò la fine di Venezia Serenissima con l’arrivo della disgrazia dei Francesi e Napoleone.


Nel 1796, per non destar sospetto e mantenere un certo riserbo, il Procuratore Francesco Pesaro fece funzioni di Conferente  cioè d’intermediario fra la Legazione Francese ed il Governo Veneziano assieme a Pietro Zen che aveva la stessa carica presso il Ministero Imperiale, ritrovandosi nella portineria del convento degli Scalzi o in una stanza del Convento della Ca Granda dei Frari.

Nel 1797, la Biblioteca di Santa Maria dei Frari contava più di 5.000 volumi. Una delle Guide di Venezia dell’epoca: “Il Forestiere Illuminato” descriveva così la Ca’Granda dei Frari. “ … Il convento della Ca’Granda dei Frari è molto ampio, e questi Padri hanno di fresco eretta una libreria ricca di ottimi e squisiti libri ...”


Sembra inoltre che la biblioteca della Ca’Grande dei Frari possedesse 6.000 volumi in gran folio legati quasi tutti in pergamena alla olandese.


Nel saccheggio Napoleonico del 1810, le biblioteche dei conventi e monasteri passarono in proprietà al Demanio. Alla Ca’Granda dei Frari, i Francesi devastatori trovarono 4.231 libri. I migliori 151 finirono alla Biblioteca Marciana assieme a un manoscritto. Ma molti libri e manoscritti famosi e di pregio erano già stati rubati, nascosti o venduti dagli stessi Frati della Ca’Granda per non darli in mano ai Francesi. Altri 85 libri furono donati al Collegio di Marina di Venezia, 24 libri alla Società Medica di Venezia, 89 libri alla Direzione Generale della Pubblica Istruzione di Milano sezione di Storia d’Italia, 24 libri alla Direzione Generale della Pubblica Istruzione di Milano sezione di Lettere, 9 libri alla Direzione Generale della Pubblica Istruzione di Milano sezione di Filosofia, 159 libri al Seminario di Venezia, 10 libri al Seminario di Concordia, 60 libri al Seminario di Chioggia, 19 libri al Seminario di Comacchio.  Infine, l’8 aprile 1814, 3.600 libri furono venduti come scarti assieme ad altri 14.000 della Salute e 3.111 di San Clemente in isola, a un certo Vianello per stimati 9.745 lire poi pagate 13.000 per volumi 20.611. Altri 59 e poi 22 libri dei Frari in francese e latino furono venduti in precedenza a un certo Giovanbattista Cavallini.


Il 16 maggio 1797, con la capitolazione della Repubblica di Venezia, entrarono in città le truppe francesi. Tutti gli ambienti del convento della Ca’Granda dei Frari furono occupati dai soldati, che vi si accamparono dopo aver cacciato i Frati. Qualche anno dopo, durante la seconda occupazione francese di Venezia, tutto il complesso della Ca’Granda dei Frari fu definitivamente incamerato dal Demanio con tutto quanto conteneva.
L’antica elegante sala gotica del Capitolo dei Frati della Ca’Granda venne intaccata: la tomba del Doge Giovanni Gradenigo del 1356 venne distrutta, e le spoglie gettate alla rinfusa nell'isola ossario di San Ariano dietro all’isole di Torcello, assieme ad altre ossa provenienti da altre chiese soppresse, depredate e distrutte. L'urna vuota del Doge Francesco Dandolo e la lunetta dipinta da Paolo Veneziano andarono a finire al Museo del Seminario della Salute. La sala venne trasformata e resa irriconoscibile, divisa in tre locali e tagliata a metà da un solaio in legno per ricavare altri spazi per il nuovo Archivio di Stato, che la destinò a Sala dei Testamenti.

Fra 1801 e 1808 quell’area del Sestiere di San Polo subì notevoli trasformazioni. Venne interrato il Rio di San Tomà, che separava il complesso dei Frari dalla Contrada di San Stin e da San Giovanni Evangelista, e sulla strada sorta dall’interramento del canale sul fianco della Ca’Granda, si costruì la facciata monumentale d’accesso all'Archivio di Stato.

Il 25 aprile 1810 un decreto Napoleonico soppresse altri 14 conventi-monasteri: i Gesuati sulle Zattere, i Cappuccini del Redentore alla Giudecca, i Somaschi della Salute, i Camaldolesi a San Michele di Murano, i Serviti a San Giacomo alla Giudecca, i Minori Conventuali della Ca’Granda dei Frari, i Filippini della Fava, i Carmelitani Scalzi, i Teatini di San Nicola da Tolentino, i Riformati di San Bonaventura a San Alvise, gli Eremitani di San Clemente in isola, i Domenicani di San Giovanni e Paolo, i Camaldolesi di San Mattia di Murano,e i Girolamini di San Sebastiano. Le loro biblioteche passarono al Demanio, si salvarono solo gli Armenidell’isola di San Lazzaro.

In seguito, dal 1810 al 1813 si abbatté la vicina chiesa di San Stin prete.

Inoltre, sotto le nove imponenti absidi della Ca’Granda dei Frari si estendeva parte del cimitero della Ca’Granda. Napoleone istituì il“Nuovo Cimitero Generale di Venezia nell’isola di San Michele” nel quale dovevano essere sepolti  i nuovi morti e raccolti tutti quelli inumati in precedenza nelle chiese della città.
Dal 1826, su quel terreno liberato dai morti, il Demanio fece costruire alcune modeste casette a ridosso di tre absidi e della Sacrestia della Ca’Grande. All'Archivio di Stato servivano ulteriori spazi, perciò si sfrattò mettendoli in quelle casupole, il parroco dell'epoca: don Pietro Pernion e i vecchi Fabbriceri della Ca’Granda. Fortunatamente vennero demolite negli anni 1901-02.

Nel febbraio del 1807, il Guardiano Grande della Ca’Granda Angelo Maria Ridolfi scriveva così al Prefetto di Venezia.


“… i Frati Conventuali dei Frari sono senza sostanze e senza beni, senza assegnamento pel culto e più senza pensione per il necessario quotidiano vitto …”


Come risposta, qualche anno dopo la comunità religiosa dei 40 frati fu sciolta, e il convento venne adibito a caserma. La chiesa divenne parrocchia affidata a preti diocesani del Patriarca, raggruppando e unificando il territorio e le anime delle vecchie soppresse parrocchie delle antiche contrade vicine di San Stincon 980 persone, San Tomà con 900 persone, San Polo con 2.000, San Agostin con 800, San Boldo con 500. Nell’occasione si voleva anche smantellare il “Barco del Coro dei Frati”.


“… volendola parrocchia converrebbe demolire il coro che sta in centro della chiesa …”


La popolazione della Parrocchia dei Frari diventò così di 5.200 persone, e usufruì di lire 1639,17 fra redditi fondiali e redditi di stola.

Nel 1815, quel che restava dello sconquassato ex Convento della Ca’Granda dei Frari, venne trasformato in Archivio di Stato, dove si concentrò l'enorme raccolta di documenti dell’antica storia della Serenissima Venezia da prima dell’anno 1000 fino alla sua caduta alla fine del 1700.


Alla visita del Patriarca Pirker nel 1821 si notò che la neoparrocchia dei Frari aveva una popolazione fra le 5.200 e 6.000 anime di diversa condizione, le vicine chiese di San Stin e San Agostino erano chiuse e quasi demolite, esistevano alcuni Oratori di privati: presso il Vicario, presso le monacheCorner, Gradenigo e Briatied alcune Cappuccine, presso le famiglie Barbarigo, Del Tull, Donà, Grimani, Molin, Persico, Pisani, Renier, Sanduo, Tiepolo, Zen, Antippa, Fontana, Gariboldi, Imberbi, Ransanicci, e Revedin.

Ciò nonostante, ruotavano intorno a quel che restava dell’antica Ca’Granda: 42 sacerdoti e 3 chierici. Le rendite della “Fabbrica” erano in grave sbilancio con entrate per 15.187 franchi ed uscite molto superiori. Si celebravano comunque 4.029 messe perpetue di cui 2.160 di pubblica sovvenzione, 5 esequie-anniversari e 5.000 messe avventizie l’anno.


Trascorsi e cambiati i tempi, nel 1825 il Crocifisso Miracoloso, mutilato e ridipinto, fu collocato in disparte sopra una porta laterale della chiesa.


1836 la popolazione della Parrocchia dei Frari totalizzava 5.800 persone. Quattro anni dopo un fulmine colpì la copertura del campanile, che venne rifatta, mentre si restaurò numerose volte la Cappella Corner.


Nell’ottobre 1861 Venezia venne frammentata in Decanie. Quella di San Silvestro, guidata dal parroco Tessarin dell’ex Ca’Granda, detta ora solo “Frari”, comprendeva tutta una serie di antiche contrade e parrocchie coagulate e unificate fra loro, cancellando la loro tipicità, autonomia, autosufficienza e originalità. Si trattava delle ex contrade diSan Silvestro, San Simeon, San Cassian, Santa Maria Graziosa dei Frari, San Jacopo dell’Orio, San Nicola da Tolentino.


Il 4 aprile 1867, al parroco Antonio Tessarin dei Frari vennero sequestrati tutti i beni residui della Ca’Granda in cambio di una Congrua-assegno annuale di 700 lire. Dovette rinunciare alla proprietà di 4 case con botteghe nella zona di San Polo, e alla proprietà di altre 3 case sempre in zona San Polo-San Agostin. In seguito, sempre lo stesso don Antonio Tessarin Parroco dei Frari, fu fra i firmatari di una petizione all’Austria per far abolire la Commissione per la gestione degli ex beni Capitolari ed ecclesiastici ridotti ormai ad un terzo dell’originale.


Dieci anni dopo, cedettero le fondazioni del campanile, che venne restaurato in fretta e furia.


Nel 1885 il Parroco informò il Patriarca che fra i 5.000 abitanti dei Frari si notavano 2.100 inconfessi e 4.000 anime da Comunione.

Nel corso dell’ultimo secolo e l’inizio del seguente, chiesa e campanile vennero più volte sottoposte a radicali interventi di restauro per garantire staticità e ripristino dello splendore artistico.


Nel 1922 ritornarono i Frati Minori Conventuali. Dal 1962 al 2006 gli abitanti e il numero delle famiglie dei Frari scesero progressivamente sotto le 5.000 unità, poi 3.800 e fin sotto le 2.757, distribuite fra le 1.459, e poi 1.000 e ancor meno famiglie. Anche la Parrocchia dei Frari langue e si spopola insieme a tutta la città lagunare.

Dell’antica Ca’Granda dei Frari si sono perse le tracce e la memoria ...  Quasi come un sussulto dal passato, nel 2012,  un certo Stefano Dei Rossi ha pubblicato un romanzo: “UN NIDO” sulle numerose vicende misteriose e fantasiose accadute un tempo nella Ca’Granda dei Frari.



Ma si tratta solo di “un fragile sussulto quasi silenzioso … un fremito proveniente dal tempo andato ...”


“ SAPRESTI RICONOSCERE QUESTA CHIESA VENEZIANA ? ”

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“Una curiosità veneziana per volta – n° 38”


“ SAPRESTI RICONOSCERE QUESTA CHIESA VENEZIANA ? ”


Solo le stelle rimangono immobili, sempre le stesse … anche se non è proprio così neanche per loro. Di certo noi, “di sotto al Cielo”, siamo molto cangianti e transitori. Il tempo inesorabile spazza via e cancella buono e cattivo, lasciando solo pallide tracce e rovinose macerie.


Basta un pugno di anni di dismissione e abbandono di certi luoghi, che il posto decade e si trasforma vestendo presto il volto dello squallore.

Qualche giorno fa, per un colpo che considero fortunato, ho rivisto una chiesa di Venezia chiusa e dismessa da almeno trent’anni se non di più. Entrandovi, sembra vi sia esplosa dentro una bomba, e vi si sia istallato a viverci “Sjor Squallore”. L’impressione è davvero sconfortante, si prova l’impressione d’entrare davvero in un luogo morto, oltre che rovinoso. Una specie di capsula temporale mangiata dal tempo e dimenticata dagli uomini. Eppure di cose e di storie ne sono accadute lì dentro … tantissime.


Quando si chiudono ambienti di questo tipo, fino a ieri frequentati e vissuti, incomincia a calare la polvere. Quella è la prima novità, il primo affronto, e tutto si coprirà sempre più di uno spesso mantello bianco impalpabile, che diventerà sempre più consistente e vistoso. A questo si aggiungerà il disordine progressivo, perché non ci sarà più nessuno che ricollocherà le cose al proprio posto mantenendo la solita armonia di quel luogo.


In seguito, il posto verrà privato ad ondate progressive delle cose che contano e valgono. Spariranno i calici, gli argenti, le decorazioni di valore o perlomeno considerate tali. Apparirà così qualche buco e vuoto in quella che era la scenografia completa del solito ambiente vissuto e frequentato. Accadrà poi uno smantellamento progressivo di tutto quello che si considererà prezioso o perlomeno riciclabile, o almeno da rimuovere sottraendolo all’uso di mani profane e inabili alle cose religiose. In questo contesto spariranno le suppellettili sacre, i libri, gli oggetti e i paramenti liturgici dei riti. Una parte verrà collocata in deposito altrove, in qualche chiesa vicina, o presso qualche monastero di monache, o affidata alle nuove chiese, o rifilata nel magazzino di qualche museo diocesano. Un’altra parte di solito, quella meno preziosa, finirà per essere alienata progressivamente da visitatori e mani invisibili, che la collocheranno nel circuito anonimo degli antiquari e dei mercatini della città. 

Spesso sono persone “di casa” considerate affidabili e di fiducia, che attivano questo scempio, facendo man bassa di tutto quel che possono arraffare. Parenti di preti, conoscenti, opportunisti delle parrocchie limitrofe, cacciatori d’occasioni e di arrotondamenti facili. Esiste tutta una gamma di persone del genere, che è inutile fingere non esistano, perché ogni volta capitano puntuali come sciacalli sulla preda di turno.

A chi non è capitato di ritrovare sulle bancarelle di Venezia pezzi sparsi di scarso valore e d’ignota provenienza, con ancora nome e cognome della chiesa o dei preti scritto sopra ?


“Può capitare … “ è la spiegazione massima, che si potrà ottenere.


Fatto questo, rimarranno i muri e gli ambienti spogli, o perlomeno coperti dalle cose inamovibili o d’improbabile collocazione sui mercati. Chi vuoi che si compri una serie di “banchi di chiesa” o delle opere d’arte di autori famosi ? Così come rimarranno a disposizione delle “passate” progressive tutta una serie di materiali che via via si assottiglierà dopo ogni visita epurativa. Drappi, decorazioni, quadreria minore, lampade d’ottone qualsiasi, arredi di scarso valore, opuscoli e libri di devozione di uso comune ... e molto altro ancora.


L’abbandono e il disfacimento a questo punto è iniziato e avanzato. Ci penseranno intanto le intemperie, gli animali e l’incuria a procurare i primi guasti. Ci saranno le infiltrazioni piovane o dell’acqua alta, che nessuno provvederà presto a revisionare e risanare. Entreranno per le finestre contorte dal caldo-freddo e dall’umido, i gatti, i ratti, e i colombi, che imbratteranno e rovineranno progressivamente tutto quel che è rimasto. Potrà accadere anche che s’infiltri dentro a bivaccare qualche persona, che non si farà scrupolo, come è già accaduto, di svellere altre parti minuti, bruciare qualche panca per scaldarsi, riutilizzare in maniera impropria e a piacimento oggetti inizialmente destinati all’uso della chiesa. 

Tempo fa, ad esempio, un vagabondo entrato in uno di questi luoghi, s’è creato indisturbato una vera e propria capanna di legno confortevole, utilizzando gli arredi di chiesa rimasti, parti di confessionali e rivestimenti lignei e dossali delle pareti, la porta della cantoria  dell’organo, e altre cose simili ... Nessuno l’ha fermato né disturbato.


Nello stesso tempo potrà tornare utile anche rimuovere tutta quella parte metallica, che si potrà collocare agilmente presso un qualsiasi ferrovecchio, o venditore di minutaglia e bigiotteria. In questa fase spariranno i cancelletti, le balaustrate, le serrature, le maniglie, gli anelli, gli infissi e perfino le sbarre delle finestre, le catene dei lampadari, le spranghe e i catenacci delle porte ... Qualcuno è riuscito perfino a piazzare le lunghe corde delle campane.


Poi, potrà accadere, ma non è detto, un momento di sosta in questo declino degradante progressivo. Qualche “anima pia”potrà tentare il recupero e il riutilizzo degli ambienti, nel tentativo estremo di arginare la rovina incipiente. Dopo una sommaria pulizia, e forse un’imbiancata di qualche parte dei muri inumiditi, si riuscirà a riaprire brevemente il luogo, utilizzandolo come sede di qualche mostra di pittura, o di un ciclo artistico della Biennale d’Arte di Venezia, o affidandolo all’estro di qualche artista, fotografo, o magnate di passaggio.


Per far questo s’ammucchieranno alla rinfusa le poche cose rimaste in qualche magazzino o nella sacrestia della chiesa rovinosa. E lì rimarranno praticamente per sempre, ingrovigliate in un caos indescrivibile e inestricabile. Di solito, dopo la manifestazione la spaziosa aula della chiesa rimarrà deserta e vuota, magari con i resti degli allestimenti dell’ultima mostra a stridere con la loro incongrua presenza con lo stile artistico prevalente del monumento.


Passato un altro periodo d’assoluto abbandono prolungato, accadranno gli ulteriori danni pesanti dell’incuria e del tempo.  Inizieranno a cadere finestre e lucernari, cadranno intonaci e parti del soffitto, s’incrineranno travi portanti, sul vecchio pavimento, divenuto a gobbe, si apriranno buche, si sfonderanno le antiche tombe a volte aperte a caccia di chissà quali tesori nascosti, e marmi e decorazioni acquisiranno collocazioni insolite, innaturali. Vedrai la statua storta, il crocifisso pendulo, il quadro di poco valore della comunissima via crucis caduto a terra, con vetro sfasciato in mille frammenti sparsi ovunque, e qualche pala d’altare deposta per terra o distesa in un angolo.


Mi piace talvolta immaginare questi ambienti com’erano. Magari fino all’ultimo giorno in cui sono rimasti attivi, frequentati e aperti. Pensare solo per un attimo l’ora dell’ultima chiusura definitiva, quando si è andati a spegnere l’ultimo mozzicone di candela fumante, e sbarrare e chiudere a chiave per sempre il portone d’ingresso, facendo sferragliare i catenacci ancora unti.

L’ultima messa celebrata dall’ultimo prete, gli ultimi suoni di campana, l’ultima suonata dell’organo, le ultime vecchierelle che accorrevano a ogni “sbatacchio di chiamata”, l’ultimo sacrestano che ha aperto, curato e chiuso per sempre la chiesa.


Poi è iniziata quella penombra silenziosa sempre uguale, ed è iniziata a scendere la polvere, silenziosa anche lei, sempre più soffice e abbondante. Mentre i giorni si sono susseguiti uno dopo l’altro identici, la luce del giorno ha fatto il suo solito giro entrando dalle finestre di una parte,e via via giungendo a spegnersi dalla parte opposta filtrando attraverso i vetri rotti e opacati ... senza che entrasse più nessuno.


Da fuori si nota solamente la facciata smunta, sempre uguale a se stessa, racchiudente un qualcosa che la mente fatica sempre più a ricordare, o non ricorda proprio. Nel solito spontaneo pensare immagini che possa contenere ancora quel tesoretto, quell’impasto di ambiente vissuto e caldo, quell’alone di spiritualità silenziosa, quel posto di rito e devozione, quell’ordinato vissuta chiuso dentro la sera dell’ultima chiusura.


Finchè casualmente riesci a posarci dentro gli occhi, e ne scopri, invece, il desolante sconquasso e abbandono. Quel posto di un tempo non esiste più … e ti viene da chiederti se possa mai essere esistito.

Non ti resta che immaginarlo, ricostruirlo dentro di te assommando stralci di pagine, vecchie foto rare, pagine di storia, qualche vecchia stampa o dipinto se c’è ancora, notizie sparse nella miniera di cose veneziane vissute e molto spesso dimenticate.


Entrare in posti del genere suscita in me un senso di tristezza misto a nostalgia … e a un po’ di rabbia, perché sento che lì dentro è andato perduto un altro pezzettino di Venezia, tesoro preziosissimo inestimabile.


Forse ha ragione la vecchina con cui parlavo l’altro giorno.



“Venezia è una vecchia bella signora … ma piena di rughe e sdentata, che spesso lascia uscire da se un alito marcio di vita ormai vissuta …”


"BEPI DEL GIAZZO E GLI ARMENI A VENEZIA."

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“Una Curiosità Veneziana per volta – n° 39.”


“BEPI DEL GIAZZO … E GLI ARMENI A VENEZIA.”


Alcuni Veneziani spesso “fanno di ogni erba un fascio”, o finiscono per dire: “Tutto fa brodo ! “. Turchi, Ottomani, Ebrei, Persiani, Albanesi, Siriani, Greci, Armeni, Greci, Ragusei … sono riassunti nel termine: “i foresti”, e li considerano tutta gente dall’Oriente, come fossero tutti uguali, un tutt’uno inscindibile e omogeneo come fossero i Tre Re Magi.


“Son tutti mercadanti esotici … marinai e viaggiatori, foresti e signori d’Oltremare  …


Venezia nella sua storia è sempre stata cosmopolita, città aperta all’Europa, all’Africa e sull’Oriente, porto ed emporio dell’intero Mediterraneo. Luogo di scambi e incroci culturali che nel mercato e fra calli e campielli si sono amalgamati per secoli fino a diventare omogenei e condivisi nel labirintico microcosmo della città lagunare. Nei secoli a Venezia si sono mescolate come dentro a un grande Bazar, o una Kasbah orientale: vicende, storie , sapori, sapienze, costumi, notizie e persone creando impasti davvero singolari, colorati e preziosi di cui ancora oggi rimangono tracce seppure sbiadite.

Gli Armeni  a Venezia sono una di queste.


Sugli Armeni a Venezia si è già detto e scritto tutto e bene. Quel che si può aggiungere in punta di piedi è l’accenno a una fugace visita autunnale a quelli che sono gli spettacolari tesori rimasti in laguna come segno del loro secolare passaggio.

Siete tutti a conoscenza della storia e delle vicende del popolo Armeno. Una cultura antica, vicende storiche intrecciate, un popolo fiero sparso in un’area dell’Asia. Sono stati un popolo presente e attivo nell’Alta Mesopotammia e nel Caucaso Anatolico fin da tempi antichissimi. Le loro tracce d’origine si vanno a perdere e vanno cercate fino a una decina di secoli prima di Cristo. A loro sono collegati nomi quasi mitici come: Urriti, l’Ararat con le sue montagne e leggende, Dario e i Persiani, Bisanzio, e le dinastie dei Seleucidi e degli Artassidi. Poi accadde tutto un passaggio di mano, con le varie conquiste dei Romani e infine la diaspora e la sofferenza storica di questo popolo davvero particolare.


Venezia nei secoli ha accolto i mercanti Armeni e questi non sono andati più via, e sono ancora qui dopo secoli rivestiti di venezianità definitiva. Venezia non li ha cambiati, ma li ha assorbiti facendo proprie quelle caratteristiche essenziali ed austere, quasi ruvide e massicce, che caratterizzano l’espressione artistico-spirituale visibile ancora oggi in Armenia.


Seguendo l’input imbastito da un’amica appassionata di amicizia e viaggiare, abbiamo percorso un “trittico degli Armeni”estemporaneo di visita niente male, che in poche ore ci ha permesso d’immergerci come in una fiaba, dentro a un mondo sapiente, ricco, ardito, spirituale, economico e tipicamente veneziano. Un altro angolo di Venezia, sempre colma di tesori e tesoretti nascosti, che non si termina mai di riscoprire e gustare. Passano gli anni, e non riesco ancora ad esaurire di conoscere e vedere le tante cose e realtà curiose che Venezia contiene e nasconde nel suo territorio, nella laguna, nella sua storia e nella sua densa cultura.


Venezia rimane uno scrigno antico e nuovo di gioie uniche, originali, preziose, come quelle che cercavano, trattavano, vendevano e conservavano i Veneziani Mercanti di un tempo. Noi mercanti non siamo purtroppo, ma ci accontentiamo di buttarci dentro lo sguardo sempre curioso e mai sazio.


Il “trittico Armeno”è presto detto e descritto, e consiglio a chiunque di provare a visitarlo e percorrerlo, magari nella sua interezza assaporando anche il fascino profondo di un Rito Armeno.
  • Prima tappa: Palazzo Zenobio in Fondamenta dei Carmini nel Sestiere di Dorsoduro.
  • Seconda tappa: la Corte, la Calle, la piccola Contrada e soprattutto la chiesa di Santa Croce degli Armeni.
  • Terza tappa: l’isola di San Lazzaro degli Armeni nel cuore della laguna di Venezia, a “due passi acquei” dal Lido, a tre passi dalla mitica Piazza San Marco, uno dall’isola di San Servolo, e uno e mezzo da quella di San Giorgio Maggiore.

I miei primi contatti con gli Armeni a Venezia risalgono a molti anni fa. Mi ha impressionato grandemente da studente-giovanotto il fatto d’aver incontrato alcuni giovani Armeni del Collegio Arafat ai Carmini e gli studenti novizi monaci nell’isola-convento di San Lazzaro in laguna. Padroneggiavano  con estrema disinvoltura da otto a dodici lingue, avete letto bene: otto-dodici,  mentre io combattevo con poca fortuna le mie quotidiane battaglie con Greco-Latino e uno spruzzo di Francese. Già l’approccio con l’Aramaico è stato per me un “amicizia” abortita presto.


E quelli invece a spadroneggiarle tranquillamente fra marmellata di rose e una cultura davvero vastissima e polivalente, che condividevano con chi incontravano con estrema cordialità. Per il resto erano giovani simpatici e moderni come tutti gli altri e come noi, anche se giocando a calcio tiravano certe “legnate  gratuite” sulle caviglie, poco amichevoli, che ricordo ancora oggi. Di certo gli Armeni non si sono mai risparmiati nell’aprirsi e dedicarsi alla cultura, e per lunghi anni a Venezia, fra isola e collegio, gli Armeni hanno forgiato e preparato con grande cura i “quadri politico-economico-spirituale” della loro presenza sparsa mondiale. Ne è derivata una congenie di persone argute e molto preparate, oltre che gentili e accoglienti, che da sempre operano con successo a livello planetario.


Ma partiamo dai Zenobio.


Gli Zenobio o Zanobi erano mercanti di origine Armena penserete ovviamente. E invece no. Il Palazzo Zenobio degli Armeni è stato acquisito dagli Armeni solo in epoca tarda. Gli Zenobio sono invece un’altra espressione, una fetta tardiva di quella che è stata la famosa nobiltà veneziana.  Solo dopo, gli Armeni hanno fatto loro e abitato fortemente quel grande palazzo trasformandolo in un Collegio unico al mondo nel suo genere, uno dei tanti però della grande catena dei centri di cultura sparsi dagli Armeni sull’intero pianeta.


I Zenobio o i Zanobi, erano mercanti ricchissimi, speziari, e prestatori di denaro di origine trentina o veronese ma forse Genovesi. Già nel 1587 ottennero l’investitura dai Provveditori di 2 feudi nel Veronese dove possedevano terre a Montorio e dichiaravano una rendita annua intorno agli 80.000 ducati. Nel 1647, divennero “Nobili per soldo” a Venezia (non per sangue e origine), ossia pagarono con Pietro Zenobio alla Serenissima una cifra di 100.000 ducati per ottenere in cambio il riconoscimento nobiliare. Un anno dopo essere stati aggregati al Patriziato Veneto, ottennero e acquistarono anche dal Duca Ferdinando il titolo di Conti del Sacro Romano Impero con signoria e giurisdizione sui territori di Monreale, Salorno, Enna e Caldivo situati in Tirolo.


Di Pietro Zenobio si diceva:


“… signore piu’ gentile ed amabile dei suoi antenati … compro’ feudi nello stato imperiale e beni nel veneto senza fine … Possedeva effetti mercantili indicibili e contante innumerabile posto da parte … grande ingegno … avaro e ristrettissimo risparmio … non bastante ad accrescere facoltà che eccedessero allo stato di privato se non concorreva un eccesso di sorte amica …”


Piano piano, i Zenobio cominciarono a coprire cariche sempre più prestigiose della Serenissima. Divennero Podestà e Capitano di Treviso e poi di Rovigo, fra i Dieci Savi alle Decime, tra gli Officiali alle Rason Vecchie, Consiglieri di Zonta, Castellano e Capitano di Bergamo, Capitano e Podestà a Feltre, Podestà a Chioggia e Provveditore al Cottimo di Damasco, mentre giunsero perfino a rifiutare l’incarico di Capitano e Podestà di Vicenza, accettando ovviamente la carica di Senatore.


Nell’agosto 1682, per professare pubblicamente ai Veneziani il loro valore, i Zenobio per testamento del Conte Verità Zenobio istituirono un legato perpetuo per maritare 24 putte della contrada dell’Anzolo Raffaele e San Pantalon estratte a sorte, di almeno 15 anni e non oltre 29 con 60 ducati ciascuna. Il beneficio venne attuato quasi senza interruzioni e sospeso senza motivo solo nel 1837 dagli eredi alla morte di Alba Zenobio.

Fra 1664 e 1671, Zan Carlo Zenobio figlio di Pietro:  “…con grande prudenza moltiplico’ le ricchezze…” ed acquisto’ un palazzo in contrada Anzolo Raffael  sul Rio dei Carmini e del Soccorso che apparteneva ai Morosini, risalente a prima del quattordicesimo secolo. Ca' Zenobio venne presto restaurata secondo un progetto di Antonio Gaspari allievo di Baldassarre Longhena. Un grande giardino sul retro ospitò l’antica biblioteca, mentre stanze bellissime all’interno sono quella degli Specchi o della Musica affrescata da Louis Dorigny e la Sala degli Stucchi affrescata da Gregorio Lazzarini con tele di Luca Carlevarijs.


E’ favoloso immaginare come qui accadesse un tempo la sontuosa vita mondana veneziana di cui oggi rimangono vistose ma spente tracce. Ho immaginato i suonatori abbarbicati su in alto sulla pergola della musica, e ho provato a vedere le dame che danzavano con i cavalieri in quella stanza adorna di specchi che doveva riflettere mille luci tremule e dorate.  Non sono riuscito a immaginare quali pensieri corressero in quelle stanze e nella mente di quelle persone, ma sono certo che percorressero i sentieri del mondo, del prestigio, della politica, della bellezza, dell’arte e della storia. Non credo saremmo oggi capaci di emularli, producendo opere di valenza simile, penso che da questo punto di vista la nostra cultura odierna sia davvero povera.


Spulciando la storia della famiglia, si scopre che i Zenobio volevano diventare emergenti, rampanti e davvero “Grandi”. Si troverà che nello stesso 1664,  Margherita Zenobio si sposò con Zan Batta dei “Grandi Nobili” Donà di Riva di Biasio, discendenti del Doge Nicolò eletto nel 1618. Quella famiglia gravitava stabilmente intorno agli incarichi prestigiosi del Saviato del Consiglio della Repubblica.


Nel 1668, invece, Virginia Zenobio si sposò con Zuanne dei Nobili “Medio-Grandi” Lando di San Luca che vantavano il titolo di Procuratori di San Marco. Portò con se la dote non indifferente di 25.000 ducati. Tre anni dopo, Verità Zenobio si sposò con i Nobili di “Casata grande” Foscari di San Pantalon. I Zenobio avrebbero voluto sposare un’altra figlia col figlio del Procuratore Bragadin, ma sua moglie una Cornaro di Ca’Grande rifiutò la proposta, nonostante la situazione economica del loro casato non fosse prospera, e nonostante fosse stata proposta una dote di 300.000 ducati.


Nel 1693 Paola Zenobio figlia di Verità si sposò con Antonio Donà delle Fondamente Nove discendente del Doge Leonardo,mentre nel 1696 Bianca Zenobio figlia di Verità sposò Pietro Bragadin di Santa Maria Formosa, che diventerà Procutarore di San Marco, con 40.000 ducati di dote, che vennero dati 14.000 in contanti, 22.500 in depositi in Zecca, 1.500 ducati in mobili, 2.000 ducati in gioie e preziosi.

Altri figli Zenobio si sposarono con i nobili Vendramin della Giudecca, con i potenti Grimani di Santa Maria Formosa,e con gli Emo dalla Crose.


Nel 1716 Carlo Zenobio venne eletto tra i 60 Pregadi: una carica importantissima. Ma solo dalla fine degli anni 1740 i Zenobio ebbero presenza stabile in Pregadi. Questo significa che tutto compreso i vecchi nobili “Grandi” veneziani non hanno permesso agli Zenobio di diventare altrettanto prestigiosi, ma gli hanno sempre tenuti “bassi”, lontani dal potere che conta, buoni solo “da mungere all’occorrenza”.


In ogni caso, nel 1740 la rendita immobiliare annuale dei Zenobio ammontava a 25.000 ducati, e possedevano palazzi a Venezia e Verona, case sparse in tutta la città, e possedimenti terrieri soprattutto nel veronese. A quelli si aggiungevano anche dei beni in Tirolo, ossia il Castello medioevale Haderburg di Salorno arroccato su di uno spuntone roccioso presso il paese più a sud dell’Alto Adige. Già proprietà dei Conti del Tirolo e Gorizia, passò agli Asburgo e in seguito perse significato strategico fino ad essere abbandonato. 

Nel 1648 divenne possesso della famiglia dei Conti Zenobio-Albrizzi provenienti dal Veneto.


Gli Zenobio possedevano anche una Villa padronale, Ca’Zenobio, con oratorio ottagonale e giardino a Santa Bona di Treviso ampliata e ristrutturata nel 1700, aggiungendovi al corpo centrale ali laterali con attico, barchessa e loggiato. Anche lì costruirono a pianterreno una Sala della Musica con affreschi attribuiti a Gregorio Lazzarini, che proponevano il tema amoroso di Eros, delle coppie mitologiche, e della Gerusalemme Liberata, mentre Francesco Fontebasso intervenne nella barchessa e nel  salone al primo piano, affrescando raffinati stucchi con le Allegorie della Giustizia, Pace e Virtù, oltre a dipingere una serie di tele.

Nel 1761 i Zenobio dei Carmini, erano considerati Nobili di II° classe, e avevano 36 servitori a palazzo con 6 gondole a disposizione, ma dichiaravano una rendita annua di soli 6.000 ducati, come pochi altri 70 famiglie nobili di recente acquisizione.


All’inizio del 1800 Alvise Zenobio, figlio capriccioso e ribelle di  GiovanniCarlo e Cecilia Emo,  possedeva nel veronese 813 ettari di terra fra Verona, Montorio e Colognola, ma viveva e si divertiva a Londra  curandosi davvero poco degli interessi fondiari di famiglia, giungendo a vendere alcuni possedimenti veronesi ai Conti Alberti.

Dal 1850, estintasi la casata e passati più proprietari tra i quali gli Albrizzi, il palazzo veneziano divenne Ca’ Zenobio degli Armeni, sede dei Mechitaristi Armeni di San Lazzaro in Venezia e lo è tutt’ora. E’ stato parzialmente restaurato, e viene spesso affittato per mostre, concerti o ricevimenti, set cinematografico o di videoclip musicali come quelle girate da Madonna o Laura Pausini.


Passiamo ora alla Contrada e alla chiesetta nascosta di Santa Croce degli Armeni.

I posti in cui vivevano i mercanti Armeni a Venezia formavano come una contrada nella contrada veneziana di San Zulian, proprio a un centinaio di metri dalla prestigiosa Piazza San Marco. Come tipico a Venezia, se non ci si può allargare in largo, ci si espande in alto. Così ne è risultata una serie di cupi e stretti palazzi racchiusi in calli ombrose dove per secoli hanno abitato gli Armeni.

La loro chiesetta non poteva essere da meno. Seguendo la stessa logica, l’hanno edificata davvero inserita, inglobata nei loro ambienti abitativi della vita quotidiana e del lavoro, ed è talmente amalgamata col tutto, che quasi non la vedi. Santa Croce degli Armeni è infatti un’altra delle chiese invisibili di Venezia, totalmente racchiusa e nascosta fra le abitazioni. Se non fosse che si nota un campaniletto sopra alle case, proprio sul bordo di un canale secondario, non si direbbe proprio che in quel posto possa sorgere una chiesa. Anche l’entrata è celata, davvero nascosta, dentro a un sottoportico scuro. Se non ci fosse in cartello turistico, sembrerebbe una porta di casa o magazzino qualsiasi.


Ma è entrando dentro, che scopri l’altra dimensione, quella tipica Armena. Ti trovi davanti una chiesetta minuscola, coccola, conservatissima, pulita, in cui ancora oggi si celebra il Rito in Armeno antico liturgico sotto a un raro cielo stellato dipinto.


E infine l’isola di San Lazzaro degli Armeni.


La sua storia è antichissima come Venezia, e sembra iniziare con Leone Parlini  nel 1185 che ottenne in dono l’isola da Umberto, Abate di San Ilario di Fusina e vi fondò un ospedale e una chiesa, dedicati a San Leone Papa, dal quale inizialmente l'isola prese nome.

L’isola oggi di San Lazzaro degli Armeni Monaci Mechitaristi, ampia tre ettari e situata in Laguna Sud vicino al Lido, fra Lazzaretto Vecchio e San Servolo, era quindi un Ospizio per mendicanti, lebbrosi e pellegrini infermidiretti in Terrasanta. Solo in seguito mutò il nome in San Lazzaro: il lebbroso del Vangelo diventando definitivamente un lebbrosario.


In seguito, nel 1601,  il lebbrosario fu trasferito a Castello, nell'Ospedale di San Lazzaro dei Mendicanti a San Giovanni e Paolo, e l’isola affidata a un Priore sotto la giurisdizione del Vescovo veneziano di Castello o Olivolo.

Ancora nel 1661 l’isola di San Lazzaro possedeva rendite annuali di 282 ducati provenienti da immobili siti in Venezia, ma venne presto progressivamente abbandonata.


Nel 1717 dopo quasi un secolo di abbandono, l'isola fu assegnata dalla Repubblica di Venezia al Monaco Benedettino e nobile armeno Manug di Pietro detto Mechitar ossia il Consolatore, fuggito all'invasione turca dell’Armenia dove a Sebaste aveva fondato un monastero. Giunto a San Lazzaro, per 30 anni progettò e riedificò chiesa e Convento.


Durante il disfacimento generale di Venezia ad opera di Napoleone, l'isola non venne occupata perché considerata un’Accademia Letteraria, e perciò rispettò la comunità religiosa. Si dice anche che i Padri Armeni abbiano innalzato nell'isola la bandiera del Sultano turco, di cui l'Imperatore Bonaparte era alleato.


Nel 1880-1881 i Mechitaristi Armeni a Venezia erano complessivamente in 30 e si occupavano in 25 dell’isola, di scienze, tipografia in lingue orientali, e contemplazione, e in 5 del Collegio Armeno dei Carmini.


Si potrebbero raccontare dell’isola mille cose, ne ricordo solo una davvero curiosa.


Nel febbraio 1907, Josif Vissarionovic Djugatchsvili  di 28 anni scappò dalla polizia della Georgia nella Russia zarista provando a rifugiarsi in Italia. Era un esponente estremista del Partito Socialdemocratico Russo ossia dei Bolscevichi. Si nascose in una nave mercantile piena di grano che navigava sulla rotta: Odessa-Ancona. Dopo aver lavorato come portiere d`albergo, s’imbarcò come clandestino per Venezia, dove gli anarchici lagunari lo soprannominarono "Bepi del giasso"ricordando i suoi luoghi freddi d’origine. Conoscendo l`Armeno e avendo studiato Teologica a Gori e nel Seminario Ortodosso di Teflis, si presentò a chiedere ospitalità e lavoro all`Abate di San Lazzaro Ignazio Ghiurekian. Avendo riferito di saper servire messa secondo i riti Latino ed Ortodosso, e di saper suonare anche le campane, “Bepi del giasso” divenne camparo. Ma siccome l’Abate voleva suonare le campane alla Latina, mentre Bepi voleva suonarle all’Ortodossao, giunsero a litigare e a una scelta definitiva.

O Bepi rimaneva nell`isola e accettava le norme della Congregazione Mechitarista diventando novizio, o se ne doveva andare. Il Georgiano “Bepi del Giazzo” ripartì per la Russia dove accadde la Rivoluzione Sovietica, e qualche anno dopo divenne Segretario Generale del Partito Comunista e guida dell`Unione Sovietica col soprannome di "Piccolo Padre". In poche parole, quell’uomo fu semplicemente Stalin, l’ex campanaro di San Lazzaro degli Armeni di Venezia.


Ancora nel 1962 l’Abazia Generale dell’isola di San Lazzaro Resuscitato ospitava 16 padri Armeni, mentre nella zona del Pordelio di Treporti gli Armeni possedevano ancora le zone di Lio Piccolo da loro bonificate, dove praticavano attività di agricoltura e pescicoltura.


Gli Armeni dicevo sono un popolo molto colto, oltre che ricco. Sappiate che la loro isola di San Lazzaro è un gioiellino davvero prezioso. Oltre al fascinoso convento lagunare, che da solo rivela un mondo arcano d’altri tempi, lì vengono raccolti qualcosa come 170.000 volumi fra cui 4.500 manoscritti e pergamene rarissimi, qualcuno unico al mondo. Dentro alla moderna biblioteca circolare potrete trovare “pezzi” incredibili come, ad esempio, i “Tetravangeli” che molti neanche non sanno che cosa significhi il solo termine. Sembrano reperti provenienti da un altro mondo.


Sempre a San Lazzaro troverete delle raccolte curiosissime e preziose, un vero spaccato d’Oriente, di Arte e Scienza trasportato e conservato meticolosamente nei secoli in questo angolo della laguna di Venezia. Troverete perfino una mummia egiziana autentica, conservatissima e bellissima con il suo sarcofago dipinto e parte del suo corredo. Chi l’avrebbe mai detto, qui a Venezia ? E’ la mummia di un antico sacerdote o scriba egiziano, tale Nemenkhet Amon, ed emana un fascino davvero potente, che spinge lontano i pensieri.


Alla fine della giornata mi sono fermato un attimo a sperdere lo sguardo sul bordo dell’isola di San Lazzaro degli Armeni. La laguna di Venezia si stendeva davanti a me in tutto il suo austero splendore, perché tutta coperta e velata da una tipica giornata di pioggia autunnale. Ma Venezia e le sue lagune è sempre bella, anche quando“fa brutto”, come in ogni stagione.


Chissà perché, davanti a quel panorama di grigi, azzurri e violetti, mi si è accesa nella mente la voce di un vecchio pescatore di Burano, la mia isola natale spersa in fondo alla laguna di Venezia. Ricordo che stazionava spesso fuori della porta della scuola elementare, e si divertiva a canzonare instancabile noi ragazzini che andavamo a perdere tempo a scuola.

Con suo immancabile cappellaccio sbilenco e le calze di lana bianche tirate sopra ai pantaloni fino al ginocchio, stava seduto sopra a una sgangherata sedia impagliata davanti al cancello cadente del suo giardino. Sigaro in bocca, sorrideva e canzonava.


“Andata, andate a perdere tempo sulle carte … Entrate con la maestra a dire: A-B-H … la maestra fa la cacca … Cosa volete imparare lì dentro ? La vita sta fuori … Quello è tempo perso … Fareste bene ad andare a lavorare e pescare in laguna e sul mare, invece si star lì chiusi dentro … Le carte e le parole inebetiscono e basta …”


Ragazzino, lo guardavo passandogli ogni giorno davanti e sorridevo perplesso, preferendo di certo varcare la soglia di quella miniera misteriosa e affascinante tutta da scoprire, che era la mia scuola con i suoi segreti infiniti. Lui era pescatore analfabeta, ovvio direte, esponente però di un mondo di persone presenti ancora oggi nell’epoca tecnologizzata dei computer, di internet e di tutto il resto. Esiste infatti un’ignoranza, un analfabetismo di ritorno di molti, non sono io a dirlo.  Siamo diventati e rimaniamo spesso cultura comoda del benessere, del mordi e fuggi, società del video guardato, rubato e già dimenticato.


Perciò una realtà come quella degli Armeni è monito per chiunque. Insegna che c’è sempre da sapere e imparare per potere affermarsi e osare nella vita, per sentirsi vivi e nutrire la propria personalità e conoscenza e incontrare gli altri e il mondo.


Sul bordo della laguna ho mescolato tutto, fondendo insieme l’immagine della grande sapienza Armena, e quell’ignorante che ciascuno di noi rimane, perché troppo abituati e impegnati nel solo vivere e basta.


Alla fine sono rientrato a casa con un pizzico di simpatia in più per gli Armeni e la loro storia, e con la voglia di saperne un po’ di più.



Venezia ha colpito ancora.


“VENEZIA ... FRA POZZI, SANTI, PESTE, PRETI, GIOCO E DOTI”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA – n°40.“


“VENEZIA ... FRA POZZI, SANTI, PESTE, PRETI, GIOCO E DOTI.”


Sentite un po’ queste curiose notizie veneziane. Ve le butto lì alla rinfusa, come mi è capitato di recente di ritrovarle e rileggerle. Sono briciole di storie di contrada, una delle tante veneziane. La contrada è quella dell’Anzolo Raffael, della Mendigola e Santa Marta, una delle zone da sempre più periferiche, povere e popolari di Venezia ... la mia zona.


Nel 1349 a Venezia c’era, tanto per cambiare, la peste. Il mercante Marco Arian che apparteneva a una preminente famiglia di cittadini, fu anche Capo Contrada ossia “Major” della Contrada dell’Anzolo Raffael. Lasciò un legato di 300 ducati per costruzione dei pozzi nella parrocchia dell’Anzolo Raffael. Nel testamento scriveva: “… a li vivissimi de la contrada … per i bisogni del popolo e dei boni homeni de la contrada”. Morì anche lui di peste, le sue intenzioni vennero incise sui pozzi che furono costruiti a sue spese, e il suo testamento veniva letto a gran voce due volte l’anno davanti alla porta della chiesa e applaudito dalla gente del posto.


Camminando un centinaio di metri oltre il Campo dell’Anzolo, si può giungere al “Ponte delle Terese”. Nel 1475 Bernardo Rusco lasciò qui dei suoi locali contrassegnati da un’edicola marmorea merlettata ancora visibile infissa nel muro ai piedi del ponte. Ordinò che la sua casa diventasse un Ospizio per 4 povere donne “… e anche più se se porà nella mia casa per amor de nostro Domene Dio …”. Nel testamento indicò anche la quantità di frumento e di vino da distribuire alle donne  “… per cadauna”,prelevandolodai suoi terreni a Rugoletto di Oriago sulla Riviera del Brenta oltre la laguna nella Terraferma. L’ospizio funzionò senza interruzione fino al 1800.


A neanche venti metri di distanza, il Nobil Homo Zuanne Contarini lasciò per testamento del 20 maggio 1462 un patrimonio per far edificare un Ospizio di 5 stanze da assegnare ad altrettante donne di condizione nobile che fossero:“ … 5 donne impossenti” . Oggi esiste ancora, amministrato dall’IRE, ed è riconoscibile da una bella finestrella gotica dentro a uno stretto cortile circondato da mura.


Due gesti di elevatissima sensibilità sociale accaduti e costruiti a neanche due passi di distanza sul suolo veneziano.


Ora, come dicevano le guide turistiche del 1800, “Si prosegua sui propri passi percorrendo la fondamenta delle Terese”. Ci si troverà di fronte a San Nicolò dei Mendicoli, un tesoretto artistico strepitoso, che non mi azzardo neanche a descrivere.

Mi soffermo, visto che andiamo verso dicembre e le feste natalizie, solo sulla leggenda di Santa Claus che alla fine non è altro che San Nicolò stesso.


Nel “Catalogus Sanctorum” di Pietro de’ Natali Vescovo di Jesolo della prima metà del 1500, si ricorda la “storia primigenia” di San Nicolò.


“ … dopo la morte dei genitori rifletteva su come rendere gradito a Dio l’uso delle ricchezze ereditate, temendo che gli procurassero solo vanagloria. Pochi giorni dopo, un suo nobile concittadino caduto in estrema miseria pensava di avviare alla prostituzione le sue tre giovani figlie pur di ottenere di che sopravvivere. Venuto a saperlo, Nicola si avvicinò di notte di nascosto alla finestra di casa del suo concittadino e vi gettò dentro una certa quantità d’oro allontanandosi. In quella maniera l’uomo sposò la sua figlia primogenita Il santo allora ripetè il suo gesto, e il nobile decaduto maritò la seconda figlia. E così Nicola ripetè per la terza volta il gesto venendo però scoperto dal concittadino, che gli si prostrò ai piedi… A questo Nicola raccomandò le parole evangeliche sul mantenere segreto i propri gesti di carità ...”


Da queste vicende-leggende derivano le tre palle dorate sopra al libro del Vangelo con cui viene di solito rappresentato San Nicolò, anche ai Mendicoli.



Continuando … Tre furono i soldati condannati a morte ingiustamente che il Santo salvò dal Console corrotto Eustazio e dai falsi testimoni Eudosso e Simonide. Il santo corse trafelato con ansia fraterna giungendo giusto in tempo davanti al carnefice che stava decapitando gli uomini inginocchiati strappandogli la spada dalle mani. Si recò a casa del console spingendo irritato le porte ed esigendo d’essere ricevuto. le parole pronunciate in faccia al console non furono delle più delicate.


“L’imperatore conosce le tue colpe, e sa come governi e saccheggi la città … Non Eudosso e Simonide ti hanno convinto a condannare i soldati ! … ma Crisaffio (l’oro) e Argirio (l’argento) …”


I tre soldati innocenti ebbero così salva la vita.


Sempre tre furono i fanciulli scolari uccisi da un oste perverso a Venezia, che li fece a pezzi e li mise in salamoia per poi cucinarli e servirli macabramente a tavola. Ovviamente il Santo li resuscitò facendoli riemergere dal tino in cui erano nascosti. Per questo San Nicola o San Nicolò viene rappresentato con la barba candida come la neve e considerato protettore dei bambini e soprattutto portatore di doni. Le mamme venete, alterando la storia originaria, spiegavano a lungo ai bambini che il tino raffigurato accanto al santo era pieno di doni natalizi, per cui certe nonne veneziane, spazientite per le eccessive richieste dei nipotini , dicevano spesso: “Non ho mica il pozzo di San Nicolò !”.


Nella tempesta marina in cui si ritrovarono impacciati alcuni pescatori  e marinai veneziani, apparve un uomo robusto e possente di nome Nicolò, che si dimostrò abile a governare antenne, vele, remi e timone riuscendo a riportare al Lido sani e salvi i Veneziani naviganti, che lo avevano invocato.

Infine, se si osservano i dipinti e le statue che raffigurano San Nicolò, si noterà che pur essendo vescovo viene sempre rappresentato sempre senza mitria in testa, né palio al collo, ma col solo pastorale in mano. La motivazione stava nel fatto che da vecchio il Vescovo Nicolò si recò al Concilio di Nicea dove colpì sulla testa un eretico Ariano per un eccesso di zelo e di fede. Per il suo gesto inconsulto il Concilio lo privò immediatamente della mitra e del palio simboli dell’autorità e del potere. Avvilito e pentito, Nicolò ottenne in seguito dalla Madonna in persona e dai suoi Angeli la restituzione di quei due simboli preziosi.


Niente male come Santo, eh  !


Tornando a Venezia e alla Contrada di San Nicolò, nel dicembre 1585 si arrestò e mise in carcere, zoppo, paralizzato per un ictus e malato, Prè Jacomo Comin abitante della Contrada di San Nicolo’ dei Mendicoli, denunciato dalla gente con tre comari come testimoni, come falso stregone guaritore, e imbroglione di una povera donna. I Magistrati del Santo Uffizio lo lasciarono a lungo in prigione fino a dicembre 1586, quando lo fecero comparire in tribunale. Buttandosi in ginocchio davanti all’Inquisitore lo pregò di venire assolto, non negando d’aver commesso “strigherie” ed affermando di aver restituito tutti i soldi alla vedova imbrogliata. In precedenza il Prete aveva decretato che la figlia di una certa Orsetta era posseduta dal Demonio, chiedendo 24 lire per farle confezionare una speciale medicina a Padova per liberare la figlia dalla fattura. In seguito aveva detto alla donna che doveva procurarsi altre 44 libbre di medicine contro il Demonio, celebrando anche alcune Messe sopra l’acqua, ed appendersi al collo un bollettino con certe parole magiche efficaci. In definitiva Pre’ Comin aveva racimolato dalla donna a più riprese la somma di 13 ducati e ½ , senza che la figlia fosse liberata da un bel niente. Come punizione fu condannato alla svestizione definitiva dalla Religione.


Strane le storie di Religione e di Preti in quella Contrada poverissima di Venezia assalita senza sosta dalla miseria più nera. Quella povera gente semplice mancava di tutto, eppure nel 1600 il Parroco-Piovan lodava i contributi versati alla sua parrocchia dalle Confraternite locali dei laici:“… Avete speso in questi ultimi 26 anni per abbellir la chiesa et mantenir i suoi altari pur in tutta la vostra povertà, intorno ai 12.000-13.000 ducati …”


Caspita ! Una cifra ! Alla faccia della povertà e della miseria dei poveri pescatori di periferia. Eppure la devozione dei Veneziani era capace di tanto.

Quattro anni dopo, nel 1604, il Piovano Salomon Lando affermava:


“… si cerca elemosina per li poveri della Contrada nella mia chiesa, ma si trova poco et quasi niente et quel poco che si trova vien dispensato da me a quelli che son più in bisogno … Non credo che in tutta Venezia esista una Contrada più povera della mia …”


Non erano quindi tutti imbroglioni e interessati i Preti della Contrada.


Trascorsero ancora altri sei anni, e nel 1610: Arzentese degli Arzentesi lasciò per testamento 2.000 ducati alla Contrada dell’Anzolo e dei Mendicoli.


“ … perché con il pro di quelli si possino maridare tutte donzelle della contrà di San Nicolò … le fie dei pescaori … per destuàr così li miei peccati … “ Le prescelte venivano indicate con sorteggio di una balotta d’oro.


All’inizio del 1700 nella Contrada erano attive 41 botteghe e la sola Pistoria consumava ben 3.734 stara di farina, mentre la Statua di legno della Madonna del Rosario ed Addolorata della chiesa: “… era vestita col pizzo degli abiti delle spose e con gli ori regalati dalle vedove e da quelli che facevano Promesse e Voti alla Divina Provvidenza ...”


Nel 1717 alcuni membri della Parrocchia e Contrada della Mendigola decisero di tentare la fortuna al gioco del Lotto, giocando: “3-36-72”, e per far questo il Parroco-Piovan in persona si vendette e impegnò:

“ … anche le caldiere di casa parrocchiale …”. Non vinsero nulla e rimasero “ ... i poveri miseri pellegrini morti di fame di sempre. “


Il 21 settembre 1803 il Patriarca Flangini visitò la Parrocchia e la vicina chiesa delle Orsoline chiamate “Le Romite”.

Sulla relazione susseguente del Patriarca si scrisse e si legge:


Le rendite della “Fabbrica di chiesa” sono di 108,06 ducati di entrate da affitti di 5 case e da alcuni livelli. Le uscite sono di 322 lire per obblighi di Messe ed Esequie e per tasse da pagare alla Serenissima e al Patriarca. La “Fabbrica della Mendigola” ha perciò un debito corrente di 1.000 lire. Il parroco, siccome la sua casa di residenza è inabitabile e minaccia di crollare, è costretto a vivere in un’altra casa di cui paga l’affitto. Possiede entrate personali di 1 ducato e spende in uscita 14 lire ... Ci sono 10 Preti che girano intorno alla Parrocchia e nella Contrada fra Santa Marta, Ognissanti, l’Anzolo Raffael e Santa Margherita, fra cui il Parroco-Piovan diventato infermo. Nella sua casa si trovarono 3.420,4 lire ... Ai Mendicoli si celebrano 2.468 messe perpetue e 45 fra esequie ed anniversari con 50 avventizie. Osservano ancora la tradizione dell’Ottavario dei Morti: per 8 giorni di fila celebrano una Messa al mattino e il Vespro dei Defunti al tramonto. La cura è delle Confraternite dei Morti che pagano le spese per l’acconciatura della chiesa. Arrivano da fuori alcuni conzadori esperti in materia che  elevavano catafalchi enormi alti anche fino al soffitto, e rivestono a nero di lutto tutte le colonne e gli altari usando tessuti a volte preziosi con i simboli della morte e con scritte bibliche ... I preti sono riflesso di questo popolo materiale … più di ogni altra cosa fra loro c’è l’ozio … Don Plander cammina con affettazione, frequenta ritrovi notturni, serve poco la chiesa … Un altro prete  veglia costantemente  presso il parroco moribondo, ma più per preservare il denaro che altro … Anche don De Piccoli frequenta ritrovi notturni e non gode di buona fama, mentre don Lucatello è solo un ragazzo che forse non possiede tutta la prudenza necessaria per vivere … Ma c’è anche del buono ai Mendicoli: nel giorno della festa di San Andrea il 30 novembre, contitolare della chiesa soppressa di Santa Marta, inasprendosi il freddo invernale, la Scuola dei Pescatori dona 12 pastrani in onore di San Andrea e dei 12 Apostoli a “… dodici poveri homeni” ...”



Volendo si potrebbe continuare all’infinito frugando nella miniera senza fondo della storia minuta, della tradizione e delle vicende della Venezia di sempre ... Beh, allora: alla prossima occasione.


"IL TESTAMENTO DI GIACOMO BRENTELLA FORNER A SAN TOMA' ... "

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“Una curiosità veneziana per volta.” -  n° 41.


“Il testamento di Giacomo Brentella Forner a San Tomà …”


Sapete ormai bene che m’incuriosiscono le vicende di Venezia e della sua laguna, e in particolare modo le notizie sulla Ca’Granda dei Frari. Mi sono perfino inventato il romanzo “ UN NIDO ” per metterle insieme tutte.

Nonostante questo, sto ancora continuando a leggere e cercare altre notizie sul quanto è accaduto dentro e intorno a quello straordinario sito veneziano, che per me è davvero speciale.

Frugando ancora fra libri e carte ho trovato altre due-tre notizie, mirabilmente presentate da serissimi ricercatori e studiosi, che voglio mettere insieme a tutte le altre che ho raccolto per mia esclusiva curiosità personale.


Eccole !


Fin da giugno1645 e per ben 13 anni consecutivi ogni sera dopo Compieta, nella chiesa della Ca’Grande dei Frari di Venezia, si sono cantate processionalmente: “…con torci et doppieri accesi le litanie maggiori intorno alla chiesa ad implorare la protezione divina (contro i Turchi) le quali se concludono con tutta la comunità dei Frati e dei fedeli prostrati a terra dinnanzi alla reliquia del Sangue di Cristo … “


Ve la immaginate “la cosa” ?  No, forse non ci riusciamo, perchè abbiamo una sensibilità e una mentalità ormai troppo diversa.

Altro che serate comodamente rilassati in divano davanti alla televisione, o a girovagare per Internet e su Facebook seduti al computer. Per molti anni gli uomini e donne Veneziani di ceto diverso delle Contrada limitrofe alla Ca’Granda dei Frari, uscivano di casa e si recavano in chiesa per processionare, cantare e buttarsi a terra a pregare per provare in quel modo a salvare Venezia dal pericolo dell’invasione dei Turchi Musulmani.

Erano davvero diversi da noi i Veneziani del 1600.


La seconda notizia che ho trovato è l’antico testamento del 1652 di Giacomo Brentella fornaio. Era anche impiegato come Fante del Dazio da Vin, e abitava al Ponte della Frescada in Contrada di San Pantalon. Mentre in Contrada di San Tomà, adiacente alla Ca’Granda dei Frari, era proprietario di un forno con inviamento.


Il 6 aprile1652, Giacomo fece contattare Gerolamo De Cappi: Pubblico Notaio Veneto e Notaio dei Quattro Ospedali Pubblici e dei Luoghi Pii della città di Venezia, con scriptorium presso Rivo Alto, e gli dettò le sue disposizioni testamentarie.


Vivendo con la moglie Cecilia Contento ma senza figli, dispose di lasciare a lei l’usufrutto delle sue sostanze e del forno di San Tomà con la porzione di casa sopra al forno nei pressi di Ca’Contarini sul Canal Grande. Sempre alla moglie, insieme a tutto il vino, la farina e le robbe  magnative presenti alla sua morte, lasciò il godimento degli interessi di un livello-capitale di 200 ducati dato a Valentin fornaio a San Moisè, e gli interessi di un altro capitale da lui investito nella Fantaria del Dazio del Vin.


Al fratello Giovanni lasciò il bene di un “livello”in Piove di Sacco, e ai suoi 4 nipoti 25 ducati da ricevere con la maggiore età per i maschi o col matrimonio o la monacazione per le femmine.


Ricordò inoltre due prestiti che aveva fatto.


Uno di 200 ducati fatto a suo nipote Francesco Furian che era “Orese all’insegna del Prete”in Calle della Gallia a Rialto per la quale pagava affitto di 25 ducati annui all’Avvocato Regin.


Un altro prestito, invece, di 600 ducati l’aveva concesso alla Nobil Donna Orsa Contarini “sua principale da scontarsi pagandogli 70 ducati annui.


Comandò inoltre ai suoi due Commissari Testamentari (ossia la moglie Cecilia e il causidico Giovanni Battista da San Fermo che poi rifiutò l’incarico) di vendere il resto dei suoi mobili al miglior offerente, e che il ricavato dovesse essere investito nel migliore dei modi insieme ai 200 ducati di debito di Valentin Fornaio e ai 200 ducati di Francesco Orese.

In realtà Valentin Fornaio a San Moisè fallì e non poté restituire i 200 ducati ricevuti a prestito, mentre Francesco Orese morì presto, riducendo anche lui la possibilità di vedere restituito il prestito.


Il buon fornaio Giacomo Brentella dispose infine: “… che alla morte della moglie tutti gli utili da lei incassati vadano a beneficio della Ca’Granda dei Frari per fare una pisside d’oro massiccio di 30 once, in sostituzione di quella d’argento,da esponer la reliquia con l’ampolla del Preziosissimo Sangue durante la Domenica di Lazzaro come consueto…”


La moglie morì a 80 anni nel 1673 in parrocchia di San Barnaba, dopo Anzolo Biavarol della Contrada di San Moisè e Francesco Ruberti di San Barnaba: i due mariti con cui si era risposata.


Sempre nello stesso testamento, il fornaio Giacomo Brentella precisava che il rimanente del capitale dopo aver eseguito il manufatto-reliquiario d’oro,dovevaandare ai nipotimaschi di suo fratello “ … con il terreno e i sette carati e mezzo dell’inviamento da forno di San Tomà”.


Mancando eventuali eredi maschi, il forno doveva andare al fornaio che si troverà a lavorare in quel momento con l’obbligo di continuare a vita il mestiere di fornaio, e di far dire due messe solenni da morto nella chiesa di San Tomà in perpetuo per il fornaio Giacomo Brentella.

Secondo le stime dell’epoca, l’inviamento da Forno di San Tomà fruttava ducati 23 annui, mentre i 600 ducati e 9 grossi di Capitale depositati nella Pubblica Zecca con interesse del 3%, dovevano fruttare 18 ducati annui.

Ossia quel capitale nell’insieme procurava un guadagno di 41 ducati annui.


Giacomo fornaio precisava ancora, che il rimanente dagli affitti incassati dalla moglie, doveva essere dato alla parrocchia di San Tomà per costruire la nuova facciata della chiesa, o per costituire doti per maritare donzelle povere.

Essendo il testamento a favore e tutela di una reliquia, passò secondo le leggi della Serenissima sotto la gestione dei Procuratori di San Marco De Supra, che fra gli altri avevano il compito della tutela di tutte le reliquie di Venezia.


La moglie mise in pratica scrupolosamente le indicazioni del testamento di Giacomo Brentella fornaio a San Tomà, e nel 1661 fu costruita una pisside d’oro di 595 grammi, alta 25 cm, per la reliquia dei Frari.

Fu pagata dal NH Pietro Donà Cassiere della Procuratoria di San Marco De Supra, in ottemperanza del lascito di Giacomo Bretella fornaio, circa 240 zecchini ossia 3.960 lire all’orefice Hieronimus Manara, originario di Cremona e abitante in Contrada di San Salvador, che aveva bottega “All’insegna Della Benevolenza” in Calle delle Acque in Contrada di San Zulian vicino a San Marco.


In quegli anni erano Procuratori di San Marco:

Antonio Bernardo, Pietro Donà che fungeva da Cassier, Giovanni Battista Corner, Francesco Morosini, Leonardo Pesaro, Silvestro Valier, Alessandro Contarini, Ottavio Manin, Giovanni Sagredo, Giulio Giustinian e Alvise Mocenigo IV.


Infine la terza notizia, è che durante la Guerra di Candia del 1645-69, Venezia Serenissima era più che mai affamata di soldi per finanziare le sue imprese guerresche. Le pensava tutte pur di raggranellare risorse da investire in guerra fra vittorie e sconfitte.7

Pensò anche di ammettere ad un club esclusivo per soli cento Nobili disposti a sborsare mille ducati inizialmente per aderirvi, mentre per i figli per succedervi avrebbero dovuto sborsare ben 10.000 ducati. La Signoria di Venezia pensava quindi di racimolare almeno un milione di ducati inventandosi un Ordine Cavalleresco del Preziosissimo Sangue di Cristo, la cui reliquia di riferimento, guarda caso, era proprio quella interessata dal testamento del fornaio Giacomo Brentella di cui dicevamo prima.


“Tesoro infinito che si custodisce per Divina Gratia in questa Serenissima Dominante, antemorale della Cristianità …”


L’iniziativa tuttavia fallì, forse per mancanza di nobili veneziani disposti a privarsi facilmente di capitali in nome della devozione.

Quel manufatto prezioso frutto e donazione di quel testamento del fornaio Giacomo, e contenente la reliquia del Prezioso Sangue depredata o comprata dai Veneziani come al solito in Oriente, esiste ancora oggi in quel che resta della “mitica” Ca’Granda dei Frari, ed è passato quasi indenne attraverso la bufera e la devastazione Napoleonica. 

E’ curioso notare quanto accadeva un tempo a Venezia attorno a realtà devozionali di tal genere. Credo che noi oggi saremmo del tutto incapaci di gestualità simili.
Chissà perché ?

IL LINGOTTO DELLE MONACHE

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA. “ n° 42.


IL LINGOTTO DELLE MONACHE


Si chiamava Leòn … come “el leòn de San Marco”… e affermava d’essere Spagnolo. Era apparso dal nulla nella folla eterogenea, variopinta, colorata ed eterogenea della sontuosa Corte di Spagna. Lì si trovava anche l’Ambasciatore di Venezia in compagnia della sua figlia maggiore. 

Si era verso la fine del XVI secolo.

E’ importante ricordare che quella figlia aveva raggiunto il nobile padre in quel luogo lontano dalle lagune veneziane viaggiando per conto proprio e tutto a sue spese. Non si dovevano confondere a Venezia affetti e politica, spendere “del pubblico” per convenienze private. Si poteva invece mescolare politica ed economia, viaggi per il governo con affari e mercandia privata, perché Venezia Serenissima era fondata soprattutto sui commerci e il vendere e comprare.


A giochi fatti, ed esaurite le “ … cose che contano per il Governo Serenissimo della Repubblica di San Marco …”,il padre aveva introdotto la figlia nel luccicante mondo delle feste di corte. E fu in quel contesto, che la giovane donna venne a conoscenza nel mare di gente che ruotava intorno ai sovrani, di quel cavaliere pomposo e solitario. Uno dei tanti, caratterizzato però da un’affabile presenza e maniera.


Le raccontò che era stanco di viaggiare e rincorrere l’avventura in giro per i mondi, correndo per terre e solcando i mari. Con una delicatezza galante aveva espresso il desiderio di scendere da quella giostra dorata e faticosa per mettere su famiglia e riempire l’incipiente vecchiaia che si stava avvicinando.


“Il Cavaliere aveva familiarizzato molto con la bella e giovane ragazza-dama veneziana, e in breve se ne invaghì compiacendosene non poco…”


Poi lei era ripartita col padre per le lagune Venete, e lui era rimasto nella Spagna, però con quel desiderio acceso, e il bel ricordo di quella donna italica e Veneziana.


“ Per lungo tempo i due intrattennero un intenso e prolungato scambio epistolare, che via nave correva dalla Spagna a Venezia e viceversa…”


Poi accadde qualcosa, e le lettere del Cavaliere non ottennero più risposta. Senza motivazione di quell’assenza inattesa, passato un certo tempo, il Cavaliere si determinò di partire per andare a vedere di persona che fine potesse aver fatto quell’amore corrisposto e interrotto. Decise di recarsi a Venezia e di concretizzare lì i propri sogni chiedendo la donna in sposa al patrizio nobile Ambasciatore. Sperava di ritornare in Spagna portandosela dietro come moglie.

Il Cavaliere spagnolo giunse così a Venezia in compagnia di un suo fido servitore dopo più di un mese di viaggio per mare. Fu grandissima per lui la meraviglia di sbarcare sul Molo di San Marco.


“Una città bella e fascinosa quanto le sue donne …”


Era autunno inoltrato, e in città lo notarono subito tutti per la sua affabilità e per il modo gentile, oltre che per il portamento solenne e gli abiti sgargianti e originali.


“El par un orso vestito di peli ! “


Commentava la gente per strada notando il suo grosso giubbone di pelliccia lavorata.

Fu una mazzata quasi mortale per lui scoprire che la donna per cui aveva attraversato l’Europa e il mare non c’era più. La peste se l’era portata via con la madre e altri componenti della nobile famiglia, al pari di tante altre donne e uomini veneziani. Il dolore e la confusione per quella perdita immane aveva impedito al padre Ambasciatore di darne notizia a quell’amato lontano di cui praticamente ignorava l’esistenza. Il giorno in cui il Cavaliere andò a bussare alla porta del palazzo e del fontego di famiglia dell’Ambasciatore che dava su uno dei canali più navigati e trafficati di Venezia, fu un giorno di grande mestizia. Quella visita andò a riaprire una ferita mai chiusa, rinnovando ancor più il dolore della famiglia per quelle perdite recenti.


Perciò il Cavaliere si ritrovò presto per strada con un unico indizio utile: l’indirizzo del monastero in cui viveva una delle giovani sorelle sopravissute della dama che lui aveva conosciuto alla Corte di Spagna.


Accadde perciò che il Cavaliere si spinse fino all’isola di Mazzorbo in un angolo discreto della Laguna di Venezia, per andare a far visita a quel che restava dei suoi sogni per provare a ritrovare almeno nei lineamenti di un’altra donna quelli della dama che aveva irrimediabilmente perduto.

Fu grandissima la meraviglia delle monache del piccolo convento lagunare nel ritrovarsi di fronte quel personaggio particolare.


La monaca Maria Elisabetta Bon canevera, che anni dopo raccontò la vicenda in una sua lunghissima lettera alla nipote Eufemia, scrisse che il Cavaliere non nascose la sua grande delusione nell’incontrare la sorella monaca della sua “amata perduta”. Era una donna completamente diversa da quella che aveva conosciuto alla Corte di Spagna. Non possedeva nulla della brillantezza e dell’esuberanza cordiale della sorella maggiore. La monaca era una donna dimessa, semplice, anche bruttina nei lineamenti, oltre che poco dedita e scarsamente abile nelle “cose del mondo”.  Era una figlia di nobili sì, ma a quella maniera cadeta che era come l’ombra vaga dello splendore vissuto e dimostrato dai fratelli e figli primogeniti che contavano davvero.


Gli orizzonti della vita della donna erano ristretti. La monaca figlia nobile non era mai uscita dal ristretto mondo veneziano se non per recarsi saltuariamente alla villa di campagna di famiglia.


Il Cavaliere fece buon viso a cattiva sorte, e vista l’amenità e la bellezza dei luoghi decise di rimanere ospite delle monache per un certo periodo. Le monache accettarono di buon grado l’ospite facoltoso e di pregio, oltre che simpatico, e gli misero a disposizione l’appartamento dell’abituale Confessore del monastero, che in quel periodo era disabitato.


Il Cavaliere riempì le sue giornate girovagando per tutta la laguna di Venezia scrutandola fin nei suoi luoghi più reconditi e spersi. Partiva in barca con suo fido servitore silenzioso al mattino presto, andava a caccia e a pescare, e ritornava al monastero solamente al tramonto per cenare sontuosamente in compagnia delle monache, sempre accompagnato dalla sua gentile e bonaria allegria. Per un lungo periodo le monache videro di buon viso quell’uomo che sembrava davvero cordiale e innocuo, a tratti anche devoto, e s’intrattenevano volentieri nei giorni di brutto tempo e di pioggia ad ascoltare i racconti delle sue gesta avventurose che raccontava per ore con un fiume di dettagli nel piccolo ma elegante parlatorio del monastero.


Più della metà delle monache non era mai uscita dalla Laguna di Venezia durante tutta la loro vita, e una grossa parte sapeva a malapena leggere e scrivere. Perciò stupirono non poco nel sentire raccontare dal Cavaliere delle meraviglie del Nuovo Mondo, che lui aveva raggiunto e visitato a suo dire in lungo e in largo.


Raccontò di un posto in cui aveva visto con i suoi occhi una miniera d’argento. Un posto infernale, un antro in cui uomini vecchi e giovani dalla pelle scura vivevano come bestie schiavi del lavoro. Trascorrevano l’intera esistenza a grattare sotto terra in budelli stretti e fetidi con un lume legato sulla fronte della testa. Molti di loro morivano come api e mosche in autunno a causa dei miasmi e dei veleni che si liberavano da cuore della terra in quegli ambienti sotterranei asfissianti e bui. Era fortunato chi sopravviveva dalla primavera all’autunno, ma si portava dentro un’oppressione senza fine del respiro, che portava a veloce morte con grandi febbri, dolore, gonfiore e pena. Vite distrutte di miseria, tutte dedite ad estrarre quella ricchezza per le casse del Re Cattolico di Spagna.


Chi alla fine entrava in possesso di quelle pietre argentee diventava davvero ricco e potente, perché quell’argento diventava alla fine moneta sonante. Prima però bisognava lavare e raffinare quelle pietre col mercurio che bruciava e intossicava anche lui la vita della gente.


“ Il Cavaliere raccontò con raccapriccio estremo delle monache, che qualcuno di quegli uomini che raspavano il ventre delle terra, morendo e putrefacendosi lasciava per terra una piccola pozza di liquido di puro mercurio, tanto era diventato pregno il loro corpo di quella materia velenosa … Il Re Sovrano Cattolico di Spagna era valente credente ma era anche affamato insaziabile d’oro e d’argento per amore dei quali non si faceva scrupoli di utilizzare i modi e i metodi più crudi, perfidi per procurarselo... “


In altre giornate il Cavaliere raccontò: “… del mare immenso e burrascoso da attraversare per arrivare al Nuovo Mondo, dove i legni più grandi e potenti si dimostravano essere come fragili pagliuzze in balia delle onde alte come montagne e fragorose come il tuono. Gli uomini venivano sballottati come cartocci vuoti e più di metà di quelli che partivano non facevano più ritorno scomparendo nel fondo del mare oceano… “

“Per me l’è un fanfaròn … uno che racconta faccezie e storie … Chissà se saranno tutte vere le cose che va raccontando ? “


Commentava una delle monache anziane storcendo la bocca incredula. Ma intanto il Cavaliere era capace di tenerle un intero pomeriggio soggiogate ad ascoltare i suoi racconti curiosi.


Poi accadde l’imprevisto.


Il servitore silenzioso, che serviva il Cavaliere come un’ombra giorno e notte, ne combinò una davvero notevole. A dire il vero, più che un premuroso domestico sembrava un temibile sicario.  Dall’aspetto ispido e incolto s’intendeva col suo padrone col solo sguardo o con piccoli cenni della mano. Non parlava quasi mai, era silenziosissimo e si muoveva leggero come un gatto, ma fu lestissimo di mano e con tutto il resto  nel violare senza scrupoli, nottetempo e ripetutamente una giovane e formosa massera  che lavorava per le monache del convento.


“  Appena la cosa fu palesata fu grande l’imbarazzo sia del Cavaliere Leòn che delle monache tutte, e prima delle feste di Natale il Cavaliere fu perciò indotto a ripartire in fretta e furia interrompendo il suo pigro girovagare in laguna … Era un’alba gelida il giorno in cui lasciò il monastero verso la fine di dicembre. La barca dei barcaroli venuti a prenderlo era tutta bianca ricoperta di brina. In piedi in mezzo al battello il Cavaliere sorrideva mentre si allontanava sulle acque placide e lisce della laguna. Rimase nella memoria di tutte le monache il suo indugiare a salutare prima scuotendo un guanto e poi sventolando in aria sempre più da lontano il suo cappello piumato come fosse una bandiera… “


Fu grande la meraviglia delle monache quando entrando nella stanza che era stata a lungo occupata dal Cavaliere, scoprirono posto in bella mostra sul tavolo, un luccicante lingotto pesante d’argento grezzo. Di certo valeva una fortuna, ed era evidentemente l’elemosina e il compenso riconoscente lasciato alle monache per il disturbo recato dal suo prolungato soggiorno nell’isola. 

Accanto al lingotto c’era un biglietto:

“Orate pro anima mea !”


E c’era anche un nome: “Leòn Cavalier Servente di Spagna.“


Non ci mise molto la Serenissima dalle orecchie lunghe e dagli occhi che sanno guardare molto lontano, a scoprire che: “… Missier Leòn dalla Hispana è un brigante, omicida, imbroglione, ladro, schiavista sfruttatore infame, provocatore di piazza e attaccabrighe indomito, duellante equivoco, bandito e fuggitivo ... “


La Madre Badessa del monastero fu presa da grandissimo imbarazzo per ritrovarsi in possesso di quell’argento prezioso ma macchiato del sangue di tanti delitti e soprusi. Perciò fu gioco forza per lei chiedere e ottenere dai Magistrati e dai Provveditori della Zecca della Serenissima di accogliere in custodia quel piccolo tesoro scomodo.


Fu così che il grosso e pesante lingotto d’argento stimato purissimo proveniente dalle terre del Nuovo Mondo oltremare rimase depositato per secoli nei forzieri della Repubblica di Venezia in attesa di eventi che mai accaddero.


Ci pensò infine un certo Napoleone all’inizio del 1800 ad alleggerire le casse già semivuote del moribondo Stato Veneziano facendo scomparire per sempre quel poco che rimaneva depositato nei forzieri della sua Zecca in Piazza San Marco … compreso il lingotto d’argento delle monache di Mazzorbo.


Del Cavaliere Leòn col suo truce servitore non si seppe più nulla.



Oggi dove sorgeva il monastero col suo piccolo chiostro e la sua bassa chiesetta, c’è solo una vigna rigogliosa e ben curata. Un angolo ameno e silenzioso sperso negli spazi aperti della laguna veneziana.


“ALTRO CHE PACIFICI DEVOTI VENEZIANI ! … NEL 1550”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 43.


“ALTRO CHE PACIFICI DEVOTI VENEZIANI ! … NEL 1550”


Spulciando le cronache e i testi antichi rinascimentali, leggendo le vicende, le storie, e guardando i dipinti, si prova l’impressione che la gente fosse spesso devota e tranquilla, quasi ingenua. Viste le numerose manifestazioni religiose a cui si assoggettavano e vivevano quotidianamente, sembra un mondo tutto casa-chiesa, in cui il sacro e l’ordine costituito regnavano sovrani e incontrastati. La religione era di norma la regola della vita, tantopiù che esisteva lo spauracchio di una certa Inquisizione, che teneva ben salda l’ortodossia del credere e del vivere … comminando qualche torturata convincente qua e là, e accendendo qualche rogo ogni tanto, dove le pareva che qualcuno avesse osato un po’ troppo. Una società un po’ credulona e devota, con le buone o con le cattive mantenuta tale … almeno ufficialmente.


Ma non è stato proprio sempre così … sentite un po’.


Incominciamo ricordando che il 23 maggio 1551: l’Inquisizione di Ferrara manda a morte come eretico un Monaco Teologo Benedettino, considerato: “visionario entusiasta e perfetto”: Si trattava di Giorgio Rioli detto Siculo convinto di avere la missione di riformare la Chiesa. Figuriamoci, se Papa e Inquisizione lo lasciavano fare !


Già nel 1537 aveva conosciuto in Sicilia il confratello mantovano Benedetto Fontanini detto Benedetto da Mantova, fuggito da Venezia perché inquisito per utilizzo di libri proibiti dalla Chiesa, e sostenitore di pericolosissime tesi eretiche Luterane. Inoltre contestava riti e sacramenti, seguendo gli insegnamenti di Juan de Valdés, altro pericolosissimo eretico. In seguito, nel 1543, il Siculo s’era trasferito nel monastero di San Benedetto in Polirone, dove ritrovò l’eretico Benedetto da Mantova.

Tutto fumo fastidioso negli occhi dell’Inquisizione, che non perse tempo e fece piazza pulita di tutti.


Esattamente un anno dopo, si passò a Venezia, in “casa nostra”.

Il 5 agosto 1552 nella canonica di San Moisè a Venezia, vicino a Piazza San Marco, morì un certo frate francescano: Matteo da Bascio ossia Maffeto Serafini, considerato il primo generale dell'ordine dei Frati Cappuccini, ritenuto a furor di popolo subito Beato, quasi Santo. E fin qui, direte, niente di che …

In verità è che attorno a quella morte accaddero cose un po’ insolite. Innanzitutto nacque una bella baruffa tra il Pievano di San Moisè: Baldassare Martini e i frati di San Francesco della Vigna di Castello per tenersi e seppellire il frate defunto.

Uno voleva tenerlo in un sepolcro della sua chiesa, gli altri nella loro adiacente al convento. La questione non era banale, soprattutto perché quel frate era amatissimo, venerato da i Veneziani, e quindi dovunque fosse andato a finire quel corpo, avrebbe attirato un notevole e continuativo afflusso di gente e di popolo … con benefici e sommovimenti spirituali, ma soprattutto buone entrate economiche. E poi la gente accorse in massa al capezzale del defunto, e diede l’assalto al corpo del frate per procurarsi sue reliquie considerate miracolose.


Il Nobil Homo Pietro Gradenigo da Santa Giustina scriveva nei suoi “Casi Memorabili Veneziani”che “ … fra Matteo da Bascio soleva percorrere la città predicando, e riempiendola di rumori, e che un giorno nell'ora di terza, quando sogliono i nobili assistere ai loro tribunali, fu veduto con una lucerna, ed un pennello camminare per le sale, come se cercasse qualche cosa perduta. Interrogato che facesse, rispose: “Cerco la Giustizia ! “

Perciò fu bandito da Chioggia.

Ma tornato dopo due anni, un giorno che si era congregato il Consiglio di Quaranta al Criminale, si fece avanti intrepidamente e con voce orrenda esclamò:

“All'inferno tutti quelli che giustamente non amministrano la Giustizia !  … All'inferno tutti i potenti, che per forza opprimono i poverelli ! … All'inferno tutti quei giudici che condannano gl'innocenti a morte ! “

Questa volta venne cacciato dalla sala, e l'avrebbe al certo passata male se non si fosse interposto il di lui amico Sebastiano Venier ...”


Era quindi un frate eremita e povero, che non aveva paura di compiere gesti eclatanti, clamorosi. Per questo piaceva alla gente di Venezia, soprattutto del popolo, che stravedeva per lui, che predicava bene … seppure minaccioso, e lo considerava fin da vivo davvero un santo miracoloso.


Il Nunzio del Papa a Venezia: Beccadelli scriveva preoccupatissimo al Cardinale Innocenzo Del Monte a Roma il 13 agosto 1552. Le gerarchie ecclesiastiche si dimostrarono fin da subito ostili nei confronti della devozione popolare dimostrata verso Matteo da Bascio, considerandole solo esibizioni e beghe fratesche o cose simili ... ma in ogni caso pericolose, in quanto capaci di disturbare “ …l’ordine delle buone cose …”


“ …fra Matteo, che andava gridando in giro “All’inferno … All’Inferno” … è morto a questi di in Vinetia … il popolo gli ha stracciato la veste da dosso et quasi brusati i piedi con le candele et i suoi frati con i preti sono stati in differenza per haver il corpo, il qual ho fatto dare ai frati, ma l’ho ancho fatto sepellir sotto terra ove sono gli altri frati et, se là farà miracoli, come dicono, lo vedremo ...”


Sempre lo stesso Nunzio, per il quale il da Bascio non era neanche un predicatore ma soltanto uno che andava gridando “All’inferno !”non dal pulpito e annunciato dalle campane ma per le vie, senza regole e girando liberamente per strade e città, scriveva all’Inquisizione Romana il 5 nov 1552:


“ … quanto a fra Matteo et al romore che si da de’ miracoli non sono stato negligente; ma per non irritare il popolo, ch’è un certo animale che volentieri si oppone alle prohibitioni, sono andato destro, sperando col beneficio del tempo di mitigarlo; né con li frati ho mancato del debito mio, et finalmente n’ho fatto legitimamente un processo et fattolo leggere in presenza di molti valenthuomini, che hanno iudicato quelli non essere miracoli et potersi facilmente indurre i popoli a superstizione. Talchè mi son resoluto, siccome più pienamente scrivo a mon.Rev.mp Santa Croce, di levare, se potrò, il corpo di fra Mattheo dalle mani de’ zoccolanti et ponerlo come in sequestro in qualche luogo nascosto sino a tanto che la verità si conosca meglio dalli Rev.mi Sig.ri dell’Inquisizione o mi sia ordinato quello che più gli piacerà …”


Alla fine, i frati di San Francesco della Vigna vinsero la contesa col Piovano di San Moisè e il corpo “Frate miracoloso” finì nel cimitero dei Frati a Castello. Nel frattempo i Frati Francescani Osservanti si premurarono di dare subito alle stampe una lista di miracoli operati da fra Mattheo nell’ opuscolo: “La morte et miracoli”,facendone risaltarne la buona ortodossia e santità.


“Ecco dunque come il Fator del Mondo opra sì stupendi e maravigliosi miracoli, dico in quelli che caminano per le figure, et sante pedate della Santa Romana Chiesa, e non in quelli che corrono precipitosamente per le false e sporche semite della infelice Europa; opra dico, in quelli che si vestono di poveri et vili panni et non in quelli che s’adornano di preciose gemme et si vestono di porporate vestimenta …”


Meno fortunato di Fra Francesco da Bascio, fu uno dei suoi nipoti finito anni prima a Bologna sotto l’occhio e l’orecchio attento, e la maniera spiccia ed efficace dell’Inquisizione.


Nel maggio1533, l’Inquisizione di Bologna aveva fatto fare una bella retata di eretici. Davanti all’Uditore del Tribunale Criminale Bolognese detto il Torrone comparve un gruppo composito di “ … furbos, frufantes, calcagnos et mariolos …” accusati di aver forzato delle botteghe e rubato dalle borse a Medicina. Fra questi c’era uno in abito da frate, o meglio: “da romito”, GiovanBattista da Bascio di Urbino, nipote del Cappuccino Veneziano e fratello di GiovanAntonio, che nella Quaresima precedente andava per Bologna acclamando “All’Inferno !”(come lo zio Matteo da Bascio a Venezia).
Per far questo, aveva ricevuto una speciale patente direttamente dal Papa e dal Duca d’Urbino, che gli era stata però rubata insieme a certi libri da un suo discepolo. Affermò di non essere apostata di nessun ordine, ma di aver avuto mandato da suo zio Mattheo, che gli aveva comunicato: “ …io voglio andar a morir a Venezia che Dio me lo ha ispirato. Non pigliar sacro nessun fino al cinquantacinque, che saranno gran travagli, ma vivi libero et va facendo quel poco bene che puoi …” et poi lui montò sul suo mantello in mare et sopra a quello per miracolo andò a Venezia, et ha fatto molti miracoli morto e vivo …”


Inoltre, il GiovanBattista dichiarava all’Inquisitore:


“…Tanto fo quanto m’ispira Yesu Chrysto, mangiamo temperatamente et digiuniamo spesso, et ho digiunato dalla Ephifania fino a Pasqua, et mi do la disciplina una volta la settimana, cioè il mercore, con questa corda che ho cinta senza altro … Io sono innocente nella carne et vergine come nacqui …Io non ho moglie, et questa donna (una vedova di nome Laura di 55-60 anni incontrata a Faenza “…nello spedale de fuora de S.Antonino, portata dietro e lasciata a Bologna per andare a Modena, e ritrovata a Budrio …) che vi è stata messa inanci, quel poco ben che li ho fatto l’ho fatto per amor di Dio, et non che mai habia havuto che a che fare con lei, et se mi farete mal alcuno lo sopporterò per lo amor di Dio …Io andai a Modena perché bestemmiano et sono lutherani, et dissi al Duca che facesse un bando della bestemmia et lo fece, et mangiai con lui et me volse dar dinari et non ne vuolsi …”


L’Inquisitore non gli credette, e dopo l’udizione di una teste: Caterina Macagni detta la Franceschetta, proprietaria di un albergo per poveri che lo aveva ospitato, mise il GiovanBattista sotto tortura il 6 maggio. Torchiato per bene, questi confessò subito di aver avuto rapporti sessuali con Laura e di averle manifestato l’intenzione di sposarla al più presto. Ammise anche di aver finto una santità solo apparente e di aver terminato da tempo il suo voto religioso.


Soddisfatto, l’Inquisitore commentò:


“… ne mundus decipiatur in similibus hipocritis viciosis …”… Più che visionari e questi sono viziosi …Si riferiva al fatto che spesso la gente vedeva negli eremiti e nei falsi profeti, solo quello che gli sarebbe piaciuto vedere, e non la verità.


Il GiovanBattista, a differenza di altri finiti abbrucciacchiati o dimenticati a vita in prigione, concluse il suo conflitto con l’autorità ecclesiastica, con una lieve condanna e col marchio pubblico ignominioso di: “Ipocrita”.


A Ginevra, infatti, il 27 ottobre 1553 il teologo, umanista, medico spagnolo Michele Serveto  fu mandato al rogo dai Calvinisti attuando la così detta: “tragedia Servetana”. Non era uno sprovveduto, perché oltre che di Bibbia, s’interessava di: Scienze, Astronomia, Meteorologia, Geografia, Giurisprudenza, ovviamente Anatomia e Matematica. Ma venne considerato uomo eretico pericoloso quanto bastava … Tutti perciò si sentirono minacciati e in pericolo di vita, perché sia a Roma che in giro per il mondo, si usava facilmente processare, torturare, bruciare … sempre in nome della Verità s’intende. Bastava solo una piccola e opportuna denuncia al Tribunale dell’Inquisizione e …


E’ quanto accadde nel 1590 qui da noi, in Friuli, precisamente a Udine.


La madre di una ragazzina professa in monastero denunciò presso il Vicario di Udine Jacopo Maracco almeno 12 monache Francescane del Monastero di Santa Chiara di Udine con la loro Badessa a capo. Dall’inchiesta dell’Inquisizione venne fuori che da più di 40 anni le monache elaboravano indisturbate idee e atteggiamenti nicodemitici ed ereticali. Sembrò addirittura che a metà secolo ci fossero nel monastero delle monache Luterane avviate all’Anabattismo da Nicola da Alessandria. Tenevano contatti epistolari regolari  con Bernardino della Zorza, noto anabattista udinese, e Alessandro Jechil da Bassano. Suor Camilla Sacchia suonava e cantava all’arpicordo delle canzoni modificate traendo versi e canti da libri considerati ereticali, come la “Ficta Religio” e le “Lettere Volgari”.



Le monache erano toste, senza peli sulla lingua.


·       Condannavano “ … la falsa religione …vestita di purpureo habito adorno …seduta su un trono a dare da bere alle turbe una bevanda amara e fella …rendendole ebbre e pronte a farsi ingannare …”

·       “ Cristo non è Dio ma solo un uomo…”

·       “ In Dio non si trova Trinità di persone, et però non si deve credere nel figlio o nel Spirito Santo ma solo nel Padre Eterno…”

·       “ …Roma è una Babilonia et venirà un Angelo Biondo che taglierà il capo al Papa…”

A causa di questo le monache cercarono anche di uscire e fuggire dal “serraglio” del monastero per recarsi in Moravia dove farsi ribattezzarsi come Anabattiste, ma la cosa non riuscì per l’opposizione delle famiglie, per evitare scandali di tipo carnale e amoroso, e per non essere costrette a vivere lavorando o “pitoccando”. L’Inquisizione fece ispezionare le celle delle monache, che gridarono d’essere state monacate per forza, e le portò tutte negli Uffici e carceri dell’Inquisizione a Venezia per processarle. Si giunse ad allestire un elenco da presentare a processo con ben 44 preposizioni-affermazioni ereticali delle monache. Ma le loro nobili famiglie potenti riuscirono a farle rilasciare indenni.



Trenta anni dopo, le monache erano ancora convinte delle loro idee, e non solo. Si raccontava che si divertivano a mettere aceto al posto del vino sul calice del prete per la Messa, e svolgevano un deciso proselitismo in giro per la città. Inoltre, speravano nelle possibilità di Enrico IV re di Francia, “l’Ercole Gallico”,di sovvertire l’ordine costituito.


·         “ … mi disse che il re di Francia haveria vinto et che lui non vuole né frati né monache né chiese, et che serà un solo Re che governerà tutto il mondo, et una sola campana …”

·         “E’ bene tagliare la testa al Papa et a tutti Cardinali et a tutti Vescovi”

·         “La Messa è cosa da burla”

·         “Il Papa è un serpente … i preti e i frati fariano meglio andar a lavorare …”

·         “ I monasteri e i religiosi meritano d’essere distrutti …”



Altro che tranquille monache e fraticelli ! … Un po’ (tanto) trasgressivi e libertini sì … ma anche bellicosi per altri versi …Quindi non solo bigotti ed eremiti intenti a meditare, digiunare e pregare … La storia nasconde sempre angoli interessanti e nascosti … dove vale la pena andare a curiosare …



VENEZIA QUALSIASI … A SERA

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Esco in giro, dopo giorni … Nel frattempo l’erba è cresciuta negli angoli nascosti di Venezia, negli spicchietti di verde rubato fra calli e campielli. C’è profumo di humus e di Natura che prospera e vive. La senti presente, quasi respirarti accanto … Altre cose invece non sono cambiate. I capannelli dei tossici con gli occhiali da sole e vestiti col caldo e spogliati col freddo sono sempre gli stessi. Sono sempre i soliti, solo che sono più sfatti, rinsecchiti e “incanditi” … Ma c’è dell’altro per fortuna.

L’ora è diversa, non è la mia solita del mattino.


Ci sono i ragazzini che schiamazzano in campi e campielli … le campane si sgolano e rovesciano dentro ai campanili. Il campo pullula di mamme, di crocchi di gente: brusii, un vociare intenso, sorrisi, incroci. Un bimbo piange in braccio della mamma … un cane passa scodinzolando e abbaiando festoso ... la vita scorre.


“Mi sono dimenticato di nuovo le chiavi … Ci sono i pro e i contro … Arriveranno venerdì o sabato …”


Incontro una che non vedo da un certo tempo: un cenno di saluto, un sorriso. La schiena piegata in avanti, quelle rughe marcate sul volto che non c’erano, il foulard intorno al collo, le cervicali … passano gli anni per tutti.

Riflessi colorati di luce serpeggiano sull’acqua del canale … Una gondola pigra sfila sotto a un ponte carica di turisti estasiati … La fioraia ha tappezzato il selciato di fiori profumati e coloratissimi. Dal canale sale un odore intenso di alse, fogna e salsedine.


I giochi di sempre e di oggi dei bimbi: “Dai tira ! … passa !  … Parata ! Fregato !”… mi “sballonano” addosso puntualmente. Tutti alla fontanella a dissetarsi … fra monopattini, skateboard e  … un palloncino colorato che si scioglie da un passeggino e scappa in cielo.

“Mi compri il gelato ?”


Due ragazze addentano affamate un trancio di pizza … Profumo di pizza, verdure, kebab … Alcune giovani donne se ne stanno sedute ai tavolini del bar in un effluvio continuo e intenso di sorrisi, riccioli, trucchi, discorsi, borse, sguardi e capelli da sistemare …


“Quando ero giovane inseguivo le coreane e le giapponesi in Piazza San Marco … adesso inseguo più volentieri la porta di casa …”


La musica fluisce fuori dai bar … la farmacia è aperta, i Vigili Urbani, i giovani seduti sui gradini della vera da pozzo a cantare e suonare. Uno riprende girandosi intorno col tablet. Risate sonore sprizzano in aria:


“Ma sei completamente suonato?”


Le donne con le sporte della spesa, altre sedute sui gradini del ponte con lo spritz in mano prima di cena, si godono il tepore dell’ultimo sole del giorno.

La folla poliglotta dei turisti giulivi e spensierati col naso all’insù e la macchina fotografica al collo. A un incrocio di calli e callette si bloccano carichi di valigie, trolley e zaini e non sanno dove andare.


“Non sapevo che fare … la solita indecisione …”


La vecchietta che fatica a salire i gradini del ponte e s’aggrappa alla spalliera… scalpiccio sul selciato … uno chiama, un altro fischia camminando.


“Ciao Piero … Bondì ! … Devi dire a quel c…o di fabbro che si deve sbrigare a rifarti quel c …o di serratura …” dice arrabbiato al cellulare gesticolando e gridando in aria.


Una volta qui c’era una agenzia immobiliare … ora vendono souvenir; lì c’era l’edicola con i giornali … oggi maschere e ricordini per i turisti; quella era la porta di negozio di alimentari … ora i cinesi vendono borse, valigie e cinture. L’orefice orologiaio ha chiuso, adesso vendono cellulari.

Due passi indietro un ristorante “Ai buranei”è chiuso fallito … venti metri più avanti uno nuovo, l’ “Osteria di Paolo & Luca” ha appena aperto i battenti accattivanti ... ma è chiuso ugualmente.


“Sono personaggi ! Non ci badare … Ci sentiremo giovedì sera e mi saprai dire … Mi raccomando: giocate tutti insieme da amici ! … Da buona combriccola …”


Le donne escono restaurate e rifatte dalla parrucchiera … Una bimba con in mano due biro nuove: una rossa e una blu, cammina tirata per la mano dalla mamma ... Rimbombano i tacchi di donna giù per i gradini del ponte e lungo il selciato della calle stretta … Passa un ragazzino scampanellando e zigzagando con la bici … e un’altra mamma spingendo una carrozzina.


“Quando sei libero e non lavori, passa per il banco che ci accordiamo … Ciao amore!”


Profumo di rose … Ancora negozi di maschera, bigiotteria e stampe.


“Salve ! … Salve !”


Il temporale in fondo brontola e s’avvicina avvolgendo il cielo di blu cupo. Giacca in spalla … sta arrivando il caldo appiccicoso e salato di Venezia.


“Ti aiuto a portare il passeggino al di là del ponte ?”


Si apre la porta di una casa qualsiasi: ne esce una cinese. I Veneziani se ne sono andati altrove. Ancora campane diverse, a stormo in lontananza. Non si capisce dove stiano suonando, da dove provenga quel suono.


“Siamo granelli di polvere …matite nelle mani di Dio …”dice don Paolo all’omelia. Ma a che ora celebra la Messa del pomeriggio ?  Altare coram populo o coram Dei ?… rimane l’interrogativo irrisolto.

“Non ci stanchiamo di perdonare … Dio non si stanca mai di volerci bene, e ci perdona sempre ... Vivremo in fraternità di conseguenza …” Uno dei fedeli si alza ed esce … un’altra ammira il soffitto affrescato, un altro ancora guarda il pavimento ascoltando.

“Benedetto sei Tu Dio … il lavoro dell’uomo …”

Una cornice d’arte, d’incenso, di giochi di luce e preghiere inquadra il rumore della folla chiassosa esterna, fuori nel campo.


“Rialto-San Marco-Lido !” dice il marinaio aprendo il cancelletto del vaporetto.  Attraverso il Canal Grande … sento parlare in francese, coreano, tedesco e indiano.

“Dove siamo ?”“Bambini ! Statemi vicino !”grida una mamma. Siamo ancora a Venezia. Un bimbo legge e “divora” avidamente con gli occhi un Topolino. Si usa ancora … penso alle migliaia letti e riletti dai miei figli per anni.


La folla intensa della sera riempie la strada, come un’arteria che scorre piena di vita. Passa una donna affaticata col pancione …un ebreo del Ghetto vestito di nero col cappellone e le frange bianche sui fianchi.

Il temporale arriva, i venditori asiatici smantellano in fretta tutte le bancarelle, ripongono le merci, chiudono i negozi.


Cala del tutto la sera.


“Non sei neanche un uomo se non decidi di far qualcosa !” sbraita e strilla una donna slavata. “Che farai adesso dopo quello che hai fatto ?”

“Nulla … Non farò proprio nulla. Rimarrà tutto come prima.”

“Vedi che ho ragione … Non sei un uomo ! Non conti niente !”


Un uomo porta nel marsupio sul petto il suo bimbo addormentato. Due donnine anziane a un angolo della Contrada spettegolano e brontolano: “Sono giovani … Chiedi una notizia, un’indicazione …Neanche ti badano. Non ti rispondono … Sei solo una vecchia insulsa …”


Attracca il motoscafo diretto all’aeroporto. Non sale e non scende nessuno. Il marinaio guarda, aspetta, fischietta, alza la cappotta per la pioggia e chiude i finestrini della barca, controlla il cellulare, molla l’ormeggio e riparte …


“Cinque minuti a piedi e ci arrivo. Ma preferisco cambiare vaporetto tre volte impiegando quarantacinque minuti … Tanto ho l’abbonamento …”


Qualcuno sternutisce aspettando il motoscafo ... Le alghe sfatte e sporche galleggiano scivolando via nel canale … La risacca di un motoscafo che passa fa dondolare il pontile.


“Da quattro anni voglio andare in spiaggia … ma non ci sono mai andata. Partirei alle sei del mattino, e rimarrei là fino alle sei di sera … tutto il giorno … noleggerei la sdraio e l’ombrellone. Aspetto sempre e non vado mai. Adesso avrò sempre il sabato di riposo … sarà la volta buona …”


Un paio di fianchi fasciati di donna, aderenti, passano ondeggianti ... Ne passa un altro paio di eccessivi, traboccanti, stretti dentro a un paio di jeans sdruciti. I turisti si assiepano per mangiare sotto le tende dei ristoranti con i tavolini al lume di candela. Passa un ex collega finito a lavorare a Venezia dalla Terraferma. Si avvicina al turno di notte prendendosi per tempo, camminando piano per strada, prendendolo alla larga.


“Ci hanno messo in castigo: i vaporetti passano ogni mezz’ora ... Sempre peggio invece di andare in meglio …”


Saliamo sul vaporetto in tre quattro mentre si è fatto buio dappertutto.


“E’ mancata mia madre, stiamo sbaraccando la sua casa in fondo “Ai Tre Archi” per poi venderla … Sono nata lì, ci ho passato tutta la mia infanzia e giovinezza … Ma non ci potrei tornare … Ho lavorato tutto il giorno …”


“Io ho due figli ormai grandi … Se ne vanno per conto proprio … Li vedo a Natale … E’ l’età, gli anni che passano. Che ci vuoi fare ?”


“Mamma è andata in calando. Sempre peggio finché è andata spegnendosi … Due badanti per volta: “da copàrle!” … davanti belle, dietro manieracce e pestate di mano… Si è andata spegnendo …Tre volte in coma, tre volte è ritornata a casa. La macchinetta del cuore, la pompa per i dolori sulla schiena …”


La bandiera di San Marco sulla riva sembra impazzita … sventola furibonda. Tremolano i gerani sui davanzali e sotto gli archi gotici invetriati e illuminati. Il Canal Grande è increspato di onde disegnate a fette dal vento. L’acqua si avvolge intorno ai pali dipinti a tortiglione col cappello sopra.

Piove … sui vetri sporchi e opacati del vaporetto. Sale dalla Stazione dei treni la solita folla circondata di zaini e valigie.

Proseguiamo sotto al ponte, e lungo il canale buio dalle rive alte.


Un tempo era un giovinastro scavezzacollo e trasgressivo.  Adesso è un uomo adulto, maturo e gonfio, dal modo composto, vestito bene e con un bel cellulare in mano. I capelli se ne sono quasi andati, il volto è da avvinazzato cirrotico, gli occhi estroflessi, il pancione prominente. Borbotta fra se e se osservando i turisti e scuotendo la testa. Poi guarda il niente lontano inseguendo chissà quali pensieri. Non vede nessuno.


L’altro è un padre di famiglia, piccino e minuto. Da trent’anni accudisce in casa un figlio neurologico paralizzato. Anche lui non vede nessuno, insegue i pensieri dietro ai suoi spessi occhiali miopi e sotto al riporto in testa. Di certo penserà a cose diverse … I pantaloni gli toccano e strusciano per terra, soprattutto a destra dalla parte dove gli piega anche la spalla.

Scendono entrambi, si vedono, si riconosco, si salutano.


“Dai un baciotto grosso a tuo padre e a tua madre … Corro subito a casa altrimenti mi faccio la pipì addosso …”


L’altro risponde annuendo con un sintetico: “Ciao”.


La pioggia scroscia violenta, il pomeriggio veneziano è trascorso … il vaporetto s’allontana illuminato perdendosi nel canale. Frugo in tasca cercando le chiavi di casa.


I SEGRETI DEI MOSAICI DI SAN MARCO A VENEZIA.

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 44.


I SEGRETI DEI MOSAICI DI SAN MARCO A VENEZIA.


Stavolta questa “Curiosità” ve la racconto alla rovescia: dalle cose più recenti alle più antiche.

Sapete bene come vanno certe cose. Accade spesso che frequentando gli stessi luoghi e le stesse persone si finisce per conoscersi. Mi è capitato, diversi anni fa ormai, d’incontrare e poi conoscere una signora veneziana d.o.c. che frequentava spesso, praticamente quasi tutti i giorni, la Basilica di San Marco a Venezia. Per la sua siluette affatto snella e prosperosa, per il suo incedere lento e solenne, e per il fatto che portava sempre al collo delle grosse collane vistosissime, l’avevamo soprannominata “la Dogaressa”.

Era simpatica, alla buona, la vera veneziana cordiale e arguta di un tempo. Sempre pronta con la battuta, occhio vispo e buone maniere aveva suscitato la nostra simpatia, e di volta in volta si passò dal semplice saluto frettoloso alle frasi di circostanza saltuarie, fino al soffermarsi volentieri e a lungo ad ascoltarla incuriositi raccontare.

I Canonici della Basilica erano entusiasti di quella presenza assidua che sole o pioggia, vento o afa o acqua alta, non mancava quasi mai di presenziare alle loro celebrazioni quotidiane. Di solito gli alti prelati vivono un po’ nell’ombra di chi conta più di loro, e avere quindi qualche fan che disertasse le grandi celebrazioni solenni col Patriarca per privilegiare le loro più modeste e quotidiane era per tutti un piccolo vanto e una soddisfazione. (a volte ci si accontenta di poco per vivere e sentirsi bene)


Di mattina presto la matrona si presentava, dunque, quasi ogni giorno nelle prime file quasi vuote della grande basilica dorata immersa nella tiepida penombra dorata procurata dai pochi lumi rimbalzanti sui grandi mosaici che tappezzano la mirabile chiesa.


Veniamo al dunque.


Un bel giorno, la “Dogaressa” confidò a noi “giovinastri devoti” il perché di quelle sue assidue comparizioni in Basilica.


“I Canonici pensano che io sia qui per le devozioni, la Comunione e la Messa, ma non è così. Io vengo da anni qui dentro perché questa chiesa mirabile è piena di segreti e mi suggerisce in continuità numeri magici … che uscendo vado prontamente a giocarmi al Lotto. Ogni volta non me ne esco se non ho chiari in mente tre numeri da andarmi a giocare.

Non è difficile, basta tirare un po’ l’orecchio e stare attenti e il gioco è presto fatto.

Incomincio sempre con l’ascoltare attentamente quel che dice il Canonico che celebra la Messa.


“Oggi celebriamo il 75° di fondazione dell’Ordine delle Suore … Eccolo il primo numero da giocare: “75 !” mi dico.


“Abbiamo letto nelle parole del Vangelo del Cristo che è rimasto quaranta giorni e quaranta notti a digiunare e far penitenza nel deserto …”


“Ecco il secondo numero: “40 !” ci siamo quasi.


“Le due sorelle di Lazzaro … Marta e Maria …”


“ 2 !” e i numeri sono pronti.


Se le parole del Canonico non mi suggeriscono nulla, nessun problema ! Basta che alzi gli occhi in alto verso le volte e le cupole istoriate con i mosaici della Basilica d’oro, e la “cosa magica” continua. Ci sono sempre numeri che emergono da tutta quella foresta di storie e d’immagini. Basta guardare attentamente ! “Dodici apostoli”, i “Settegiorni della Creazione”, la “Pentecoste: Cinquantagiorni dopo Pasqua”, i “Sette doni dello Spirito Santo”... “Due” furono quelli che trafugarono il corpo di San Marco ad Alessandria d’Egitto … e così via.

E se non bastasse ancora, guardo per terra sul pavimento dove c’è tutto un altro universo dipinto pieno di simboli, cabale, numeri, ghirigori e significati misteriosi … San Marco è una miniera magica inesauribile … E quel che è più curioso è che finisco per vincere spesso … perché quelli che trovo qui dentro sono “numeri davvero santi” ! ”

“E brava la “Dogaressa” ! … e poveri i Canonici che ci dicevano sempre d’avere di fronte ogni giorno un’assidua e squisita “anima bella”.”


Questo per dirvi e farvi osservare quali curiose interpretazioni sanno ancora suscitare a distanza di secoli i disegni prestigiosi della famosa Basilica Marciana.  Il bello però è, che spulciando le solite vecchie carte, mi sono reso conto che l’abitudine della “Dogaressa” non era per niente una novità, ma era la continuazione di quella di molti Veneziani di sempre.


I duemila mq del pavimento di San Marco, ad esempio, non sono stati collocati lì a casaccio, ma seguendo una loro precisa sequenza di significati molto ricca. Esistono almeno 14 disegni pavimentali precisi contornati da una giungla di geometrie e contorni davvero fantasiosi che determinano un tappeto musivo davvero prezioso.

Basti pensare che gli Antichi hanno inscenato per terra e sulle volte del soffitto e della pareti della Basilica tutti i numeri dell’Apocalisse e del sapere astronomico e astrologico delle tradizioni di sempre.

Ad esempio, il grande Cristo Signore del Mondo e dell’Universo del Firmamento sostenuto da Quattro immense colonne se ne sta seduto in Maestà nel SettimoCielo e oltre … Sta in mezzo al numero dei Cherubini … La Terra è un quadrato, il Cielo un cerchio … Il Cristo riesce nell’impresa di unificarli fra loro fondendo umano e divino.
     

Non è solo Bibbia, perché con essa si mescolano e tornano e ritornano tutti i numeri simbolici della tradizione cabalistica, astrologica e magica di provenienza Greca, Orientale, Mesopotamica, medio Asiatico-Cinese, Egiziana e molto altro riassunta nell’arte pittorica, come nella scultura, nella poesia, nella letteratura e nella musica. E’ un intero mondo onirico e di proporzioni matematiche che conserva intatto un suo fascino fortemente misterioso e tutt’ora non svelato del tutto.


Il triangolo equilatero della perfezione simboleggia la Trinità divina, massima espressione della proporzione e dell’armonia; la stella a sei punte è il doppio del triangolo, chiamato il Sigillo di Salomone sinonimo della massima Sapienza. In Alchimia la rappresentazione dei poliedri ha un significato misterioso-simbolico: il cubo è la Terra, il tetraedo è il Fuoco, l’icosaedro è l’Acqua, l’ottaedro l’Aria, il dodecaedro stellato è l’Etere: ossia la Quinta dimensione segreta che ci manca, l’incomprensibile, il mistero che ci sfugge.


Nei mosaici e nel pavimento di San Marco però c’è nascosto di più.


Nel 1509 Venezia subì la batosta della battaglia umiliante di Agnadello.


“La prophetia di mosaicho della chiesia di San Marco aveva ragione !”,commentò lo storico veneziano Marin Sanudo.


Perfino il Doge Leonardo Loredan citò il pavimento di San Marco dandogli ragione.

“Non si sa per quale sciocchezza ci si abbia tolti dal Mare e rivolti alla Terraferma … Secondo le antiche indovinazioni della chiesa di San Marco il Leone posto in acqua è lieto, grasso e felice … quello in Terra, invece, fra fronde e fiori è mesto, consumato dalla fame e rabbuffato …”


Negli stessi anni, infatti, lo scrittore francese Jean Lemaire de Belges era di passaggio a Venezia. Gli furono mostrati due leoni sul pavimento di San Marco: uno grasso e maestoso che sembrava nuotare sulle onde del mare, e un altro smagrito e malridotto che si poggiava sulla Terraferma. Significava che i Veneziani sarebbero stati prosperi finché fossero rimasti Signori del Mare, ma sarebbero finiti in rovina se si fossero interessati della Terraferma.

Il francese incuriosito e sorpreso osservò bene tutto il pavimento, e alla fine accennò anche a un gallo che cavava gli occhi a una volpe.

“Il Gallo è il re Francese e la Volpe è Venezia”concluse sorridendo ironico. Inconsapevolmente stava per davvero guardando una profezia.


Nel 1513 in Quaresima il predicatore Fra Girolamo da Verona degli Eremitani di San Agostino predicava nella chiesa di Santo Stefano a Venezia richiamando le profezie dipinte a San Marco avveratesi.


Allora il 22 dicembre del 1566 la Procuratoria di San Marco ordinò che:

“… Non venisse cancellata nessuna scritta e mosaico di San Marco con profezie Gioachimite senza prima prenderne accuratamente nota in modo da poterci ritornare sopra ...”


Le cronache raccontano ancora che nel 1572 alcuni artigiani veneziani entrarono a ragionare in San Marco. Si trattava di Benedetto Floriani costruttore di clavicembali e arpicordi, Lunardo Forlano cimatore di panni, Biagio Lancillotti lavorante di seta, Giovanni Battista Ravaioli fabbricatore di cuoi d’oro e Domenico di Lorenzo calzolaio.

Da molto tempo a Venezia si era ormai certi che i mosaici di San Marco contenessero grandi rivelazioni future sul destino di Venezia nascoste dentro alle scene disegnate. Era addirittura scritto con grandi frasi sui mosaici stessi e sul pavimento che lì c’era nascosto il futuro e non solo di Venezia. Si diceva che l’Abate Gioacchino da Fiore avesse formulato un programma intero d’iconografia segreta da celare soprattutto dentro ai mosaici dell’Apocalisse realizzati in San Marco.


Il gruppetto degli artigiani Veneziani, allora, si mise a interpretare i mosaici realizzati dai fratelli Zuccato su disegni forse di Tiziano e di un certo “Horatio forestier”.

Guardavano i mosaici e li interpretavano secondo le indicazioni contenute in un certo libretto scritto a mano da un certo loro Mastro Benedetto corazzaro.

Secondo il testo la Donna rappresentata nei mosaici dell’Apocalisse significava la Chiesa, il Drago era il Turco e Martin Lutero insieme, il bambino partorito dalla Donna non era il Cristo ma un Capitano Generale da Mar, un Magno Pastor, un Servo fidel forse un nuovo Papa che doveva venire e arrivare, capace di vincere il Turco (la Luna sotto ai piedi della Donna andrà in sangue) e i Luterani riconducendo il mondo intero sotto un’unica fede e pastore governante.

Gli artigiani erano anche giunti a riconoscere nei volti dei mosaici i lineamenti della faccia di un certo Cavaliere Priuli di 25 anni, con barba tonda e bassa, che girava per Venezia con un pomolo di spada pieno di parabole e una spada di sette colori … 

“Vorrà andarsi al presentare al Papa Gregorio XIII …”


Che fosse lui il nuovo Papa ? Oppure si pensò che la somiglianza richiamasse Gabriele Paleotti vescovo di Bologna … o altri ancora … Era tutto un congetturare e scommettere e intuire e interpretare.

Ovviamente per queste loro parole gli artigiani finirono tutti dritti dritti davanti al Tribunale dell’Inquisizione per avere dato interpretazioni politiche dannose per la Serenissima e soprattutto per la Religione. Il libretto scritto a mano da Mastro corazzaro venne occultato e non consegnato nelle mani dell’Inquisitore … “Perché finito nella mani di una comare che l’ha venduto … e non si sa più dove essa habita …” fu la spiegazione fornita.


La vittoria di Lepanto e dei Veneziani contro i Turchi verrà considerata a Venezia come l’avveramento di quelle profezie dipinte sui mosaici.


 All’inizio del 1600 il Canonico di San Marco Stringa ricordò le cose venture nascoste e raffigurate negli animali simbolici del pavimento.


“Ci sono due galli che portano legata una volpe presso la porta di San Giovanni Evangelista di San Marco … Sono Carlo VIII e Luigi XII che portano fuori dalla Signoria di Milano il Duca Ludovico Sforza che viene considerato astuto come una volpe.”


I “Galli” di San Marco che portano la “Volpe” al suo funerale è di certo un richiamo agli antichi Bestiari medioevali: la Volpe è simbolo dell'astuzia, del Demonio e della persecuzione contro la Chiesa.


Ridendoci sopra, mi viene in mente un’altra cosa che da ragione alle antiche profezie di Santo Johacchino nascoste nelle rappresentazioni dei mosaici e nel pavimento di San Marco.

La “Volpe” rappresentata e portata al funerale dai “due Galli”è la profezia su Venezia che per ben due volte sarà distrutta, violentata e rovinata dai Francesi nel 1800. Ma questo i Veneziani del Rinascimento non potevano saperlo e prevederlo … e poi chissà quali e quante profezie ci saranno ancora nascoste lì dentro …


Quasi quasi un giorno vado a dare un’occhiata … Non si sa mai.


"L'ISOLA DI POVEGLIA "

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA”– n° 45.

“POVEGLIA”

Credevo e speravo, visto che in questi giorni l’isola di Poveglia è sulla cresta dell’onda della cronaca per la sua acquisizione, che la maggior parte soprattutto dei Veneziani conoscesse le sue vicende storiche. Alcuni degli esigui lettori del mio nuovo romanzo mi hanno fatto sapere che forse non è così. Infatti, per pura casualità e coincidenza una parte del “Il Tempestario” si richiama proprio alle vicende di Poveglia narrandone alcune di salienti, ovviamente non tutte. E’ con piacere perciò che condivido quanto ho scritto mettendo a disposizione alcune delle cose di cui sono a conoscenza su Poveglia sperando siano per qualcuno l’ennesima “CURIOSITA’ VENEZIANA”. 

 ***
(…) = omissione di parti del romanzo.

 ***
“ (…) Il nome dell’isola  (…)  era stato più volte storpiato dagli uomini (…) La denominarono di volta in volta: Pogli, Pomiglia, Poppea, Poviglia … mentre per tutti i veneziani di sempre era semplicemente: Poveglia o Poveggia nella laguna sud di Venezia, stretta fra larghi bassifondali, secche, barene, ghebi e il canale omonimo di Poveglia, quello che porta all’isola di Santo Spirito, e quello dell’Orfano e di Malamocco, fra il Bacino davanti a Piazza San Marco e il litorale Lidense.

Un’isola nostra, di pochi ettari e quasi abbandonata, anzi, dismessa del tutto dopo (…). Dalle immagini disponibili degli ultimi decenni si poteva notare un’isola selvaggia, piena di spazzatura, rovine e materiali sparsi, anche se una parte era tenuta bene e coltivata da quel vecchio giardiniere custode che la abitava.

“L’isola dei fantasmi !” la chiamava qualcuno nei libri e nel web, per via di una certa sua fama ricorrente, ogni tanto rifomentata e riproposta da qualche visitatore nostalgico e fantasioso.

(…) storia fascinosa di quello “sputo di terra scampato al mare”.

In uno srotolarsi storico efficacissimo, il Tempestarius vide dapprima le notizie più antiche su quel sito fangoso insignificante.

“Xe vero che suppiando la marina,
El sirocco n’ha fato trattegnir
Delle ore a Poveggia e a Pellestrina …”

Recitavano i versi antichi di una vecchia cronaca plurisecolare in riferimento a quel minuscolo frammento emergente in laguna, forse attraversato dal console romano Popilio Lena, che seguiva la Via Emilia diretto ad Aquileia.

(…)

 “L'isola di Poveglia Popiliasi chiamava così forse per la quantità dei pioppi che un tempo la ricoprivano, ed era la nona isola per importanza fra le dodici principali dell’Isolario di Venezia. Fu inizialmente rifugio per le popolazioni della Terraferma che fuggirono da Monselice, Padova ed Este in seguito alle invasioni barbariche fondando il centro lagunare dell’antica Venezia nei pressi di Malamocco. Per due volte fu sgombrata durante la guerra di Malamocco e quella di Chioggia, disabitata e abbandonata trasportando la gente alla Giudecca e nelle contrade di San Trovaso e San Agnese piene di case vuote e con poca gente, e poi ripopolata nuovamente dei suoi abitanti.

Secondo la tradizione l'isola fu occupata da duecento famiglie al servizio del Doge Pietro Tradonico ucciso a sorpresa, eludendo la guardia ducale in campo San Zaccaria, da dei congiurati delle famiglie Candiani, Gradenigo, Falier e Caloprini nascosti in burci di sabbia ormeggiati sulla riva degli Schiavoni. I quasi duecento servi, che lavoravano al servizio del Doge ucciso con le loro famiglie, si barricarono armati per quaranta giorni nel Palazzo Ducale per chiedere giustizia e sistemazione. Il nuovo Doge Orso Partecipazio concesse allora alle famiglie: privilegi, terre arative e da pascolo, valli da pesca e da caccia, e di andare a vivere a Fine di Livenza o occupare l'isola di Poveglia.

Come segno di questa particolare attenzione del Doge nei loro riguardi, i Povegliotti ottennero anche il privilegio di ormeggiarsi al Bucintoro, la barca dogale, il giorno della festa della Sensa, mentre le altre barche lo accompagnavano intorno solo a distanza. In cambio gli isolani lo omaggiavano attraverso il loro Tribuno, Gastaldo Ducale o Podestà, e i sette anziani rappresentanti dell’isola s’inchinavano offrendo per colazione ciascun Giovedì Santo prima di Pasqua alcuni cesti di frutta e di pesce: passere e rombi. Il Doge li ricambiava con un bacio simbolico di pace, e il martedì dopo pasqua offriva a diciassette Povegliotti tramite un suo Cavaliere il “Disnàr honorevole del Doge” regalando: “ … quattro secchi di vino bianco dolce, due libbre di pevere (pepe), e ventiquattro paneti da quattro bagatini l’uno…” Alla fine il Cavaliere riceveva un omaggio di ventisei lirazze da parte del Gastaldo dei Poveggiotti.
Sembra che per un certo tempo l’isola sia divenuta un borgo abitato da ottocento persone con un castello, e vigne e saline intorno. Nell’isola esisteva la chiesa di San Vitale arricchita nel tempo di bellissimi altari di marmo, di uno splendido pavimento, di tante opere d’arte e dipinti alle pareti, e dall’organo. Il suo Piovano riscuoteva: “Ova e galline e parecchi diritti su valli da pesca e da caccia direttamente dall’Arciprete Vescovo di Malamocco”.
In una certa epoca, quando si eleggeva un nuovo Doge questi donava alla barca dei Poveggiotti: dodici scudi d’argento e quaranta pani con dodici secchi di vino.

I Povegliotti erano gente fiera e rissosa tanto che ogni tanto se ne doveva rinchiudere qualcuno, ma erano anche attivissimi nel difendere i lidi veneziani, tanto da ricevere privilegi, esenzioni da tasse e dazi, dai servizi militari, e dal remare nelle galee. Si costruirono anche un Ottagono e un Forte di difesa accanto all’isola e al canale di Mandracchio collegandolo con un ponte levatoio di legno.Gli isolani di Poveglia potevano condurre e accompagnare in laguna le galee e le navi che entravano dalla bocca di porto di Malamocco, rifornendole di viveri, ancore, e cordami. Le famiglie di pescatori e salinatori Povegliotti dei: Musso, Boyso e Barbalongolo possedevano attività e interessi fino a Chioggia e a Pellestrina, e i pescatori di Poveglia che avevano più di sessant’anni d’età avevano il diritto di comperare a un prezzo stabilito tutto il pesce proveniente dall’Istria e venderlo nel pubblico mercato di San Marco.

Si andava dicendo che i Povegliotti vivevano più di cento anni a causa dell’aria salubre e del vento che soffiava sempre sull’isola purificandola dall’umidità e dalla presenza dei morbi di qualsiasi malattia. Un Povegliotto giurava di avere più di cento e dieci anni.
Col passare dei secoli e le modifiche idrodinamiche della laguna, l'isola vide diminuire di molto la sua superficie a causa dell’erosione“riducendosi a cinquecento passi di giro”. Subì la violenza di “…un potente uragano sciroccale, procella terribile che sommerse le isole della laguna con somma altezza di acque di mare e fece salire l’acqua a venti piedi distruggendo vascelli, uccidendo molte persone, e procurando danni per un milione di zecchini…” Inoltre, nei secoli alcuni terremoti danneggiarono gravemente le arginature e i lidi.


L’isola di Poveglia divenne in seguito una caserma per soldati, e un fornito ed efficiente cantiere navale della Serenissima con tanto di magazzini e Tesa per calafatare le navi.

Durante la peste l’isola rimase con sole otto persone, e si tentò senza successo di attirarvi l'Ordine dei monaci Camaldolesi per costruirvi un convento eremitaggio. Era stato il Papa Clemente VII a dirottare i monaci sopra a un monte vicino a Roma.


“Perché favorire quella reproba Venezia infedele ed eretica punita da Dio con la peste ? ”

L’isola fu allora trasformata in luogo di quarantena per navi, sospetti, e merci provenienti dal Levante e da luoghi infetti, che gettavano l’ancora nei vicini canali di Fisolo e Spignòn. Nell’isola circondata da barche armate si eressero alcuni caselli in legno:


“ … per gli infetti e le robbe da spurgare: colli di mercanzie, balle di cotone, telerie, pezze, mazzi e colli di seta, sciali di cascimir, manufatti di valore, sementi, granaglie, lame di ferro alla rinfusa, mucchi di denaro, monete d’oro, cassette di perle fine...”

E si costruirono anche altri catapecchi per i guardiani d’ispezione, custodi, militari, e per i “… bastazi impegnati nell’espurgo e maneggio delle mercanzie e nell’estrazione dell’insuscettibili …” Mercanzie e passeggeri si mandavano, invece, con barche e peate scortate dai Fanti del Magistrato alla vicina isola del Lazzaretto Nuovo.

Poveglia era anche l’isola del “Cristo miracoloso” che attirava “Grande concorso di devoti, soprattutto in certi momenti dell’anno in cui si celebravano speciali ricorrenze … Ogni volta che i bastimenti passavano accanto all’isola salutavano il Crocifisso del Santuario di Poveglia sparando numerosi colpi di cannone …”


Nel milleseicento nell’isola di Poveglia era vissuta per un lungo tempo la monaca Angela Poveggiotta, che entrata come conversa in un monastero della città era stata cacciata perché irrimediabilmente affetta da crisi frequenti di malcaduco.

In realtà la sua era melanconia e noia di vivere che lei combatteva e sfogava facendosi prendere dall’ansia, dal pianto continuo di un’inguaribile insoddisfazione, e dalle convulsioni che l’affliggevano fin nel cuore della notte, e anche quando si trovava in meditazione nel coro delle monache. Un frate confessore esperto, chiamato a valutarla finì col definirla malata, o meglio “ispiritata e indemoniata”, perciò il Capitolo e la Badessa delle monache finirono col rimetterla in strada e rispedirla nella sua isola di provenienza.

La donna, nel frattempo divenuta monaca di un altro Ordine, che la cacciò ugualmente, ritornò a vivere nella casa di sua sorella a Poveglia, e la si sentiva cantare spesso ad alta voce nelle stanze più nascoste dell’isola come se si trovasse in chiesa. Quando morì carica di anni, si diceva che il suo fantasma continuasse a vagare per le stradine e le stanze delle casupole dell’isola, e che in certe notti chiare di Luna fosse possibile vederla passare canticchiando con occhi infuocati come di brace, e il lungo vestito bianco da monaca Si diceva anche che era meglio per chiunque evitare di chiamarla e incontrarla perché avrebbe potuto comunicare a chi le parlava quel male che si portava dentro.


Per molto tempo Poveglia fu considerato un “Porto della salute”. Nei pressi dell’isola si continuava a mettere alla fonda le navi sospette: una “Santo Stefano” polacca ottomana guidata dal capitano Demetrio Cocavi proveniente da Smirne, Ipsara e Scio; la “Bella Sultana” turca proveniente da Scutari; il brigantino inglese “Sir Thomas Meithland” respinto da Malta e dai porti pontifici, capitanato da Stefano Vulovich ammalatosi di carbonchio al petto e morto in navigazione assieme al direttore: Metto PIacinich morto di peste. Il nostromo di bordo aveva inchiodato le porte delle camera con tutti gli effetti personali dentro fino a Poveglia dove tutto fu spurgato e risanato; i brigantini austriaci “Palimir”, “Giunone” e “Apollo” dei Capitani Scopinich e Prospero Marangunich giunto da Alessandria d’Egitto dove c’era la peste. I marinai s’ammalava con bubboni e morivano entro pochi giorni, alcuni si gettavano ad annegare in mare per la disperazione, altri giunti allo spurgo di Poveglia, si ristabilirono fino a guarire. Subito dopo Poveglia ospitò settecentodue bastimenti in contumacia durante la diffusione del colera a Odessa, Tangarock, Alessandria, Costantinopoli, Smirne, Londra, Groenoch, Jaffa, Beirut e altri posti. Alcune navi che arrivavano scortate da navi da guerra avevano per davvero il colera a bordo, e ci furono ancora una volta: ammalati, morti e guarigioni.

A Poveglia sbarcò anche un arabo con alcune capre e la giraffa che il Viceré d’Egitto regalò a Francesco I d’Austria. In molti accorsero a visitare l’isola e per un certo tempo a Venezia si vestiva “alla moda della giraffa” prima che il povero animale finisse a morire a Vienna.


Durante gli ultimi conflitti mondiali Poveglia divenne una Batteria armata con quattro cannoni antiaereo. Alcuni bombardieri tedeschi attaccarono più volte, incendiarono e distrussero vicino all’isola di Poveglia il transatlantico “Conte di Savoia” che finì di bruciare completamente agli Alberoni.

Dopo l’epoca delle pesti e dei grandi contagi l’isola rimase un complesso sanitario di convalescenza e cronicario casa di riposo. Si raccontava di malati psichiatrici curati con cure non ortodosse, di persone che dicevano di continuare a vedere gli spiriti degli antichi appestati e della monaca Angela Poveggiotta. Perfino un direttore dell'ospedale si suicidò buttandosi dalla torre del campanile convinto d’essere inseguito da uno di loro. Alla fine, l’isola rimase abitata solo dalla famiglia di un ortolano e da quella dell’oste, meno di una decina di persone in tutto. Fu demolita la chiesa di San Vitale dove da tempo non si celebrava più nessuna Messa, e il campanile divenne un faro per la navigazione. Poveglia fu utilizzata come terreno agricolo che alla fine della fine rimase in mano ad un unico guardiano ortolano (…).”


(…)


Ultimamente l’isola era divisa da un canale largo alcuni metri che divideva la parte verde coltivabile di orti e vigne da quella degli edifici con la ex casa del Direttore, del Cappellano, e della famiglia dell’ortolano e dell’oste. Un altro canale più piccolo largo pochi metri sulla parte delle abitazioni era quasi interrato, a volte in secca. Un tempo erano dei veri e propri confini che distinguevano fra malati e sani, fra vivi e destinati alla morte di peste. 


Vista da lontano, Poveglia sembrava appoggiata su di un magico vassoio a specchio, come sospesa fra acque e cielo. Solo il riflesso ondeggiante del campanile e delle sagome degli alberi e degli edifici diruti sull’acqua diceva che esisteva per davvero e non era un miraggio. Su quel quadro immoto, (…) vide scorrere piano in alto le nuvole rincorrendosi, sovrapponendosi in mille giochi cangianti. Di sotto vide l’acqua muoversi lentamente, sembrava quasi non volesse disturbare. La vide ripetere i disegni del cielo, sovrapporsi alle ombre del fondo variegato, mentre mille tonalità di grigio e azzurro coloravano l’intera scena. Quando faceva capolino il sole fra le nuvole, allora le tonalità si alteravano, si vivacizzavano e viravano verso chiarori e colori più tenui come tratti da un mazzo di pastelli invisibili.


(…) osservò alberi esuberanti e non più potati, dalle chiome ampie e frondose, platani, robinie, acacie, cipressi. Ovunque vide: erbacce, rovi, arbusti, rampicanti, tutta la possibile gamma di piante selvatiche che possono crescere incontrastate aggrovigliandosi a casaccio fra loro, contendendosi luce, acqua e nutrienti. Sopra, dentro e sotto avvertì vibrare, strisciare e volare un altrettanto abbondante massa d’insetti liberi e variopinti, che dominavano l’aria dell’intera isola, incontrastati, a nugoli talmente numerosi che a volte oscuravano l’aria, come formando tenui veli di nebbia.

In un angolo dell’isola il Tempestarius notò che spuntavano dall’acqua le tozze mura in pietra dell’Ottagono, ultimamente spianato e liberato dall’erba ad opera di qualche volontario volonteroso. Su una riva si alzava ancora il becco ad ibis di una vecchia gru rugginosa, saldamente piantata su di un massiccio blocco di cemento. Un tempo pescava su dalla laguna con doppia ruota di manovra: un gioiellino per l’epoca. Una lunga catena di ferro a larghi e robusti anelli scendeva ancora dalla carrucola in alto fino ad immergersi a pescare nel fango, dove da tempo immemore, nessuno l’ha più tratta. Vide anche che accanto a una delle punte estreme dell’isola si innalzava ancora un esile fanaletto posto sopra un altrettanto fragile balaustra in pietra d’Istria, che un tempo contornava quasi tutta l’isola, come un vezzo di semplice eleganza.

Un buco per terra ricordava, invece, il posto in cui si trovava sommersa dal verde selvaggio invadente di edere e rovi una vera da pozzo rubata. Era stata trasformata in fontanone con inciso un vistoso leone marciano ad ali spiegate e ampia criniera, col libro aperto in segno di pace e non di guerra per Venezia. Tutto intorno erano stati scolpiti gli stemmi dei magistrati veneziani in carica in quel periodo.

Accanto, (…) osservò altre buche a volte profonde, lasciate scoperte. Qualche volta si trattava di vecchie tombe profanate, scoperchiate e svuotate, altre volte erano invece vecchi scoli, fossi e discariche di rifiuti riempite d’acqua piovana e stagnante. Sul tetto delle case abbandonate, sulla torre dell’acquedotto, e sul largo fumaiolo di una ciminiera conica stremata verso l’alto, vide (…).


Le finestre arcuate contornate di pietra bianca del campanile e i quattro occhi dei quadranti dell’antico orologio erano stati tutti murati per garantire maggior stabilità a quel che restava dell’antica torre, mentre la cuspide a cono era stata rattoppata in più punti con tiranti e rinforzi in pietra.

In un altro angolo dell’isola, poco discosto da un gabbiotto in pietra e cemento su cui stava infisso una specie di faro per segnalare la posizione dell’isola nei giorni di nebbia, (…) notò che sorgeva ancora la bassa costruzione piramidale in pietra e marmo di una delle vecchie polveriere della Serenissima.

L’isola di Poveglia era contornata da una serie di pali e bricole che segnalavano le secche, gli approdi più o meno sommersi e distrutti, e i canali ancora navigabili. A certe ore del giorno, quando l’acqua era più bassa, spuntavano mozziconi di palo ritti e obliqui, ricoperti da pendule e grondanti alghe verdi continuamente sommerse, avvolte e flagellate dalle onde sollevate dalle barche di passaggio. Dalle rive sfondate e franose, o scivolate giù in acqua spuntavano altri pali di vecchie condotte dell’acqua potabile, della corrente elettrica e del telefono ormai inutili e strappati. Qualcuno aveva sparato come a un bersaglio al caratteristico pallone nero posto in cima a un pilone semi divelto. Gran parte dell’isola era contornata come una cornice da un alto bordo obliquo in pietra traforato da tante strette finestrelle come postazioni di difesa che impedivano alle acque di corrodere e mangiarsi pezzo dopo pezzo quel che restava della terra emersa cancellandola.


(…) fra i meandri dell’isola, ed entrò negli interni cadenti dove l’isola mostrava la sua parte più intima. Osservò che sopravviveva un ampio stanzone con due grandi vasche doppie in pietra chiara con tavolazzi in marmo dove si lavava la biancheria. In un angolo permaneva rovesciata una rugginosa carrozzina a tre ruote con la guida davanti, abbandonata e inzozzata. Ovunque in un mare di pattume e mucchi di foglie marcite portate dentro e fuori dal vento attraverso le finestre sfondate prive di vetri e d’infissi, s’arrampicava e pendeva una selva di tubi, rubinetti, manopole e robusti raccordi che fuoriuscivano da grossi serbatoi vuoti che raccoglievano acqua. Una vecchia lampada di metallo a pera, penzolava scoppiata dal soffitto, e dondolava appena mossa dal vento. I muri dipinti di chiaro fino a mezza altezza grondavano umidità che s’allargava dappertutto in larghe chiazze scure fino al soffitto. Da ogni parte: crepe numerose, calcinacci e tracce di malte applicate in strati successivi per rimediare a buchi dei muri mai chiusi per sempre. La parte inferiore dei muri, invece, era quasi dappertutto dipinta di scuro quasi a voler nascondere sporco e untume spalmato ovunque. Un portellone di ferro di mezzo metro chiudeva una cassa di controllo elettrico incassata nel muro mezza fulminata di nero. Era chiusa a chiave, inapribile e bloccata, e mazzi di vecchi cavi elettrici volanti penzolavano da ogni parte legati precariamente sui tubi e sui muri, o appesi a grossi chiodi storti.

Un’alta e larga finestra opaca sporchissima posta accanto al soffitto illuminava lo stanzone di luce soffusa tetra. Comunicante con la lavanderia sorgeva uno stretto loghetto di disbrigo. Sopra l’andito d’accesso senza porta stava infissa una lampada in plastica bianca lunga e stretta, un finestrello altrettanto stretto illuminava il posto da un lato. Il pavimento era tutto occupato da una vasta chiazza di calcinacci, intonaci e pezzi di canne, il soffitto era crollato, e c’erano ammucchiati alla rinfusa ciarpami vari, stracci marci e puzzolenti, pezzi di legno divelti e spezzati, appuntiti e pieni di schegge e chiodi. Su tutto troneggiava una grossa tanica in plastica alta un metro e mezzo, scura, annerita, unta e bisunta, probabilmente usata per portare combustibile o olio da macchina. Un lato intero dello sgabuzzino era occupato da una serie di tavoli impilati l’uno sull’altro, scrostati, marci e mangiati dai tarli. Avevano perso qualche zampa e sostenevano un armadietto alto e stretto con un portellino davanti. A ridosso di questo, posta in piedi ma sghemba di lato, stava una rozza bara in legno nero col coperchio ornato da una croce gotica bianca tutta scrostata. Accanto ad essa c’era la rete di un letto in legno e metallo, un altro armadio sfondato più capiente, un mucchio di mattoni, resti di casse di legno, bottiglie di vetro chiaro o scuro intere o spezzate, in piedi o rovesciate. Anche qui dentro i tubi s’arrampicano dappertutto entrando e fuoriuscendo dai muri. Appoggiata in un angolo, stava riposta quasi ordinatamente una robusta grata in ferro battuto, costruita a curiosa raggiera divelta da una finestra. Sembrava la ruota di guida e manovra di un vecchio battello o la tela geometrica di un vecchio ragno. Di fronte, totalmente brunita dalla ruggine e coperta da uno spesso strato di polvere, c’era una tozza scaffalatura a quattro ripiani, inchiodata al muro. Sopra uno dei ripiani sussisteva ancora un piccolo marchingegno di metallo d’uso incomprensibile, tutto manici, giunti e tozzi pulsanti. Una grossa leva col manico di legno gli spuntava da un fianco. Chissà a cosa serviva … (…) quel mondo “scoppiato” e distrutto (…) comunicava un senso di pregnante vissuto trascorso.


La sentiva quasi ancora pulsare quell’isola morta.


Vide ancora che la parte più bassa dell’isola sul bagnasciuga era invasa da ciottoli, alghe e fango, dove si arrampicavano in continuità animaletti e crostacei che gli uccelli s’avventuravano a beccare, mentre sui ruderi e sui muri s’intravedevano fuggevoli lucertole che si rosolavano al sole. Ogni tanto vide passare qualche grosso ratto frettoloso, che nuotava e scompariva infilandosi frettolosamente in buche e tane nascoste. Osservò l’acqua della marea salire e scendere schiaffeggiando tutta l’isola, e le onde arrivare di corsa schiumando ed esplodendo, sbattendo, sfaldarsi sulle rive coprendole, bagnandole e riscoprendole di nuovo in un gioco senza fine che veniva incrementato col passaggio delle veloci barche a motore…”



Tratto dal capitolo 20 del: “IL TEMPESTARIO” di Stefano Dei Rossi – Venezia 2014 – www.webalice.it/stedrs


“SAN SEBASTIANO A VENEZIA … UN BIJOUX CON UNA STORIA.”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 46.


“SAN SEBASTIANO A VENEZIA … UN BIJOUX CON UNA STORIA.”

La chiesa di San Sebastiano è di certo un bijoux, un altro dei grandissimi gioielli carichi d’arte e storia veneziani. Esistono splendide edizioni specialistiche che ne decantano le bellezze e ne sciorinano la storia, e quindi non tocca certo a me descriverne lo splendore. Però fra le righe delle tante cose ben dette e ben scritte esiste una piccola “terra di nessuno” piena di briciole e di notizie che son di tutti. E’ lì che si colloca quest’ennesima “Curiosità Veneziana”.

All’inizio delle sue vicende, circa nel 1380, il piccolo sito all'incrocio fra il Rio de San Bastian e il Rielo de San Bastian oggi interrato è stato il luogo di una classica storia veneziana di devozione, carità e riconoscenza … l’ennesima. Un nuovo tipo di fraticelli austeri i Gerosolomini dal nome contorto e quasi impronunciabile, fondati dal Beato Pietro Gambacorta da Pisa, si affacciarono in laguna in Contrada dell’Anzolo Raffael incontrando subito le simpatie dei Veneziani che li chiamarono “I Romiti di San Girolamo”.

Nel 1393 si unì ai Romiti un certo Frate Angelo da Corsica del Terzordine Francescano che possedeva un Ospizio in contrada dell’Anzolo oltre a molti altri luoghi in Romagna. Fu così che due anni dopo sorse un primo Ospizioper i poveri, seguito dopo altri due anni da un piccolo Oratorio intitolato a “Santa Maria Assunta piena di Grazia e di Giustizia” con i contributi versati dal Nobile Patrizio Veneto Sacerdote Leonardo Pisani e delle elemosine di Frate Giovanni da Ravenna.


Fra 1405 e 1455 si iniziò a costruire “con grande concorso di popolo nel sostegno della spesa” una nuova chiesa più grande con annesso capiente monastero. I lavori terminarono tredici anni dopo e la nuova chiesa orientata verso Est fu dedicata alla Madonna ma aggiungendovi anche San Sebastiano dal quale gli abitanti della Contrada si sentirono protetti e salvati durante la peste del 1464. Tanto è vero che in parecchi si riunirono nel 1470 in una Confraternita devota ospitata nella stessa chiesa e intitolata allo stesso San Sebastiano.


Ma fu solo nel 1505 che i Gerosolomini vollero ricostruire tutto di nuovo e innalzare il grande complesso monastico che è giunto quasi intatto fino a noi. Esiste ancora la raccolta dei documenti che hanno registrato le donazioni dei fedeli e le spese intraprese per demolire la vecchia chiesa e realizzare il nuovo capolavoro orientato stavolta verso Ovest realizzato dall’architetto Abbondi detto “lo Scarpagnino” astuto commerciante in pietre e capo-gestore a distanza di una nutrita schiera di tagliapietre, muratori, decoratori e fadiganti.

Tre anni dopo s’iniziò a costruire accanto il nuovo convento, e solo nell’estate di cinque anni dopo si giunse a ricoprirlo col tetto completando l’opera, mentre nella chiesa si continuò fino al 1534 con un nuovo ciclo di lavori di completamento delle tre cappelle maggiori.

Fu negli otto anni successivi, fino al 1542, che accadde una lunga stasi dei lavori in San Sebastiano “ … perché i Romiti si scatenarono” come molti degli altri Preti, Frati e Monache della società di Venezia e dell’intera Europa di quell’epoca. Nel convento accadde un vero e proprio baillame.

La crisi cominciò nel 1535 quando fu eletto Rettore Generale Fra  Mansueto da Tiberiaco che si dimostrò essere un fomentatore formidabile di disordini e scandali con gravi problemi disciplinari. La Congregazione dei Gerosolomini affrontò la questione quando fu eletto Pontefice Paolo III che dispose immediatamente una serie di visite ispettive. Le relazioni del 1534 non lasciarono dubbi raccontando:


“Nel monastero sono presenti trenta Frati Eremitani di San Girolamo senza contare i forestieri che continuamente vanno e vengono ... Si pagano 12 ducati per un maestro di grammatica che abita in monastero ed altri 12 ducati a un organista ... Soprattutto i Frati sono girovaghi, discoli, scillerati e inobedienti … la Congregazione è corrotta e confusa, non vive più una vita ispirata all’originario ascetismo …  ma è eccessivamente mondana e libertina, senza rispetto per la disciplina ecclesiastica, senza timore di Dio e senza onore … in cui i pochi frati buoni, se ce ne sono, sono screditati dalla moltitudine dei cattivi ...”


La reputazione dei frati di San Sebastiano a Venezia era pessima, rovinata, e di conseguenza crollarono le entrate, le elemosine e i lasciti al convento. Addirittura attorno al convento di San Sebastiano, si creò un clima incandescente. La popolazione della Contrada dell’Anzolo e di Venezia manifestò vigorosamente contro i Frati e i loro comportamenti sconvenienti giungendo ad affiggere in giro dei manifesti raffiguranti “… demonii depinti et frati incatenati ...”

Finalmente nel 1539 Papa Paolo III si decise e destituì Fra Mansueto da Tiberiaco lanciando l’interdizione e la scomunica contro la chiesa e il convento di San Sebastiano.

Al suo posto nominò Vicario Generale Apostolico un certo Fra Bernardo Torlioni da Verona nato nel 1494 incaricandolo di ricoprire il Generalato vacante e di riformare la Regola della Congregazione alla sbando, cosa che questi fece prontamente nel 1541 riformando le antiche Costituzioni dei “Romiti di San Girolamo”.

La nuova regola suscitò controversie e discussioni tra i Frati e nel Capitolo Generale del 1542 la carica di Rettore Generale della Congregazione andò al più tollerante Fra Remigio da Villafranca, mentre Fra Torlioni fu relegato a Priore del solo convento di San Sebastiano a Venezia dove rimase per ben ventitrè anni fino al 1570.


Ed è qui, al centro di tutto quel “casotto storico”, che si collocò fra storia e leggenda la vicenda dell’illustrissimo pittore Paolo Caliari sopranominato il Veronese sepolto ancora oggi in San Sebastiano. Aveva incominciato a dipingere a Venezia nel 1550 realizzando una pala d’altare per la Cappella dei fratelli Giustinian in San Francesco della Vigna. Riconosciuto come “ … artista e pittor abile, original et bravo …”, negli anni 1553-1554 fu chiamato a dipingere i soffitti delle sale del Consiglio dei Dieci, in Palazzo Ducale.

In seguito, secondo la tradizione, Paolo Caliari detto il Veronese, di 27 anni, fu indotto a vivere in San Sebastiano come in prigione per un certo tempo e fino alla morte per aver offeso un potente, e aver ucciso un insultatore.

Fu lì quindi che il determinato Priore Torlioni divenne il principale committente di Paolo Veronese per la splendida decorazione della chiesa e della sagrestia che possiamo ammirare oggi.

Fra Bernardo Torlioni aveva in mente un programma iconografico semplice e chiaro: la decorazione pittorica dell’intera chiesa di San Sebastiano seguendo il tema allegorico del Trionfo della Fede sull'Eresia.

Si iniziò con la decorazione del soffitto della sacrestia con “Scene dell'Antico Testamento”, a cui seguì fino al 1556 la decorazione in tre scomparti del soffitto a cassettoni della navata della chiesa ispirata al Libro di Ester, pagato con 240 ducati al Veronese.

Fra il 1543 e il 1549 furono completati gli arredi lignei della sagrestia, fu eretto il campanile su disegno dello Scarpagnino ornato con cuspide a cipolla e con mattonelle invetriate colorate, si portò a termine la facciata col rivestimento in pietra d'Istria e si lavorò all’ampliamento dell’originario coro pensile che correva lungo la controfacciata interna della chiesa.

Per finanziare tutte quelle opere Fra Torlioni aveva bisogno di molti soldi, perciò il 26 novembre 1542 concesse al Nobile Patrizio Veneto Marcantonio Grimani di costruirsi una cappella privata in San Sebastiano.  Fra i testimoni del solenne giuramento con cui i Frati del Capitolo di San Sebastiano s’impegnavano nella Sala Capitolare davanti al Notaio Antonio Maria de Vincenti a custodire e curare in perpetuo la Cappella di famiglia Grimani con i suoi ornamenti in cambio di una ricca Mansionaria quotidiana e perpetua c’era il pittore Paolo Veronese. Marcantonio Grimani figlio di Francesco, non era un nobile qualsiasi, era un Senatore famoso e attivissimo nella scena politica veneziana schierato a favore della pace con i Turchi. Fu inoltre Savio di Terraferma, Podestà di Padova, Procuratore de Ultra e perfino ballottato nel concorso per diventare Doge. Quando morì a 78 anni nel febbraio 1566 fu seppellito sotto la predella del suo altare in San Sebastiano che aveva beneficiato per gran parte della vita.


La pensata della cappella privata concessa ai Grimani fu geniale, perché fu la prima di una serie di sei costruite e concesse in San Sebastiano fra 1542 e 1554 ai Nobili Pellegrini e altri garantendo un bel flusso d’entrate e capitali nelle casse del convento “ … in cambio di Messe e Orazioni celebrate dai Frati in suffragio e per la salute delle anime dei Nobili Patrizi ...”

Nel 1557 si realizzò la pavimentazione della chiesa, e dal 1558 Paolo Veronese riprese a lavorare agli affreschi della chiesa superiore, e nello stesso anno realizzò i disegni per i complementi architettonici della Cappella Maggiore: l’altare, le finestre e la cassa dell’organo con 10 registri ad una tastiera realizzato in ottobre da Alessandro Vicentino.

In un anno Veronese dipinse le portelle dell'organo e il parapetto con la “Presentazione di Gesù al Tempio”, la “Piscina Probatica” e la “Natività”.

Nel 1559 Veronese fu un fiume in piena: decorò con affreschi la parte superiore della navata centrale con i “Padri della Chiesa”, “Profeti”, “Sibille” e diversi personaggi biblici, e consegnò il disegno per i sedili del coro dei Frati che decorò con episodi della Vita di San Sebastiano.

Non pago e domo … fra 1559 e 1561 eseguì la pala per l’Altare Maggiore:“Madonna in gloria con San Sebastiano e Santi”, mentre nel 1562 dopo la fine dei lavori di sistemazione del Presbiterio ne affrescò la cupola.

Il 19 aprile dello stesso anno la chiesa di San Sebastiano fu consacrata da Gianfrancesco Rossi Vescovo di Osseno e l’altar maggiore da Michele Jorba Vescovo Arcusense in Tracia.

Nel 1564 il monastero registrò il pagamento di 12 ducati annui per l’organista, la spesa di 15 ducati per la festa di San Sebastiano, e la concessione di un nuovo pagamento a Veronese per due tele laterali del Presbiterio: “San Marco e San Marcellino condotti al martirio” e “Martirio di San Sebastiano”.

Non ancora stanco di dipingere, nel 1567 disegnò per il Refettorio dei Frati i banchi, i tavoli, e il grande quadro con “La Cena in casa di Simone” pagato nel 1570 e terminato forse tre anni dopo.


Nel 1581 i Frati chiamarono Giulio Soperchio Vescovo di Caorle a consacrare altri nuovi altari, e nel 1588 l’antico Oratorio della Beata Vergine della Pietà incorporato nella chiesa venne concesso al Nobile Paolo Lolin che commissionò una tavola a mosaico con la“Conversione di San Paolo”e si fece poi tumulare dentro insieme al fratello Giovanni.


Nel 1600 le vicende di San Sebastiano ebbero ancora qualche sussulto. Accaddero continue discordie con il clero dell’Anzolo Raffael che il Papa in persona ricompose stabilendo un contributo annuo obbligatorio da parte dei Gerolomini di ½ libbra di cera bianca e di una rendita a favore della Parrocchia dell’Anzolo.

Non s’interruppero i lasciti e le donazioni a favore di San Sebastiano. Si racconta dei lasciti testamentari da parte della Nobildonna Patrizia Veneziana Lucrezia Corner che volle essere vestita in morte con l’abito delle francescane di Santa Croce, a cui lasciò 20 ducati, e altri 20 ducati annui a sua sorella Suor Prudenzia monaca nello stesso monastero. Volle inoltre essere accompagnata alla sepoltura dalle monache di quel convento che nominò sue esecutrici testamentarie, e chiese anche di essere seppellita nella chiesa di San Sebastiano con suo marito lasciando una somma destinata a celebrare 1 messa di suffragio due volte la settimana nella stessa chiesa


La zona dei Frati, che in quel secolo e fino alla fine del seguente possedevano a Venezia rendite annue d’affitto d’immobili per 255 ducati, rimase turbolenta. Nel febbraio del 1615 Ser Pietro Vitturi figlio del defunto ZuanBatta, fu ucciso con un'archibugiata di notte a San Sebastiano, mentre se ne tornava a casa. “ … et fu detto esser stato un suo prete di casa con sospetto che fosse partecipe con Caterina Marcello sua moglie …”

Fra 1625 e 1630, anno della tremenda peste Veneziana ricordata dal voto della Basilica della Salute, “ … la Signoria e il Collegio della Serenissima ebbero di nuovo da considerare e sedare nuovi contrasti tra il Generale dei Gerolamini di San Sebastiano e alcuni suoi Frati disobbedienti …per la maggior parte effetti di fattioni e passioni de’ religiosi … e per la concessione a loro in enfiteusi di 80 campi arativi, prativi e boschivi da tempo abbandonati …”


Nel corso del 1700 la storia di San Sebastiano, invece, è solo noia totale. Si nota solo che nel 1756 si tolsero dalle volte del chiostro del convento le tele con soggetti sacri dipinte da Simone Forcellini detto Simoncino, e s’intonacarono di bianco i muri al loro posto, e che in seguito all’inizio del 1800 in occasione del Concistoro in isola di San Giorgio Maggiore per eleggere il Papa Pio VII, l’illustrissimo Cardinale Caraffa trovò alloggiò presso i Monaci Girolamini di San Sebastiano.


Ci pensò la bufera Napoleonica, tanto per cambiare, a ravvivare gli eventi, spegnere la ricca quiete devota, e rovesciare e ribaltare tutto.

Nel 1806 si trasferirono e concentrarono nel convento di San Sebastiano i Padri della Vittoria di Verona che non si sapeva più dove collocare.

Nel 1810, invece, si chiusero a Venezia altri 14 conventi-monasteri. Nel solo Sestiere di Dorsoduro furono soppressi e chiusi: Gesuati, Redentore, La Salute, i Carmelitani Scalzi dei Carmini e i Girolamini di San Sebastiano con 17 monaci dentro. Tutti gli ambienti con le loro ricche biblioteche, eccetto quella degli Armeni di San Lazzaro in isola, passarono in proprietà al Demanio che svendette tutto a poco prezzo. In realtà nella gran confusione molti libri di pregio e manoscritti famosi erano già stati rubati, nascosti o venduti dagli stessi frati.

Due anni dopo, nel settembre 1812 furono venduti all’asta come “scarti”per 6.900 lire a G.S.B.Ferro 21.738 volumi“dei Frati di Venezia” fra i quali c’erano 1.238 libri della Biblioteca dei Girolamini di San Sebastiano assieme ad altri 6.150 degli Scalzi dei Carmini e 3.681 dei Frati Cappuccini del Redentore.

Il dipinto della“Cena” di Paolo Veronese fu strappato dal Refettorio del Convento e portato a Milano dove fa ancora parte oggi della Pinacoteca di Brera.

Dalla chiesa di San Sebastiano sparirono ancheuna “Madonna di Pietà” con quattro abiti, e dalla sacrestia una “Beata Vergine”dentro ad una nicchia di cristallo con guardaroba di sette abiti pregiati e quattro veli in tessuto di grande valore.


Nel 1821 il Patriarca austriaco Pirker in visita a San Sebastiano consigliò di abbattere la chiesa e di spostare tutti i dipinti del Veronese nella vicina chiesa succursale di Ognissanti (l’attuale ex Ospedale Giustinian). Per fortuna non lo ascoltarono.


Si pensò bene, invece, fra 1851 e 1856 di riattare l’ex convento di San Sebastiano introducendovi la sezione femminile dell'Istituto Manin, sotto la direzione delle Suore Figlie di San Giuseppe del Caburlotto. La scuola-convitto-orfanatrofio proseguì la sua opera fino al 1921 quando venne chiusa e conglobata con l’Istituto delle Zitelle in fondo alla Giudecca.

Le Suorine completarono l’opera acquistando il terreno del vecchio squero accanto alla chiesa e costruendovi sopra il loro nuovo palazzo: la Casa Madre Generalizia, Convento, Noviziato, Collegio trasferendosi a fianco della chiesa di San Sebastiano.


Ultimissimo atto: nel 1971 l’Università degli Studi di Venezia acquistò il complesso dell’ex convento dei “Romiti di San Girolamo” come li chiamavano i Veneziani e delle Suorette Canossiane per ospitarvi la facoltà di Lettere e Filosofia. Durante i lunghissimi restauri si rinvennero i resti di alcuni corpicioli di bimbi seppelliti e celati nei muri e nel giardino. Furono le tracce delle solite storie dei monasteri e degli orfanatrofi dove le maternità scomode e i rapporti equivoci erano all’ordine del giorno.

La chiesa di San Sebastiano, invece, venne affidata a un Rettore intramontabile, quasi eterno, e subì le vicende di tantissime altre chiese veneziane: “chiusa, aperta, chiusa, aperta” con qualche raro e provvido restauro per conservarle in piedi.


La chiesa di “San Bastiàn” per molti anche dei Veneziani oggi è poco più che un nome, una delle tante chiese davanti alla quale si tira dritto. Se ci entri sembra di entrare in una bomboniera, in una di quelle scatoline cesellate, decorate e preziose in cui un tempo si tenevano le gioie preziose. Ci si emoziona e ti si scalda la pelle solo al tenerle strette in mano.

“Non ci sono mai entrata … Dovrò farlo.” mi ha detto di recente una che abita lì vicino da una vita intera.

Siamo alle solite …



“A PROPOSITO DI SAN AGOSTIN A VENEZIA …”

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San Agostin da un disegno del Guardi.
“Una curiosità veneziana per volta” – n° 47.


“A PROPOSITO DI SAN AGOSTIN A VENEZIA …”


Secondo le “Consuetudines Ecclesiae Sancti Agostini” del 1500  … la chiesa si chiamava di “San Agostin e Santa Monica”, e nel suo piccolo ospitava diverse Scuole di Devozione e Mestieri molto attive … soprattutto quelle dell’Arte dei Conzacurami  e dell’Arte dei Mercanti da Ogio e Saoneri.

La chiesa però aveva origini antichissime collocate circa intorno all’anno 1000 come una grossa fetta di Venezia, e a cavallo fra storia e leggenda, sembra sia sempre stata affiliata alla vicina chiesa Matrice di San Silvestro ma con dipendenza dal Vescovo di Castello con quale litigava di frequente per il diritto di autoeleggersi liberamente il proprio Piovano.

Alla fine si giunse al compromesso che il Prete di Sant’Agostin doveva essere “…istituito per autorità del Vescovo e volontà dei vicini … (ossia i parrocchiani).”

L’avevano avuta vinta, insomma, quelli di Sant’Agostin.


Nel gennaio 1106 e nel 1149 la chiesa e tutta la Contrada subirono due incendi gravissimi che coinvolsero ben 13 Contrade distruggendole. La prima volta furono intaccate dalle fiamme anche le vicine chiese e Contrade di Santi Apostoli, San Cassiano, Santa Maria Materdomini, Sant’Agata ossia San Boldo e San Stin. La seconda volta, invece, furono coinvolte anche le chiese e le Contrade di San Basegio, dell’Anzolo Raffael, San Nicolò dei Mendicoli, San Zan Degolà, San Stae, San Giacomo dell’Orio, Santa Croce, San Simeon Grande e San Simeon Piccolo.

Niente male come rogo … andò bruciata mezza Venezia.


Durante il 1200 la Contrada di San Agostin era contraddistinta dalla presenza di una delle tante “piscine”o ampie zone acquatiche veneziane che sarebbero state presto imbonite e strappate alla laguna. In ogni caso la zona di Sant’Agostin, vicina all’emporio di Rialto, fu fin da subito zona di mercanti, artigiani e faccendieri.

“ … Domenico Aldoino del Confinio di Sant’Agostin fa quietanza a Tommaso Viaro del Confinio di San Maurizio di lire 100 di denari veneti prestatigli nel luglio 1199 e sino alla Muda d’inverno o di Pasqua per commerciare fino al Alessandria nel viaggio con la nave Paradiso ... nel giugno 1203 fa ancora quietanza allo stesso di lire 110 di denaro veneto prestategli nel 1202 novembre 7 per commerciare lungo le sponde dell’Adriatico con la nave del padrone Bartolotto Gritti e nel novembre 1204 di altre 200 di denari veneti dategli per commerciare lungo le sponde dell’Adriatico fino a Brindisi e Durazzo con la nave Leoncello del padron Angelo Vendelino...” mentre ancora nell’aprile 1243 Marino Balbi, sempre del Confinio di Sant’Agostin, faceva quietanza alla moglie Margherita della sua dote consistente in lire 200 di denaro veneto.


Nel 1310, invece, “… a mezo del mese delle ceriese …” in Contrada di Sant’Agostin in Campiello del Remer venne atterrata la casa dell’ex Doge Jacopo Tiepolo congiurato con i Nobili Querini contro il bene della Repubblica.

Qualche anno dopo, Leonardo Vendelino di Venerabile Famiglia Patrizia, Notaio in Venezia, era Pre’ in Sant’Agostin dove i Preti si davano molto da fare con i prestiti: Pre’ Nicolò prestò 100 lire di grossi ad Andrea Coto da investire in una “Colleganza marittima”, mentre Pre’ Lorenzo della Torre prestò 100 lire di grossi a un residente in Contrada di Santa Maria Formosa, e Giovanni fruttivendolo a Sant’Agostin prese a prestito 5 ducati dal Pre’ Damiano della stessa chiesa.


Negli stessi anni, Muzzola che era Tintore con bottega a Sant’Agostin venne multato perché “tingeva di guado” certe “sergie” fornitegli da Nobili clienti invece di tingerle a Murano come da regole vigenti.

Nel 1368 Gasparino Favaccio, che aveva due fratelli abitanti poco distante, in Contrada di San Giacomo dell’Orio, divenne Plebanus della Contrada di Sant’Agostin che offrì nel suo insieme alla Serenissima lire 42.100 per finanziare la guerra contro i Genovesi al tempo del doge Andrea Contarini.


All’inizio del 1400 la rivendita del pane della Contrada era gestita da Valentin, e Pietro Zane era Plebanus con casa in proprio della Collegiata dei quattro Preti di Sant’Agostin che percepivano 140 ducati di stipendio,12 lire provenienti da incerti di stola, e celebravano 11 Mansionerie guadagnando altri 203 ducati, mentre la Fabbriceria della chiesa gestiva un gruzzoletto di altre 15 lire.

Tanti soldi !

Infatti vennero processati e condannati Pre’ Michele De Leonardi e Pre’Giorgio Furtelli per gravi irregolarità patrimoniali associate a vizi carnali e di gioco.


Esattamente un secolo dopo, in Contrada Sant’Agostin abitavano 628 persone e il Piovano di Sant’Agostin distribuiva ogni volta in media 400 Comunioni, ma si lamentava per la scarsezza delle elemosine raccolte in chiesa: “…quando era i boni tempi adesso non se observa per che le oblation non se fa piu’ come se soleva, ma solum el se a reservado la offerta de la domenega de Ressurection, la qual el Piovan si a la mità de quella offerta…”

Aveva ragione a lamentarsi perché la chiesa era piena di spese da pagare: 5 ducati all’organista, altri 2 ducati per accordare l’organo, e 10 ducati per smontarlo e pulirlo dalla polvere, 5 ducati per i cantori e strumentisti per la Festa nel giorno di Sant’Agostin, e tutte le spese da pagare per le cere e le candele, e per “conzar la chiesa” dove c’era una “Madonna con Bambino” vestita con 4 abiti molto preziosi.


All’inizio del 1600 il numero delle persone che abitavano la Contrada era più o meno lo stesso: 715 o 724, e in Campo Sant’Agostin, a venti metri dal “pistor-forner”sorgeva la famosa stamperia di Aldo Manuzio con l’Accademia Aldina, prima di spostarsi in Contrada di San Paternian vicino a San Marco.

I Preti in chiesa fecero dipingere da Bernardino Prudenti per l’Altar Maggiore una: “Madonna con Bambino e Sant’Agostino e Santa Monica”, ma finirono sulla cronaca cittadina e Veneta perché il Prete Michiel Cicogna Titolato e Confessore presso la chiesa di Sant’Agostin fece stampare con le illustrazioni di Suor Isabella Piccini ben 11 libri quietisti tutti immediatamente condannati dal Sant’Offizio dell’Inquisizione con ben cinque condanne. Il Prete andò ad abitare in Contrada di Santa Margherita dove morìin giorni otto, a 75 anni circa,ammalato da apoplessia, come attestato dal medico Zerbin, e seppellito da suo nipote a Santa Teresa vicino ai Mendicoli “… con processione e torzi otto accesi”.


Fino dal 1638 quando fu aperto quello celebre in Contrada di San Moisè, esisteva in Contrada di Sant’Agostin un “Ridotto”,ossia un locale notturno-diurno dove la Nobiltà si ritrovava per incontrarsi, distrarsi e divertirsi con propri simili. Nella zona, infatti, abitavano diverse prestigiose famiglie Nobili: Soranzo, Pisani, Contarini e i Morosini di cui un antenato Domenico nel 1204 ruppe accidentalmente una zampa dei quattro cavalli in bronzo dorato predati a Costantinopoli, posti prima in Arsenale e poi collocati sul davanzale della Basilica di San Marco. La zampa rotta la collocò proprio sulla facciata del suo palazzo di Sant’Agostin.


L’anno dopo, la chiesa venne distrutta per la terza volta da un incendio, ma fu subito ricostruita dal pievano Niccolo’ Formentini, e riconsacrata dal Patriarca Giovanni Badoer con cinque altari, pavimento rifatto a spese di Girolama Lomellini, campanile e canonica “veramente degna per un Piovano”su disegno di Francesco Contin, lo stesso progettista di Sant’Angelo, Sant’Anna di Castello e Santa Maria del Pianto sulle Fondamente Nove.


“…l’altar maggiore era bello per disegno, per marmi, per ornamenti di figure d’intaglio et altri lavori…”


Si ricollocarono i quadri della vecchia chiesa salvati dall’incendio:

Un“Ecce Homo”di Paris Bordone accanto alla porta di destra, una “Madonna con un Santo”della Scuola del Tiziano di fronte, un’altra “Madonna con bambino, Sant’Agostino e San Carlo, San Francesco dalle stimmate e San Francesco di Paola”di Pietro Mera Fiammingo da Bruxelles(che si chiamava precisamente Pieter van der Meyer)collocata in un tabernacolo esterno alla chiesa.Nell’occasione si aggiunsero quattro tele con“Storie di Sant’Agostino”di Antonio Molinari, mentre Giuseppe Nogari, fratello del Pievano di Sant’Agostin, dipinse per l’altare di San Cristoforo un“Martirio di Sant’Agostino”e Francesco Zugno la “Purificazione della Vergine”.


Infine, per completare l’opera, la ricca famiglia Zane, che aveva palazzo lì vicino,fece costruire una sua Cappella privata, imitata dal Nobile Senatore Jacopo Da Lezze che si fece costruire una Cappella di Famiglia collocandovi una pala dipinta dal Cavalier Liberi rappresentante un Crocefisso con San Francesco e altri Santi”.

Niente male come chiesetta secondaria di Contrada!

Nel 1661 quando in contrada di sant’Agostin c’erano 16 botteghe, Michiel da Valan Fornerpagava: lire una esoldi uno edenari dieci di tasse”, mentre il Capitolo dei Preti di Sant'Agostin pagava lire zero, soldi due e denari otto”.

Quando nel 1684 Paolina Airoldi Marchesini chiese all’Avogaria di Comun d'essere abilitata a “…collocarsi in persona Nobile, et a procrear figli capaci di entrare a far parte del Serenissimo Consiglio …”,venne chiamato come testimone “…Antonio Sarcinelli Spicier nella bottega “Al Calice”a Sant’Agostin presso il Ponte del Calice … all'imboccatura della Calle del Scaleter ...”

Nel 1700 la Contrada di Sant’Agostin misurava 637 passi, e vi abitavano circa 624 persone, di cui 307 persone abili al lavoro e gli altri invece Nobili viventi di rendita.  16 padroni lavoravano in 20 botteghe, in un inviamento da Forno con casa e bottega, e in una Pistoria. Il tetto e il soffitto della chiesa minacciavano di crollare e vennero restaurati a stucchi e pitture. A più riprese, infatti, i Proto Andrea Tirali e Giovanni Scalfarotto rilasciarono scritture e ricevute per un restauro di 250 ducati e poi 490 ducati per la chiesa e la Cappella Maggiore di Sant’Agostin.

Nel dicembre 1777:“…a fonditori di piombo in Salizada  a San Giovanni Crisostomo, in Contrada San Lio et appresso la chiesa di Sant’Agostin è permesso fondere piombi nelle situazioni nelli quali s’attrovano, dalla mezza notte pero’ sino al levar del sole nell’inverno, dalle 5 sino alle 9 d’estate, sempre pero’ in fornelli possibilmente appartati con la canna alata e situata in modo da non inferire incomodo e pregiudizio ad alcuno…”

E siamo già al 1800.

Il 6 settembre 1803 il Patriarca Flangini visitò la chiesa e la Contrada di Sant’Agostin di 800 anime circa.

Fece notare e scrivere che nella chiesa non esisteva un registro di “Cassa Fabbrica”, che la Sacrestia possedeva una rendita e entrate per 43,7 ducati provenienti da legati e doti di Mansionerie, ma spendeva 47 ducati in uscita indebitandosi col Parroco Piovano per 23 ducati circa.

Il Piovano Niccolo’ Druizzi in persona possedeva come Rendite: la casa di residenza, ed entrate per 512 ducati provenienti dall’affitto di 8 case e 1 negozio in Venezia, e da incerti di stola per altri 100 ducati, con spese in uscita per 292,13 ducati dovute a spese per cere, candele per la Festa della Purificazione, e un’altra spesa di 60 ducati in candele per la Festa del titolare Sant’Agostino e per la Dedicazione della chiesa.

Intorno alla chiesa di Sant’Agostin ruotavano ben attivi 15 Preti e 1 Chierico, fra cui alcuni specializzati in celebrazioni di Messe Mansionarie a pagamento. Uno di questi faceva anche il Cappellano nell’isola della Grazia, e alcuni Preti provenivano perfino dalla lontana isola di Modone o da Udine. Questo piccolo esercito di Preti celebrava 3.091 Messe Perpetue, e rimanevano in attesa d’essere celebrate ma già pagate altre 3.777 Messe fra cui 18 Esequiali ed Anniversari e 1.139 normali Messe Avventizie … e tenevano una casella per le elemosine per celebrare altre Messe di Suffragio e una questua per comperare arredi sacri nuovi e riparare i capi vecchi.

Di buono c’era che i Preti facevano l’Esposizione del Santissimo nei Venerdì e nelle feste di Quaresima, celebravano le feste di Sant’Agostino e Santa Monica, predicavano ogni domenica e annualmente il Quaresimale, mentre al sabato tenevano un’istruzione per la gioventù che tuttavia andava per la Dottrina nella vicina chiesa di San Zan Degolà i maschi, mentre le ragazze frequentavano nella chiesa di San Stin.

Nel 1806 moriva il 12 maggio in Parrocchia di Sant’Agostin Gianbattista Gallicciolli autore delle “Memorie Venete”,come ricordava ilmedico Santo Bianchi nel Necrologio Parrocchiale: “… Sjor Domino Gio. Battista Gallicciolli figlio di Paolo, Veneto di anni 73, da nove giorni colto da emiplegia dal lato sinistro con febbre continua, remittente, mista a sintomi di lenta nervosa, questa mattina alle ore 11 circa finì di vivere per stasi cerebrale. Il suo cadavere dovrà essere tumulato al mezzo giorno circa ... e fu portato in San Cassan …”di cui era“Alunno di chiesa”e dove gli fu dedicato un busto con iscrizione.

L’anno dopo, ossia nel 1807, i Decreti eversivi del Regno d’Italia istituito da Napoleone, procurarono la soppressione della Parrocchia di Sant’Agostin che divenne “succursale sussidiaria”,e gli abitanti inglobati nella Parrocchia di San Stin e poi in quella di San Polo.  Alla caduta della Repubblica Serenissima di Venezia si contavano 170 edifici religiosi. Fra 1806 e 1810 il governo francese ne fece distruggere e abbattere ben 70, adibendone molti altri per usi profani.

Nei verbali del 10 marzo 1808 si legge: “…la chiesa soppressa di Sant’Agostin possiede una casa di residenza, circa 1500 lire venete annue, circa 1000 messe per legati particolari; tutto ciò rilevato dalla Commissione Ecclesiastica, al netto degli aggravi e colla sottrazione del 33%, ossia di lire 253,01, dovrà continuare a beneficio del Parroco dimesso di Sant’Agostino e in di lui mancanza riunirsi al Parroco di San Polo salvo il mantenimento del vicario curato…”


Nel 1810 la chiesa venne chiusa e indemaniata, e quasi tutte le sue opere d'arte sparirono senza lasciare traccia. Il 18 settembre 1811, il pittore Lattanzio Querena acquistò dal Demanio quattro vecchie tele di Sant’Agostin stimate complessivamente 16 lire dal perito demaniale Baldassini ... una statua lignea policroma di Sant’Agostin finì nella vicina chiesa di San Polo, mentre un’altra in pietra rappresentante Sant’Agostin benedicente finì inserita nella facciata dell’abitazione della famiglia Lippomano in Salizada di San Polo.

Due anni dopo a causa del blocco commerciale e di navigazione imposto a Venezia, una terribile carestia, un terremoto in Friuli Occidentale e la conseguente fame, il Podestà di Venezia Bartolomeo Girolamo Gradenigo scrisse una lettera al Direttore del Demanio Antonelli chiedendogli la temporanea consegna di sei edifici, tra cui la chiesa di Sant’Agostin e quella di San Nicoletto della Lattuga, per trasformarli in mulini per macinare grano per il pane dei Veneziani.


Nel 1821 il Patriarca Pirker visitò quel che rimaneva delle ex chiese di San Stin e Sant’Agostin “ … ormai chiuse e quasi demolite …”, mentre sette anni dopo, Monsignor Pietro Pianton comperò per la sua chiesa di Santa Maria della Misericordia a Cannaregio le 12 croci di marmo di Sant’Agostin.

Dal 1839 quel che restava della chiesa di Sant’Agostin fu usato insieme alla Scuola di San Giovanni Evangelista e alla Commenda dell’Ordine di Malta come deposito di materiali e marmi di risulta provenienti da edifici sacri demoliti. I marmi residui di Sant’Agostin furono trasferiti nella chiesa di Santa Margherita.


Nel 1852 una tela proveniente dalla chiesa di Sant’Agostin raffigurante Mosè che spezzava le Tavole della Legge” dipinta da “… un veneto moderno...” finìnel settimo lotto di opere d’arte spedite in Austria e destinate a Leopoli ad uso delle chiese povere della Bucovina nella Galizia absburgica. Tuttavia in un documento del 1868 si legge che l’antiquario Bodin acquistò dal Demanio 208 dipinti fra cui “Mosè che spezza le Tavole” di ignoto dalla chiesa di Sant’Agostin stimato lire 25, censito fin dal 1812 nel deposito di opere sacre della chiesa di San Lorenzo a Castello.


Nel 1868, A.Mori del Regio Ufficio Costruzioni stese una perizia di stima su quel che rimaneva della chiesa di Sant’Agostin.

“ … L’edificio occupava 0,454 pertiche censuarie considerabili come rendita veneta di lire 140.40 … Presenta persistenti infiltrazioni d’acqua sia dal soffitto che dalle finestre prive di vestri e scuri … è in grave abbandono e deterioramento, i 5 gradini del portale d’ingresso sono deteriorati in più punti. Si conta: un affresco sul soffitto, 18 capitelli di marmo, 10 quarti di capitello, 4 finestroni e 6 finestre, il campanile manca di copertura e ha 7 rampe di scale inservibili ...”


Il Prefetto di Venezia, il Sindaco e due Assessori con un utile del 5% sul capitale costituirono una Società Anonima apposita e acquistarono prima un’area a Santa Ternita a Castello, e nel 1869 per 2.600 lire un antico Ospizio con 17 camere a San Giacomo dell’Orio. Il 25 novembre 1870 comperarono anche Sant’Agostin per 5.507 lire destinandolo provvisoriamente a deposito di legnami e magazzino erariale.Si decise di demolire il campanile e liberare l’intera area destinandola all’edificazione di 40 case popolari per operai costruite in 18 mesi sulle fondamenta dell’antica chiesa. La porta laterale della vecchia chiesa divenne iI portone d'accesso condominiale, mentre la vicina Calle dei Preti a fianco della chiesa di Sant’Agostin cambiò nome con quello di “Calle del remer".


Dell’antico Campo e Chiesa di Sant’Agostin rimane oggi solo la vera da pozzo rotonda a otto sfaccettature per la raccolta dell’acqua piovana“ …con l’emblema del Vescovo San Agostin con mitria e pastorale”



Infine, nell’ottobre del 2000 due muratori, collocando delle vasche di depurazione delle acque fognarie condominiali, incontrarono le fondazioni della chiesa del 1600, e due basamenti dei pilastri con quattro tombe contenenti 20 corpi dell’epoca della prima chiesa antica di Sant’Agostin dell’anno 960 …  Sant’Agostin non si rassegna ad essere dimenticato del tutto … per questo ne faccio un po’ memoria.


“SAN GIOVANNI DEI TEMPLARI … A VENEZIA.”

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“Una curiosità veneziana per volta.” – n° 48.


“SAN GIOVANNI DEI TEMPLARI … A VENEZIA.”


La storia dei Templari a Venezia, ben si sa, è spesso storia d’illazioni, supposizioni e leggende … C’è poco di certo … Quasi tutto è perso nel passato del tempo antico che è andato per sempre … Ma qualcosina ancora c’è … Si sa per certo che erano già presenti a Venezia a soli vent’anni dalla fondazione del loro Ordine. Nel 1144 i Milites Templi Domini o Templariottennero terreni in concessione in Contrada di San Moisè, e una chiesa chiamata “Santa Maria de Brolio” in seguito detta “Santa Mariadell’Ascensione” nell’attuale Calle dell’Ascensione accanto a Piazza San Marco.

Venezia era la Porta dell’Europa per la Terrasanta e l’Oriente, perciò i Templari possedettero per secoli proprio qui, a seguito anche di una donazione fatta il 9 novembre 1187 da Gerardo Arcivescovo di Ravenna, terreni e proprietà, locande, case, convento, annesso Ospedaletto di Santa Caterina e alcune chiese.

Molti Templari viaggianti di ritorno dalla Terrasanta o diretti verso di essa con le loro storie e i loro segni misteriosi passarono per San Zuan Battista al Tempio di Venezia o dei Furlani (perché lì accanto abitavano molti provenienti dal Friuli).

Nel settembre 1263era Priore dei Templari Fra' Engheramo da Gragnana, a cui successe Fra' Guglielmo Bolgaroni… Il 12 dicembre 1281, Frate Guido dei Templari, Amministratore di San Tommaso di Treviso, nominò suo Nunxio Frà Giacobino Torcifica nella lite contro il Monastero di Santa Maria Materdomini in Venezia … Nel 1303 era Precettore Frà Simone da Osimo che fu eletto Giudice nella controversia tra il Vescovo di Capodistria e il suo Clero ... mentre nell’ottobre dell’anno dopo il Cavaliere Templare Rodolfo, regio esattore in Sciampagna, istituì una requisitoria contro Giovanni Balduino di Venezia che gli era debitore per 70 lire.

Alla fine del 1200 e inizio del 1300, lungo i corsi de fiumi Sile, Zero e Dese, nella zona ad est e a sud di Treviso, esistevano 52 ettari superiori a 100 campi trevigiani di proprietà di enti monastici veneziani, fra cui l’Ospedale del Tempio di Venezia che esigeva un censo in frumento e gestiva con Gastaldi il patrimonio.

Nel 1312 accadde la tragica soppressione dell’Ordine dei Templari da parte di Clemente V col Concilio di Vienna curiosamente e storicamente nota.

Subito nel novembre dello stesso anno il Cavaliere Frà Nicola da Parma, Priore di Venezia dell'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme o Giovanniti, accompagnato dal Cavaliere Fra' Bonaccorso da Treviso, si presentarono al Doge Giovanni Soranzo per chiedere che i beni dei Templari fossero dati loro in proprietà. La domanda fu accolta ed essi acquisirono fra 1313 e 1316 sia il Convento e la chiesa di San Giovanni del Tempio, che la casa e la chiesa di Santa Maria in Broglio o Brolo direttamente nei pressi, “in boccadi Piazza” a San Marco, da quel momento in poi sempre gestiti da Priori appartenenti alla Nobiltà Veneziana.

In seguito l’ex complesso di San Giovanni dei Templari o al Tempio passò ai Cavalieri di Rodi o Gerosolimitani ed infine ai Cavalieri Ospedalieri di Malta
indebitati per 93.000 fiorini ...che ottennero nel 1322 dal Papa Giovanni XXII di poter principalmente vendere le case e i beni per salvarsi dalla bancarotta e dal fallimento dell’Ordine. Perciò nel 1324 vendettero la casa dei Templari che divenne Locanda-Osteria della Luna… oggi Hotel Luna Baglioni, e la chiesa di Santa Maria in Broglio ai Procuratori di San Marco che la concessero alla Confraternita dello Spirito Santo.

Nel 1379, al tempo del Doge Andrea Contarini e degli imprestiti allo Stato Serenissimo per affrontare la guerra contro i Genovesi che presero Chioggia, le case di San Giovanni dei Templari o al Tempio contribuirono con lire 2.000.


A metà del 1400, San Giovanni del Tempio dichiarava redditi, al terzo posto fra d’importanza fra i dichiaranti, per 1.291 lire da 350 fra fondi e terreni padovani, il 51% era denaro contante e il resto erano beni in natura. Nel 1455, infatti, Donà da Casal Maciego dichiarò nella sua polizza fiscale di lavorare 125 campi di cui alcuni boschivi distribuiti in 3 località diverse. Di questi: 36 erano suoi, 7 della moglie che li dava in affitto, e 66 appartenevano a San Giovanni al Tempio di Venezia ...


Nell’aprile 1626, qualche anno prima della grande peste della Madonna della Salute, fu presentato un Consulto alla Signoria Serenissima sulla pratica non gradita in uso presso l’Ordine di Malta di concedere il Priorato di San Giovanni dei Furlani in Commenda a un siciliano. Nel dicembre 1640, invece, quando il Priorato di San Giovanni dei Furlani possedeva una rendita annuale di 174 ducati da beni immobili in Venezia, fu richiesto dal Nobile Ricevitore dell’Ordine di Malta un altro Consulto alla Signoria Serenissima. Si chiedeva: “… che non venisse molestato dai Magistrati Signori di Notte un Professo dell’Ordine di Malta per aver derubato una misera e insignificante vedova ...”  


Tutto era ieri come oggi …


Come sempre, su tutto alla fine mise zampino la “Bufera Napoleonica”:la chiesa presso San Marco finì distrutta nel 1824, e San Giovanni dei Furlani fu spogliato di tutto e chiuso per 40 anni utilizzandolo come“Deposito della Commenda” per quadri tolti dalle chiese distrutte, poi di panche ed arredi. Nel Depositorio della Commenda furono radunati numerosi dipinti provenienti dall’entroterra Padovano poi inviati alla Pinacoteca di Brera di Milano, all’Accademia, o in altre chiese dell’entroterra … Molte opere andarono misteriosamente disperse strada facendo.
Nel 1833 i rimanenti quadri in deposito alla Commenda vennero trasportati a Palazzo Ducale, e i luoghi furono ridotti a stamperia e a teatrino di spettacoli ... Rimasero nel chiostro solo alcune tombe e stemmi di Cavalieri degli Ordini antichi … e durante la Dominazione Austriaca si provò a ricollocare alcuni arredi e opere per cercare di riempire il vuoto totale lasciato dai Francesi.


Solo nel 1839 il complesso di San Giovanni dei Furlani fu restituito ai Cavalieri e restaurato fino al 1843 ponendoci l’altar maggiore di Cristoforo del Legname con statue di Bartolomeo Lombardo e dipinti del Piazzetta provenienti dalla distrutta chiesa di San Gimignano presente sulle Procuratie di Piazza San Marco. L’organaro musicista Agostini Angelo da Padova costruì l’organo ponendolo in cantoria sopra la porta d’ingresso, e dieci anni dopo si demolì il campanile pericolante.


E siamo ad oggi … Quando sono nato io, nel 1958, il Gran Priorato di Malta inaugurò un ambulatorio a scopo benefico accanto alla vecchia chiesa dei Templari.


Infine, racconta una vecchia cronaca, che a Venezia stava: “…tale Missèr Zermàn Nobil Templariotto … che nei muri di San Zuan dixit nascondere gran bel tesorotto … Di taverne, donne e soldi si rimanda essere stato molto edotto … Dicevansi uscire spesso nottetempo da una portucola in una calle sconta … per spassarsela fino a mattina con buon vino e buone donne ... Se navigare si doveva per la Terrasanta, Cavaliere con Pellegrini, o partire viandante pe il Gran Nord Teutonico o per i luoghi Jacobei, indossava sempre come corazza tutte le stanchezze e le malattie del mondo rimanendo quaggiù in Wenetia a oziare … Et che sempre nottetempo fu costretto a fuggire fuori e oltre delle Serenissime Lagune braccato e inseguito dai bravi uomini al soldo di un nobile signorotto disonorato nella moglie e inferocito al punto tale d’impedirgli di ritrovar sicuro rifugio in San Zuan del Tempio …” 


Che fine avrà fatto il tesoretto di Sier Zermàn Templar ?  Perduto o forse ancora nascosto lì ?

Solo ora ho capito perché di recente (pochi giorni fa) l’autorità pubblica di Venezia ci teneva tanto a partecipare all’inaugurazione del restaurato e riqualificato complesso del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta a Castello… L’Autorità odierna dovrebbe in qualche modo significare la discendenza di quei nobili Cavalieri antichi dai grandi ideali … ma forse spesso ne conserva solo l’ambizione, la fame insaziabile di potere, e il fiuto per lo spasso, i soldi e i tesoretti … e niente più.

"E' morto il Doge ! ... Viva il Doge !" gridavano un tempo i Veneziani ... ossia: "Bravo il Doge ! ... ma meno male che è morto." 
In un certo senso avevano ragione, e probabilmente è un pensiero valido anche per oggi.

“L’Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti … a Castello.”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 49.


“L’Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti … a Castello.”

Stavo scrivendo d’altro … Poi come sapete, io lavoro da Infermiere, quindi mi sono imbattuto in queste notizie e informazioni che mi hanno particolarmente incuriosito e attratto.

Si tratta della “foto” di uno degli Ospedaletti antichi di Venezia che non esistono più. Un intero piccolo mondo situato nel Sestiere di Castello, uno dei più periferici, popolari e lontani di Venezia, dove, come sempre, sono accadute cose e storie interessanti e perfettamente coerenti con le vicende della Serenissima che in molti apprezziamo.

Già in un’altra occasione mi sono ritrovato a raccontare qualcosa di quel posto, riportando le vicende di Cattaruzza figlia di Zuanne e di Caterina Foscarini del ramo III dei Grimani di San Boldo nel 1758.

Vedi: “INCROCI FRA UOMINI E DONNE … VENEZIA 1786.”

Stavolta scrivo dei luoghi che sorgevano e sorgono in parte al di là del Rio-Canale di Sant’Anna, dove c’era:“l’Ospedaletto dei Santi Pietro e Paolo”, detto“Hospeàl Avanzo o di San Gioacchino”. A Venezia tutti lo chiamavano: “Ospedaletto dei feriti”, e fu fondato nel lontano 1000 per ospitare pellegrini in transito o di ritorno dalla Terrasanta. Nel 1328 venne ampliato dal Prior Marco Bonaldo e utilizzato soprattutto per i feriti di guerra, e messo dal 1348 sotto diretto Patrocinio del Doge che vi assegnò per gestirlo un apposito Gastaldo e in seguito cinque Procuratori Nobili e Cittadini.

Nel 1350 Francesco Avanzo o D'Avanzo concesse per testamento un lascito investito nel Monte Novissimo e presso la Camera dei Imprestidi. Fu quella la più consistente eredità della storia dell'Ospeàl che nell’occasione venne ulteriormente ampliato inglobando un contiguo Ospedaeto Avanzo con 8 sue “caxette” annesse.

Alla fine del 1300, “l’Hospeal dei Feriti de San Piero e Paolo”era considerato l’ “Hospeal Mazor”diVenezia, possedeva una sua Scuola di Chirurgia che godeva di gran prestigio, accoglieva fino a circa cento fra feriti, ammalati e pellegrini, e possedeva proprietà e un vasto patrimonio immobiliare dal quale traeva grosse rendite annuali.

Se si gira per il Sestiere di Castello, ancora oggi si trova murata in un vecchio squero nella Contrada di San Piero una patera in pietra d'Istria raffigurante un spada verticale che incrocia due chiavi orizzontali simbolo dell’ “Hospeàl de San Piero e Paolo dei feriti”.

Nel 1418 Elena Marchi lasciò per testamento, presso il Notaio Arcidiacono Nicolò Bono, una casa per accogliere e farne l’Ospizio delle Pizzocchere Terziarie Francescane, che vi aggiunsero un piccolo Oratorio di San Gioachin. La piccola comunità di donne crebbe nel tempo in simbiosi col vicino Ospedale di San Pietro e Paolo dove le Pinzochare assistevano i ricoverati.


Vent’anni dopo, Maddalena moglie di Nicolò Carretto Priore dell’Ospedal dei Feriti che possedeva circa 150 campi a Postioma nel Trevigiano, lasciò altre 4 “caxette”a Sant’Anna di Castello per fondare un altro piccolo Ospizio. Nel 1455, invece, Bortolo q Stefano da Casale dichiarò nella sua polizza fiscale di lavorare 59 campi di cui 42 appartenevano a 3 possessioni veneziane, prese in affitto rispettivamente dall’Ospedale di San Pietro e Paolo di Venezia, dalle monache di San Antonio di Torcello e dall’Abate di San Filippo e Giacomo sempre in Venezia.

Nel 1428-1439 Francesco Cesanis, fratello di Alvise, era proprietario di una nave tonda o cocca, ed era iscritto alla “prova” per i viaggi di Siria e il commercio del cotone. Fu ufficiale di bordo sulle Galee della Muda per la Fiandra, e nel 1457 fu uomo di Consiglio su una Galea di mercato della Muda per Beirut. L’anno dopo fu nel Consiglio sulla Galea di mercato di Barbaria, e nel 1460 sulla Galea di mercato di Cipro. Era figlio di Biasio Priore dell’Ospedale di San Pietro e Paolo di Castello e possedeva case a Venezia e Malamocco. Nel suo testamento del 05 novembre 1496 ricordava di affittare le sue case a prezzo onesto, e stabiliva d’essere sepolto a Sant’Antonin di Castello, di lasciare denaro alla Pietà, all’Ospedal di Gesu’ Cristo di Castello, per pellegrinaggi a Roma e Campostela, una rendita di 10 ducati + 50 ducati di dote alla serva Lena e una di 10 ducati alla serva Lucia. Inoltre lasciava una rendita di 10 ducati all’Ospedale di San Pietro e Paolo, una rendita di 10 ducati a Marina sua figlia naturale, e la sua schiava etiope Caterina al suo amico Modesto Spiera. Infine istituiva un lascito per la Scuola Grande di San Marco risultante ancora attivo e fruttuoso più di trecento anni dopo.


Dal 1487 al 1536 il Collegio dei Fisici e dei Chirurghi di Venezia teneva nell’Hospedal di San Pietro e Paolo le sue lezioni annuali di anatomia con dissezioni ricordate da Nicolo’ Massa nel “Liber Introductorius anathomiae”pubblicato a Venezia nel 1536.

Nel 1558 Francesco da Castello fu nominato “Chirurgo dell’Hospedàl” che aveva solo i muri perimetrali in pietra, mentre tutto l'interno era formato da tramezzi, scale, pavimenti e arredi in legno, contava circa 131 decessi totali annui, in maggior parte maschi adulti, salvo 2 ragazzi di 14 e 12 anni, 23 decessi per ferite e fratture, e 27 su 83 deceduti erano soldati o galeotti.

Si racconta anche che nel 1615 i Commissari della Serenissima entrarono a forza nell’Ospedale per cacciare fuori gli uomini che convivevano con quattro donne ospiziate, mentre nel 1630 tutte le Pizzocchere che servivano nell’Ospedale morirono di peste ad eccezione di Domenica Rossi che in seguito raccolse e organizzò nuove compagne.


Nel febbraio 1648 si scriveva: “ …chi entra nell’Ospeàl viene spogliato nudo, gli si leva d’intorno immondizie e sporco, e gli si da camicia e lenzuoli netti … si riscaldano e pongono in un letto, e vengono tosto confessati e visitati da un medico … Qualor prendano medicina, si dà loro un ovo fresco, pan in brodo, un poco di pollastra o vitello … o non potendo masticare sostentasi con brodetti di ova fresche, pesti di pollastre, o ristori secondo la gravità dei mali. Nella convalescenza o liberi da febre, giusto agli ordini del medico, si dà loro minestra d’orzo, riso o pan grattato, un pezzo di carne di manzo, qualche pomo o pero cotto, pane e vino sino a partenza …”

Solo fra 1727 e 1750, dopo secoli, quando l'Ospeàl godeva ancora della rendita di circa 3.000 ducati annui, le Pizzocchere Terziarie Francescane si “ridussero” in comunità regolare ordinata, e restaurarono Ospedale e Oratorio di San Gioacchin. Col solito passaggio Napoleonico le Pizzoccare furono concentrate con le Pinzochare di San Francesco della Vigna, i locali indemaniati e poi venduti a privati, e gli ammalati“dell’Hospeàl di San Piero e Paolo” concentrati in quello degli Incurabili nel Sestiere di Dorsoduro dall’altra parte della città.

Nel 1900, dopo essere stato utilizzato dalla Congregazione di Carità e come Patronato pei Ragazzi Vagabondi”, la proprietà modificata e ridotta per l’escavazione di un Rio e la costruzione di una fondamenta, passò alle Suore di Maria Ausiliatrice, che in seguito vendettero tutto al Comune che ne ha fatto da poco una piccola residenza universitaria.

Se andate a Castello, vicino a Sant’Anna, vedrete negli edifici i tre ingressi significativi rimasti. Il primo a sinistra era l’ingresso della casa delle PizzòcareTerziarie di San Francesco, quello centrale era quello dell'Hospeàl di San Piero e Paolo dei Feriti, e quello a destra l’entrata dell'Oratorio di San Gioachin. 



Un breve spaccato di sanità veneziana dei tempi andati …


“L’OSPIZIO DEI CROSECCHIERI … A VENEZIA”

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“Una curiosità veneziana per volta” – n° 50.


“L’OSPIZIO DEI CROSECCHIERI … A VENEZIA”


Quand’ero piccoletto e mia madre mi portava dalla mia isoletta spersa in fondo alla laguna fino a Venezia per effettuare dei controlli all’Ospedale Pediatrico Umberto I a San Alvise, passavamo di là. Sbarcati alle Fondamente Nove, spesso d’inverno col freddo, la pioggia e il buio, camminavamo proprio accanto a quell’edificio. Nella mia vispa fantasia di bimbo satura delle letture dei fumetti di Tex Willer, quella era la “casa dei Cinesi”. Forse per la postura e l’aspetto del Santo scolpito in facciata con la Madonna, che mi sembrava appunto un Cinese con un pacco misterioso … o forse per chissà quali motivi, m’immaginavo che ci fosse dietro a quella porta e dentro a quella casetta piena di camini una fumeria di oppio piena di tendaggi, draghi contorti, luci rossastre soffuse, geishe seminude e procaci, e uomini dagli occhi a mandorla, codini, baffi lunghissimi e coltello facile … Bambino ero, e mi portavo a spasso per Venezia le mie fantasie stretto alla mano rassicurante della mamma forte come quella di Tex Willer. Assieme a quella visione da Far West lagunare associo ancor oggi il ricordo dell’odore intenso delle colle, dei mastici, della pece e dei legni che fuoriusciva dagli ultimi squeri di Cannaregio che accostavamo, dove si ostinavano a costruire e riparare le ultime barche in un miscuglio di faville, stoppie, e rumore di seghe e chiodi ribattuti.

Col trascorrere degli anni, mi sono spesso domandato quale fosse quel posto che ogni tanto riaffiorava, galleggiava e riaffondava nella mia memoria, finchè finalmente l’ho riconosciuto, anzi, ho riconosciuto la scultura ancora infissa sopra al portale, e il ricordo si è acceso nitido nella mia memoria. Non si trattava della fumeria di Tew Willer e dei Cinesi a Venezia, ma dell’antichissimo Hospeàl dei Crocecchieri o Ospizio Zen dell’Assunta in Campo dei Gesuiti verso le Fondamente Nove.


“Chi ? …  Dove ?” dirà più di qualcuno.


E’ sì … non è uno dei posti e dei luoghi fra i più conosciuti e visitati di Venezia. A dire il vero, ultimamente è davvero difficile potervi entrare e visitare almeno la Cappella di quel luogo che è stato prestigioso o perlomeno ricco di storia curiosa.

Sapete meglio di me che Venezia pullulava per secoli di Ospizi e Hospedaetti sparsi un po’ in tutte le sue Contrade. Ce n’erano davvero molti, moltissimi, e la maggior parte di loro è esistita per secoli sussidiando la città lagunare con grande puntualità e meticolosa efficienza. Gestire la Sanità a Venezia non è mai stata una cosa da poco, tuttavia bisogna dire che la Serenissima si è data molto da fare al riguardo e ha permesso che molti privati, devoti, Compagnie, Ordini di Frati e Monache e Scuole di Arti Mestieri e Devozione Grandi e Piccole potessero in proprio erigere delle realtà assistenziali davvero presenti e attive sul territorio Serenissimo fatto di Calli, Contrade e Campi.


Sapete anche che per secoli la presenza dei poveri, dei miseri e dei bisognosi a Venezia si contava nell’ordine delle decine di migliaia. In certe stagioni storiche per vari motivi si è giunti a parlare di settantamila-ottantamila e più miseri questuanti e bisognosi presenti stabilmente e imploranti un qualche aiuto in città anche in maniera importuna.

Quindi, volendo, ce n’era da fare per aiutare un po’ tutti …


Le vicende di quell’Ospizio iniziarono circa nel lontanissimo 1150, pensate quasi un millennio fa … quando i Frati Crociferi o Crosecchieri giunsero a Venezia da Roma costruendo subito Chiesa e Convento con le donazioni della nobile famiglia Gussoni. Accanto al complesso religioso costruirono anche un Hospeàl con annesso Oratorio per offrire ospitalità ai pellegrini e ai crociati in transito per Venezia diretti in Terrasanta. Si dice che l’Ordine dei Crociferi o Crosecchieri sia arrivato a gestire fino 200 Ospizi e Monasteri fra Italia, Europa, Palestina e Oriente.  Niente male per l’epoca !


Le cronache dell’epoca raccontano:

“… essendo venuti dalla parte di Roma alcuni monachi quali andavano vestiti de biso, descalzi; con una croce de legno in man, pieni d’ogni bontà e religion, et essendo poveri, li furono donati alcuni terreni sopra la palude, in confinanza col Canal delli Monachi dal Sacco, dove li fu fabbricado da diversi con elemosine, un’Hospedal per loro habitation con una giesola che chiamavano Santa Maria dell’Hospedal delli Monaci della Croce.”


I Frati Crosicchieri a Venezia furono subito ben visti e accolti, e soppiantarono nella zona i Monaci Sacchiti dal misero abito che: “…andavano centi con una cadena et non conversavano con persona alcuna … mentre i Crociferi usando vita onestissima, anzi santa, li Nobili et Cittadini con il Popolo andavano volentieri allo loro offici, facendoli elemosine assai, di modo che i Monaci di Santa Caterina del Sacco, vedendo ogni giorno più accrescer et concorreli assai popolo che disturbava i loro uffici, si partirono da Venezia et andarono al Monte Sinai …”


L'Hospeàl veneziano presentò fin dall’inizio quattro grandi camini collegati a dodici stanzette di ricovero. Sopra il portone d'ingresso fu posto fin dal 1300 un bassorilievo con Madonna in trono col Bambino e San Magno”(la statua del Cinese della mia fantasia da bambino). Da lì si accedeva alle parti comuni, alle stanze allineate sui due lati, e all'Oratorio in fondo all'edificio.


Già nel 1170 fu lasciato per testamento ai Crosecchieri “alla bona memoria di Cleto … successore di Pietro”: vigne e possedimenti con acque pertinenti a Pellestrina e Chioggia. Qualche anno più tardi, anche Basilio, Domenico e Pietro Domenico da Chioggia donarono saline, terre, paludi e case sempre a Chioggia. Entro la fine del secolo, il Patriarca di Aquileia Bertoldo donò all’Ospissio dei Crosecchieri: case e palazzi a Padova, Trieste, Muggia, Fuscalia, e alcuni boschi di Meolo.


All’inizio del 1200, il Patriarca di Grado sotto la cui giurisdizione cadeva il Convento dei Crosecchieri, concesse ai Frati immunità e privilegi, e quelli offrirono simbolicamente in cambio: due annue ampolle di vino. Anche il Papa non si fece attendere, e Gregorio IX vietò a chiunque di violare l’integrità territoriale dei Crociferi veneziani minacciando con apposita bolla scomuniche e pene severissime.


Una decina d’anni dopo, come spesso accadeva a Venezia, un furioso incendio devastò Convento, Chiesa e Ospizio, ma tutto fu presto ricostruito destinandolo all’accoglienza di povere vedove ammalate, scelte e ammesse in autonomia dallo stesso Priore dei Crosecchieri.

Per far comprendere l’importanza di quel posto a Venezia in quell’epoca, il 23 giugno 1222 proprio ai Crociferi o Crosecchieri si firmò la pace fra le nemiche Serenissima e Patriarcato d’Aquileia.


Nel 1254 il personale accudiente attivo nell’Ospizio consisteva in due sacerdoti, un diacono e dieci fratelli laici del Convento dei Crosechieri … e continuavano a fioccare lasciti e donazioni.


Maria vedova di Giacomo Gradenigo dispose per testamento il 25 luglio 1267 di elargire a quasi tutti i Monasteri e Hospeàli del Dogado Serenissimo cospicui legati e denari. Beneficò innanzitutto il Monastero delle Vergini a San Pietro di Castello dove predispose la sua sepoltura, e poi gli ospedali: Domus Dei (Ca’ di Dio), Domus Misericordie, Santa Maria Crociferorum, San Joahannis Evangelista, Sancta Maria et San Lazzaro ... e molti altri monasteri “da Grado usque Caput Aggeris”. Effettivamente furono corrisposti a tutti dai Procuratori di San Marco 20 ducati in 2 rate di 8 e 12 soldi.


L’anno dopo, il Doge in persona Raniero Zen lasciò per testamento l’intero suo capitale a metà fra l’Hospeàl di San Giovanni e Paolo e quello dei Crosecchieri a cui lasciò anche i ricavi di alcuni vigneti in Istria e Muggia col vincolo d’inalienabilità, e col perpetuo usufrutto a favore degli infermi. Lasciò all’Ospizio anche la proprietà di sedici caxette nella vicina Contrada di Santa Sofia,disponendo che le rendite degli affitti fossero spese dai Commissari testamentari per acquistare letti, coperte, lenzuola, vestiario, sedie e oggetti utili agli infermi.

Il Doge inoltre, ordinò che anche i 3000 ducati della dote della moglie, nonché gli effetti personali e gli arredi della casa andassero a beneficio degli infermi, compresa la parte del nipote se fosse stato senza figli. Ogni cosa doveva essere decisa in accordo fra l’Ospitalario dei Crosecchierie il Priore dell’Ospedale.

Per tutto questo il Doge fu inizialmente sepolto nella chiesa dei Crociferi-Crosecchieri prima d’essere trasportato nel Pantheon Ducale di San Giovanni e Paolo. Questo importantissimo e molto ricco lascito denominato “Comissaria Zen” non fu lasciato in gestione ai Frati ma alla moglie del Doge, e in seguito ai Procuratori di San Marco de Citra. Come sempre la Serenissima utilizzava certe donazioni a modo suo e in maniera “oculata per il bene pubblico”, perciò il lascito fu spesso incamerato dallo Stato e utilizzato a fini bellici in più di un’occasione.

E come il solito, a Venezia ci fu un lunghissimo e secolare contezioso con cause e processi fra Procuratori di San Marco e i Crocecchieri per la contribuzione dello Stato alla gestione dell’Ospizio, con reciproche accuse di maneggi, ruberie, dimenticanze e abusi.

Venezia era Venezia …


Dal 1299 in poi un apposito Gastaldo raccoglieva a nome dell’Ospizio Zen gli affitti delle caxette della Contrada di Santa Sofia e di altre caxette che si aggiunsero in Contrada dei Santi Apostoli e a Rialto. Investiva i capitali in Zecca, vendeva e comprava, e amministrava gli interessi spendendo per le cose necessarie per “pauperibus et infirmis”. Dalle note degli antichi Quaderni dei Conti dell’Ospizio risulta che comprava: letti con lenzuola e coperte, vestiario, pezze per le camicie, scarpe, frumento, orzo, vino, olio, lardo, carne salata, pollame e uova, formaggi e pesce.


Nel 1414 furono necessari dei lavori di ristrutturazione dell’Ospizio e della Cappella interna, mentre i Frati Crosecchieri seguendo la moda del secolo facevano i capricci e si davano alla bellavita e a bagordi in giro per Venezia e il Dogado.


Articolo n°6 dei “Capitula Hospitalis Zen” del 25 gennaio 1445:

“… che ogni mattina juxta el laudabile consueto antiquo presente epsa Priora, o sua viceregente, vadino e facino andare le povere del hospitale al altare de la Madona de esso hospitale a rendere gratie a quella, et pregare Dio per el Stato della nostra Illustrissima Signoria, libertà e conservation del Monastier de Crocichieri, et per le anime de chi gli ha statuito tanto bene … dicendo cadauna d’esse povere inginocchioni: cinque Pater noster et cinque Ave Maria a riverentia della Santissima Croce et Passione del nostro Signore Jesu Christo … Tri per la Santissima Trinitade et sette per le Sette Allegrezze della Madonna ...”


Articolo n°8 dei “Capitula Hospitalis Zen” del 25 gennaio 1445:

“ … che a septimana, over mese … che le povere a do a do, quelle cioè se possono exercitare, debbiano tegnir mundo et scovato tutto l’andeto de ditto Hospitale, tra l’una e l’altra porta, et non tegnir animale de alguna sorte nelle sue celle excepto qualche gatto …”


Nel 1500 il posto di Priore dell’Ospizio era vacante ed era appetito da moltissime organizzazioni religiose cittadine: Padri Serviti, Canonici Regolari di Santo Spirito in isola e Monache di Santa Maria degli Angeli di Murano che patrocinate dal Senato Serenissimo aspiravano a rilevarlo e gestirlo. Addirittura il 20 gennaio 1504 il Padre Generale dei Crociferi si lamentò che si voleva dare l’Ospizio in gestione come “Commenda” al figlio tredicenne del potente combattente Procuratore Nicolò Priuli. E il motivo c’era: si guadagnavano 600 ducati di Commenda e molto altro di connesso ... Lo sapeva bene la nobile famiglia Zen, che nel bene e nel male mantenne sempre un controllo ed un’ingerenza nei confronti dell’Ospizio arrivando talvolta ad occuparne delle parti affittandone a persone non bisognose e occupando terreni di proprietà dell’Ospizio.


Trascorsero 50 anni prima che il Papa Pio II si decidesse a mettere un freno e richiamare all’ordine, alla Regola e alla disciplina religiosa i Frati Crocecchieri “bellicosi”. Il Papa però si diede da fare espropriando i Crosecchieri di tutti i beni che possedevano a Venezia, passandoli in gestione come Commenda prima al Cardinale Bembo, e poi al famoso Cardinale Bessarione (quello della Biblioteca Marciana), mentre i Procuratori di San Marco del Governo Serenissimo tagliarono i contributi ai Frati e di conseguenza alle povere donne dell’Ospizio a cui venivano conferite 18 lire d’oro all’anno e una paga di lire 1 e soldi 8 in tre rate: Natale, Pasqua e Assunzione ... L’Ospizio rischiò il fallimento e la chiusura per mancanza di fondi.

Ma questo non accadde …


Passarono altri cento anni, e un secondo incendio distrusse quasi completamente Convento e Ospizio, e i Crosecchieri reintregati parzialmente nelle proprietà, ma privi delle antiche cospicue risorse economiche, fronteggiarono la ricostruzione di Convento ed Ospizio con estenuante lentezza.

Solo nel 1543 si portarono a termine le riparazioni del Convento, e solo dopo altri dieci anni si concluse il restauro dell'Oratorio. Per fortuna anche questa volta i Crosecchieri trovarono un sostenitore finanziatore assiduo nel Doge Pasquale Cicogna particolarmente legato all'Ordine dei Frati.

Ogni anno visitava l’Ospizio ufficialmente come Doge accompagnato da tutta la Signoria il giorno dell’Assunta, e fu lui a commissionare la decorazione della Cappella dell’Ospizio al trentatreenne Jacopo Palma il Giovane. Tra 1583 e 1592, pagato da Fra Priamo Balbi, dipinse per le pareti della Cappella 8 teleri narranti le vicende della storia dell'Ospizio, le devozioni del Doge, e la storia dell'Ordine dei Crosecchieri il cui simbolo è rappresentato da tre croci collocate sul sepolcro vuoto della Madonna o presumibilmente del Cristo Risorto.


Nel 1584 il Doge Cicogna risolse anche la controversia fra Procuratori di San Marco e Crosicchieri facendo loro versare gli arretrati dovuti dalla Serenissima all’Ospizio. L’Ospitalario Barbi pagò le pensioni alle donne ospitate aumentandole da 12 a 14 ducati, con pensione annua di ducati 24 al posto di 8 ducati distribuiti ogni 3 mesi invece di 2 volte l’anno. Si fornì assistenza sanitaria e medicine gratuite servendosi della “Specieria dello struzzo in Marzaria”, e si finanziò l’Ospizio con 24 ducati annui per celebrare Messe settimanali nella Cappella, comperare cere e candele varie, olio per tenere acceso giorno e notte la lampada dell’altare tutto l’anno, un sepolcro-arca nell’Oratorio per le ospiti morte nell’Ospizio alle quali si assicuravano anche le spese per il funerale. Toccò di nuovo al Capitolo dei Crosecchieri di assistere spiritualmente l’Ospizio, nominandone una Priora e scegliendo le donne ospiti.


Anche in quell’occasione, nel 1595, i Crosecchieri accolsero volentieri nella loro chiesa le spoglie e il monumento funebre del benemerito Doge Pasquale Cicogna (la tomba esiste ancora oggi nella chiesa chiamata in seguito Santa Maria dei Gesuiti).


Nel 1564 i Frati Crosicchieri di Venezia erano economicamente agiati: il Convento possedeva proprietà di molte case e terreni a Venezia, nel Dominio, a Padova e Treviso. I Frati investivano capitali nei Banchi pubblici e nella Zecca della Serenissima e ricavano utili da diverse Mansionerie di Messe finanziate e lasciate dai devoti … Tuttavia il bilancio del Convento segnalava un passivo di 1.360 ducati.

Nel Convento vivevano ben 59 persone: 27 sacerdoti di cui molti figli di Nobili di Venezia: Boldù, Barbaro, Condulmier, Michiel, Pasqualigo, Zorzi, Badoer, Moro, Nani che spesso si ritiravano con i Frati per trascorrere insieme la Settimana Santa. C’erano inoltre: 16 novizi, 2 diaconi, 5 suddiaconi con 1 maestro di teologia, 1 di grammatica e greco, 2 per la musica. Nel conteggio si dovevano aggiungere 4 conversi per i servizi interni, 1 avvocato ordinario, 1 avvocato straordinario, 1 medico, 1 cerusico, 1 quaderniere, 2 fattori, 3 barbieri, 1 organista e accordatore, 1 lavandaia e 1 lavandaio, 1 cuoco col sottocuoco, e 2 famigli che gestivano la cantina e facevano il pane per tutto il Convento dei Crosecchieri.


Nel 1649 e 1654 i Procuratori di san Marco eseguirono alcune indagini sull’operato dei Crocecchieri. Risultarono alcune inadempienze: non tutte le camere venivano occupate stabilmente dalle assegnatarie ma solo la metà. Sette titolari vivevano e dormivano in altri luoghi, ossia percepivano la pensione di 24 ducati annui senza averne realmente bisogno, oppure subaffittavano la stanza ad altre donne povere. Prima fra tutte le inadempienti era la Priora, che rimasta vedova, era entrata ad abitare dopo la peste nell’Ospizio. Aveva 2 figli Frati Crosicchieri, e nella sua camera viveva in realtà Adriana Allegretti parente del Priore dei Crosecchieri al quale prestava servizio. Anche altre 3 donne ospiti non occupavano le camere dell’Ospizio, perché abitavano di fatto nel palazzo dei nobili veneziani per i quali lavoravano. Una certa Libera nipote del Piovan della chiesa di Santa Sofia viveva in canonica con lui. Una donna Anzola lavorava a servizio di Ca’ Priuli, e abitava a Vicenza presso parenti, al suo posto occupava la stanza donna Laura di 50 anni col marito, messa lì dai Frati Crocicchieri perché pagata da loro, lavava drappi e panni del Convento. 
Inoltre, i Procuratori che indagavano rilevarono la presenza nell’Ospizio per 4 mesi di alcune Buranelle: 

“ … madre con due figlie una grande et una piccola et un figliol maschio di anni dieci incirca infermo, persone non gradite alle ospiti, che si faceva regolarmente visitare da un uomo che diceva essere suo marito suscitando il dubbio che praticassero vita scandalosa ... Sono state inserite da uno dei Frati Crocicchieri di cui la Priora volle tacere il nome ...”


E venne il 1656, quando Papa Alessandro VII, stanco della vita dissoluta e poco devota dei Crosicchieri, ne decretò definitivamente la soppressione. La Serenissima “dispiaciuta” ne incamerò immediatamente tutti i beni e proprietà presenti nello Stato Veneto impiegandoli per la guerra di Candia. Al posto dei Crosecchieri giunsero a Venezia i Gesuiti che alla presenza di 3 Procuratori di San Marco e del Legato Pontificio Carlo Caraffa comprarono Convento e Chiesa dei Crosecchieri per 50.000 ducati d’argento demolendo e ricostruendo tutto.

L’Ospizio collocato di frontefu escluso dalla trattativa, rimase sotto la giurisdizione dello Stato Serenissimo affidata ai Procuratori de Citra, e fu destinato ad accogliere le vedove dei soldati morti durante le guerre contro i Turchi, e poi le solite donne povere, vedove, vecchie e inferme. Le pensioni delle quindici ospiti chiamate “Camerieste” furono ridotte a 20 ducati annui nel 1672 , e a 10 ducati nel 1695.


Dal Libro dei Conti dell’Ospizio Zen si evince che ancora nel 1752 le Cameriste percepivano 14 ducati, e 27 ducati nel 1768 quando: “La Priora riceve 10-15 ducati per la sua buona custodia et diligenzia”.

Stranamente l'Hospeàl sopravvisse agli editti del 1806 del Signor Napoleone.


A Venezia nel 1819 s’istituì la Pia casa di Ricovero nell’Ospedale dei Derelitti a Castello, e s’accorparono in quell’Ente tutte le rendite degli Ospedaletti sparsi per la città. Ne rimasero attivi solo 16, fra cui l’Hospeàl Zen ai Gesuiti vicino alla Contrada dei Santi Apostoli le cui povere percepivano un assegno mensile di 4,70 lire austriache ossia 1 ducato d’argento veneto.


Nel 1876 il dipinto dellAdorazione dei Magi”di Palma il Giovane presente nella Cappella dell’Ospizio, fu rovinato dal calore di una vicina fornace. Fu messo all’aperto ad asciugare sotto la pioggia, e in seguito se ne tagliarono via due teste rovinando definitivamente il quadro. Alla fine del 1800 la tela fu dichiarata scomparsa e venne sostituita da una “Circoncisione” di Paris Bordone, che scomparve a sua volta misteriosamente.

Nel 1884 l'Oratoriovenne intitolato per un breve periodo a San Filippo Neri e San Luigi Gonzaga dalla Pia Unione che l'ottenne in concessione.


Infine, l’Ospizio dopo la caduta della Repubblica venne restaurato più volte a cura della Congregazione di Carità, e passato all'I.R.E. e al Comune di Venezia fu restaurato ancora nel 1982 e 1984. E’ tutt’ora attivo dotato di quattordici camerette.


Qualche anno fa passando ho visto il Campo dei Gesuiti che traboccava di chiassosa vitalità. Alcune mamme s’assiepavano attorno ai passeggini, diversi bimbi si rincorrevano e flottavano intorno cavalcando bici e impallonando la facciata dell’antico Ospizio Zen chiuso. In un angolo litigavano e amoreggiavano due adolescenti acerbi, mentre altre donnine sedute in crocchio chiacchieravano a raffica riassumendo la storia del mondo e di tutto quanto accadeva di notabile nei dintorni. In uno degli angoli dell’antico convento dei Crosecchieri abbandonato e invaso da qualche famiglia abusiva era attiva una Stazione dei Carabinieri.


Di questi tempi l’ex Convento dei Crosecchieri è diventato un pensionato per universitari. Uno dei chiostri è il plateatico di un bar deserto, mentre nel Campo dei Gesuiti due badanti in sosta se ne stanno “stravaccate” in panca aggiornandosi l’un l’altra dell’ultimo valore del cambio del dollaro … Dall’altra parte, proprio di fronte all’Ospizio Zen, un vecchio in soprabito e col cappello sghembo legge un giornale a gambe accavallate, e una donna di mezza età in ciabatte e con le calze arrotolate chiama e dialoga sul bordo della riva con una truppa di gatti con le code alzate in aria a punto interrogativo.


Giorni fa, passandoci accanto, ho notato la porta centrale spalancata … Mi sono immediatamente catapultato dentro alla penombra scura dell’ingresso nel goffo tentativo di vedere ciò che rimaneva dell’antico Ospizio dei Crosecchieri.


“Cosa vòllo ? … Dove vàlo ?” mi ha incalzato subito una vecchietta smilza, sospettosa e risoluta uscita dal niente con uno scialletto di lana azzurro sulle spalle.

“Xe questo l’Ospeàl dei Crosecchieri … Sjora?” ho provato a dire.

“No ... No … Non abita nissun qua con quel nome … No ghe xe nessuna Sjora Crosieri … Bona sera.”


E scuotendo la testa seriosa e perplessa mi ha spinto fuori richiudendomi la porta in faccia … mentre da sotto usciva una sorta di antico alito umido, misto di vecchie memorie Serenissime e Storie di Cinesi e di Tew Willer …


“LA CITTADELLA SANITARIA DI SAN JOB O JOPPO A VENEZIA.”

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“Una curiosità veneziana per volta” – n° 51.

“LA CITTADELLA SANITARIA DI SAN JOB O JOPPO A VENEZIA.”

Si potrebbe denominare anche in altri modi: l’Hospeàl o l’Ospizio de San Giobbe, l’Opera Pia Zuane Contarini, o l’Ospizio Comissaria Da Ponte.


Era un vasto complesso, una cittadella sanitaria che si articolava in ben due ospedali: quello del Borghetto collocabile ai civici 570-613/A accanto all'Oratorio al Ponte della Saponella con giardino e vera da pozzo gotica interni, e stemma dei Contarini, e quello delle Case delle Vecchie dopo il ponte al civico 615 in Fondamenta San Agiopo verso la chiesa omonima. Il complesso continuava sparso in tante caxette in Corte dell’Ospedale della Crose oltre il Ponte de la Saponella ai civici 690 – 701, dove si legge ancora l’iscrizione: “Hospitale de San Job – MDXXVII”; e confinava con altre casette a schiera in Calle de le Beccarie ai civici 707-714 composte di camera e cucina su due piani, dove si legge l’iscrizione: “DOMUS HOSPITALIS SANCTI IOB VENETIARUM”.

Si devono aggiungere inoltre le caxette un tempo esistenti in Corte Ca' Moro, la caxetta al civico 619 già sede dell'antica “Schola de devozion de la Beata Verzene de la Pietà”; le caxette ai civici 619/ A, B, C, D sull'area dell’antico cimitero dei Francescani realizzate solo e ancora nel 1935; e infine le caxette in Calle de le Canne ai civici 643-648 pervenute all’Ospedale per permuta nel 1843.


Niente male come piccolo insieme ospedaliero … se consideriamo che si tratta di una realtà sorta nel lontanissimo 1300.


Non per nostalgia dei tempi andati, ma per il gusto di una serena analisi storica seppure un po’ artigianale, bisogna dire che i Veneziani di un tempo davvero ci sapevano fare in termini di sanità. Erano certamente migliori di noi oggi, che ci determiniamo nel costruire formidabili immensi ospedali poco funzionali e parzialmente utili impegnandoci per decenni futuri in faraoniche opere di manutenzione dalla spesa quasi incontrollabile che ingurgiterà fondi infiniti, e indurrà a tagliare ulteriormente su ciò che necessita ai disabili, ridurre e chiudere i servizi locali, e non concedere ausili e sussidi a chi ne ha e avrà davvero bisogno. Spiace considerare che si costruisce spesso, e si vuole continuare a costruire per il futuro, queste grandi “macchine assistenziali”, certamente polifunzionali e moderne, chissà forse anche all’avanguardia … ma pur sempre immense bocche mangiasoldi con scarsa capacità reale di produrre vera sanità ossia benessere psicofisico completo per chi sta male, e non profitto per le tasche di chi ama speculare.

Parentesi di opinioni personali … solo modeste opinioni …


Ma tornando alla Serenissima lagunare … Bisogna dire che Venezia oltre all’idea di costruire i funzionali Lazzaretti nelle isole per salvare dalla Peste e circoscrivere con quarantene ed espurghi la popolazione, le merci, le navi e i forestieri; ha istituito numerosi Ospizi e Hospedaletti sparsi ovunque per le Contrade della città per assistere in loco i suoi cittadini bisognosi meno economicamente dotati.

Come ben sapete, ricchi e nobili si sono sempre curati a pagamento a domicilio, salvo durante le pestilenze quando anche loro venivano buttati malamente nelle fosse comuni dai Pizzegamorti dopo essere stati accuratamente depredati di tutto. Per tutti gli altri, invece, Venezia costruì nei secoli anche una vera e propria cittadella sanitaria concentrata in fondo al Sestiere di Cannaregio capace di accogliere e soprattutto provvedere prontamente e senza tanta spesa ai bisogni di molti. Quel che è curioso e moderno già secoli fa, è che Venezia sapeva produrre sanità sfruttando al massimo le autonomie residue e l’autosufficienza dei singoli a domicilio. Quindi ospedale sì, col medico e gli Infermerarii … ma anche tante caxette singole dove continuare a vivere con la propria indipendenza seppure a breve distanza da chi può intervenire in maniera utile e competente.


Tutto questo accadeva nella Contrada periferica di San Job o di San Joppe o Giobbe come vogliate dire. Il complesso sparso sorgeva dove in seguito sorse anche il Macello pubblico oggi diventato Facoltà di Economia dell’Università di Ca’Foscari, e in tutta la zona adiacente e prossima alla chiesa di San Giobbe gestita un tempo dai Frati Francescani e in seguito dai Padri Canossiani fino ad oggi.


Tutto iniziò nella seconda metà del 1300, quando Venezia era impegnata in guerre contro Genova e Padova, e la città lagunare fu ripetutamente colpita da importanti epidemie di peste.

Giovanni Contarini, Patrizio Veneto dal 1354, fu l’ideatore e realizzatore del complesso di San Giobbe. Era figlio di Giovanni quarto nato del Doge Jacopo Contarini, e prima di abitare a San Giobbe abitava in Contrada di San Pantalon. Sposando Isabella o Betta ebbe un figlio Girolamo e 4 figlie: Lucia morta presto, Elisabetta che sposò un Bragadin, Cecilia che sposò un Bembo, e una quarta figlia che sposò un De Ubriachis, madre appunto del Giovanni Contarini che ci interessa.


Nel gennaio 1378 Giovanni Contarini comperò da Bertuccia moglie di Marco Benado o Bernardo della Contrada di San Samuele una prima casa con terreno scoperto sita in Parrocchia di San Geremia destinandola ad alloggio per indigenti e bisognosi dopo le pestilenze. Due anni dopo iniziò ad accogliervi i primi ospiti ampliando la casa nella stesso anno con una donazione fattagli da Caterina vedova di Pietro Emo. Vista la bontà dell’iniziativa, anche il Maggior Consiglio si fece avanti con diverse “grazie” nel 1382, 1384 e 1389 consentendo all’Ospedale di San Job di estendersi mediante acquisti di terreni e interramenti di paludi circostanti. Ovviamente ci si premurò di costruire subito anche un Oratorio dedicato a San Giobbe, il biblico malridotto, e da questo venne intitolato l’Ospiziochiamandolo dei “Poveri Gioppini”.


Fra 1386 e 1387 anche alcune proprietà terriere, e su valli e paludi dei Nobili Dolfin a Saccagnana di Treporti divennero proprietà dell’Ospedale di San Job in Venezia. Giovanni Contarini, intanto, ordinato Prete dopo la vedovanza, morì nel settembre1407 dopo aver fondato anche un Monastero in Contrada di San Girolamo sempre nel Sestiere di Canaregio.

Per testamento ordinò d’essere sepolto nella chiesetta dell’Ospizio di San Giobbe, ed elesse l’Ospedale di San Job erede di tutti i suoi beni, anche se sua figlia Lucia Dolfin Contarini riuscì a farsi assegnare dal Magistrato al Proprio la gestione dell’Ospedale e di tutti gli altri beni lasciati dal padre.


Nel 1410 il Collegio dei Commissari nominò il primo Priore dell’Ospedale, mentre nel 1422 Lucia Contarini nominò Priore il pio sacerdote Filippo assistito da 9 Governatori secondo le volontà del padre. Sei anni dopo, la stessa Lucia Contarini affidò l’assistenza spirituale dell’Ospizio ai Frati Minori Francescani Osservanti, che iniziarono a costruirsi accanto un Convento e una nuova chiesa dedicata a San Giobbe.


Morta a sua volta Lucia nel 1447, l’Ospedale riacquistò la gestione autonoma del suo patrimonio affidata a 7 Commissari, che i Zudesi dell’Ufficio di Petizion nel 1487 si premurarono di rinominare su istanza di “Piero Bon Procurator delle povere abitanti nello Spedal di San Job”, in quanto ne era rimasto in carica solamente uno.


Tassini racconta: “L’Ospizio di San Giobbe fin dalla sua origine venne diviso in due corpi separati, l’uno di qua del ponte della Saponella accanto all’Oratorio … l’altro di là del ponte … il primo riparto Ospital delle Vecchie … il secondo Ospital della Croce … che poi questa divisione fosse antica, se lo può dedurre dal testamento di Bartolomoe Bragadin 16 giu 1480, in cui egli fa menzione, allo scopo di beneficarli degli Hospedali de San Isopo qual son do, zoè duo Hospedali, l’uno arente la chiesa, l’altro in cavo del squero …”


Nel maggio 1512 si edificò l’attuale Oratorio di San Giobbe in sostituzione di quello primitivo (forse l’attuale sacrestia) e si stipulò una convenzione tra Priore dell’Ospedale e Capitolo della Parrocchia di San Geremia per la celebrazione di una Messa quotidiana “ … con facoltà di porre ed elevare campanella per convocare ai riti i poveri dell’Ospissio …”


Nel 1443 quando il futuro “San”Bernardino da Siena giunse a Venezia, volle essere ospitato per curarsi presso l'Ospeal de San Jobe, e incontrò Cristoforo Moro, che in quegli anni era il rappresentante più in vista dell'importante famiglia patrizia veneziana molto attiva nella Contrada di San Agiopo o San Giobbe dove perseguiva insieme progetti di sviluppo urbano civile e di carattere benefico-religioso.

Nel 1458 Zuane Dolfin, nipote di Zuane Contarini donò all’Ospizio un terreno limitrofa zona "dove vengono conservate le canne degli squeri”, mentre Cristoforo Moro divenne Doge di Venezia dal 1462 al 1471 al tempo della caduta di Costantinopoli e delle numerose pestilenze del 1456-57, del 1460-62, e del 1464 e 1468.

Per testamento lasciò anche lui in Commissaria una cospicua somma da destinare alla fabbrica dell’Ospissio che s’allargò verso un terreno donatogli vicino a uno "squero in capo di Canaregio". L'Ospissio in quell’epoca era composto da 16-20 caxette assegnate, "gratis et amori dei" a poveri marineri che avessero età superiore a 50 anni e svolto servizio navigando effettivamente per mare.


Giunti al 1512, i Governatori dell'Ospizio edificarono un nuovo Oratorio dedicato alla Beata Vergine Maria dove trasportarono le spoglie del fondatore Contarini. I Frati Francescani vicini, intanto, erano “vispi”

Nei famosi Diari del Sanudo del febbraio 1516 si legge:

“E’ da saper: domenega di notte, seguite un caso, che apresso Santo Job è una chiesuola con uno Hospedal da Cha’Contarini, et era uno campaniel; et perché feva nocumento a li Frati, parse al Guardian di farlo ruinar armato mano, et cussì la note andati più di 20 Frati, lo ruinono fino su le fondamenta. Et inteso questo la Signoria, a di 19, il Principe fato venir dito Guardian e Frati in Colegio, li fece grandissimo rebufo, et ordinò lo dovessero refar come l’era prima a tutte loro spese, et poi agitaseno quello volesseno, perché niun in questa terra se dia far razon loro medemi …”


Nello stesso anno e in quello seguente il Patriarca di Venezia intimò ad alcuni Commissari illegittimi di non ingerirsi nella gestione dell’Ospedale e di restituire immediatamente denari e scritture sottratte all’Ospeal.


Nel luglio 1540, invece, i Commissari dell’Ospeal de San Job firmarono una “parte”:


“…perché sia fatta una chiesola nuova per riverenza di missier  San Job e perché non s’ha avuto modo di coprirla sino al presente, pero’ sia preso che delli primi danari che si ricaverà dalla vigna si debbano impiegar a coverser detta giexia…”


L’anno dopo, siccome risultarono proprietà dell’Ospizio di San Job: 428 campi in fondi rustici a Motta e Oderzo mentre ne erano stati dichiarati dagli abitanti del posto solo 145 a danno dell’Ospedale, i Rettori deliberarono di inventariare tutto e di cambiare le affittanze aumentandole di prezzo. Gli affittuali, inoltre, furono obbligati a fornire annualmente all’Ospizio: 50 stara di frumento e 111 conci di vino, un maialino a Natale, buoni prosciutti il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri dopo Carnevale; 1 gallina con le uova o 1 cappone a Pasqua; 1 buon pollastro per San Pietro in giugno; e un paio d’anitre ad Ognissanti all’inizio di novembre.


Secondo le dichiarazioni fiscali per la Redecima del 1582 presentate dai Commissari dell’Ospedal de San Job, l’Ospedale possedeva:

“In San Gieremia: una vignala qual si afitta a ser Batista q ser Marco Ametian da Padenghe, d’afito al anno ducati 54; una casa continente a quella del Prior del detto Ospedal, la qual casa si dà a medico per bisogno di tutti li poveri et povare del detto Ospedal, per suo salario, per la qual si trasse ducati 14 al anno; un locho in cappo di Canaregio sotto nome di squero, il quale possiede li eredi del q ser Zorzi di Rossi, paga de fitto al anno ducati 3, ma sono molti anni che non si scuodono niente; caxette 120 computtando quella che si da al Prior di detto Ospedal et la casa che si da al vigner che tiene la vigna ad affitto et il resto delle case che si danno a poveri, la mazo parte sono celle, come si vedono; furono decimatte tutte dette case per VS.Ecc.me Clar,mi Sigg Dieci Savi per ducati 120.”


La vigna ricordata nei pressi della Corte Santa Maria de la Pazienza, si trovava prospettante la laguna e la Sacca di Santa Chiara prima della costruzione della Stazione Ferroviaria.Nel corso del 1500 s’innalzò un muro per proteggere la vigna dai furti d'uva. Sul muro è ancora visibile l’iscrizione rovinata: “Muro proprio de l'Ospedal di San Jobe fatto per serrar la sua vigna”. 

La vigna fu venduta nel marzo 1846 al francese Gabriele Grimaud de Caux.


E siamo al 1650  … quando i Governadori de l'Intrada vendettero una prima caxetta del blocco edilizio originario.

Durante il 1700, invece, l'Ospeal de San Job fu chiamato Ospissio Da Ponteper il fatto che nel 1784 tre fratelli patrizi Da Ponte: Lorenzo Zuanne, Lorenzo Nicolo’ e Lorenzo Antonio furono Commissari dell’Ospizio e considerati proprietari dai popolani veneziani. In realtà il casato Da Ponte partecipava alla gestione dell’Ospizio di San Joppe fin dal 1400 quando Nicolò Da Ponte uno dei Commissari rinunciò alla carica nel 1578 per diventare Doge facendo nominare al suo posto Missier Vincenzo Gussoni fu Jacomo.

Nel 1750-1751 Marchi Vincenzo di professione: “pozzer”,fece vertenza e processo con i Commissari dell’Ospizio Eugenio Formenti e Daniel Moro a causa del restauro di un pozzo in “Casa Contarini presso le Penitenti di San Giobbe” saldato a debito solo nel 1753.


All’inizio del 1800 accadde la devastazione Napoleonica di Venezia …con tutte le sue squallide conseguenze.


Le cronache del 1834 ricordano che nella Parrocchia di San Geremia a cui si era accorpata tutta la Contrada di San Giobbe, esisteva oltre a un capitale di lire 10 da spendere per finanziare Matrimoni di ragazze indigenti e popolane, anche un Ricovero con assistenza medica e lire 27,45 mensili ciascuna per 24 povere vecchie, e altri due nuclei di 24 e 42 abitazioni per poveri collocati “ …in fondo a San Job”.


Nel 1843, quando l’imprenditore Giusto Robustello di Padova comperò in contanti dalla Commissaria Contarini, gestita dalla Procuratia di San Marco de Supra, le 16 casette in Corte di Ca’ Moro per demolirle e costruire il nuovo Macello di Venezia, pervennero in permuta all’Istituzione altri 6 alloggi distinti in Calle delle Canne a San Giobbe, che appartenevano al patrizio Bernardino Renier di Alvise del ramo di San Pantalon.

Nel giugno di tre anni dopo, durante il dominio Austriaco su Venezia, si riaprì e riattivò l’Ospedale di San Giobbe mutandone la forma giuridica in Opera Pia.


Con Decreto Reale del 2 dicembre 1883, dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia, si approvò il nuovo Statuto dell’Istituzione che divenne parte della Congregazione di Carità pur continuando a godere di una certa sua autonomia; mentre all’inizio del 1916: l’Opera Pia incorporò l’antico Ospedale della Croce costituito da 17 alloggi per povere famiglie.


Nel 1936, Anna Scarpa per lascito testamentario dispose che si vendesse una sua casa a Castello in Via Garibaldi per costruire una casa in Fondamenta e Campo di San Giobbe presso l’antica sede della Scuola della Beata Vergine della Pietà, dove un tempo sorgeva l’area del cimitero della chiesa di San Giobbe. Dal 1939 gli alloggi furono assegnati e sono tutt’ora abitati ... non so se da “vecchie donne di buona famiglia bisognose per rovesci di fortuna”, come voleva il testamento di Anna Scarpa.


Ancora nel 1962 l’antico “Ospizio di San Job”ospitava 80 femmine.


Bisogna infine aggiungere che attraverso i vari lasciti e donazioni la realtà assistenziale del complesso dell’Ospizio di San Job si è allargata nei secoli a “macchia d’olio” e a “pelle di leopardo”, se vi piace il modo di dire, un po’ per tutte le Contrade della città assommandosi agli altri Ospedaletti già presenti realizzati da altre Associazioni, Scuole di Devozione e Arti e Mestieri, o volontà benefiche cittadine.


L’Ospedale di San Job, infatti, risultava proprietario anche di:

·      10 caxette in Ramo Cappello nella Contrada di Santa Margherita nel Sestiere di Dorsoduro.

·      22 o 24 caxette in Corte della Vida nella Contrada di San Francesco della Vigna, 7 caxette in Secco Marina nella Contrada di San Giuseppe, e 10 caxette in Calle del Cimitero e Corte Da Ponte a Santa Ternita nel Sestiere di Castello.

·      12 caxette in Fondamenta del Forner nella Contrada di San Tomà nel Sestiere di San Polo.



Concludo, finalmente, ricordando che oggi rimangono solo poche tracce, qualche formella in muro, qualche toponimo, e poche memorie di quel complesso sparso e curioso che era attivo un tempo nella Contrada popolare di San Giobbe. E’ bello però ricordare, qualora vi capitasse di bighellonare accanto a quelle casupole periferiche che guardano ancora sulla distesa aperta della laguna, che lì Venezia Serenissima sapeva produrre sanità autentica.

GIANSENISTI A VENEZIA … CHI L’AVREBBE DETTO ?

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“Una stranamente brevissima curiosità veneziana.” – n° 52.


" GIANSENISTI A VENEZIA … CHI L’AVREBBE DETTO ? "


Sapete meglio di me che Venezia Serenissima nei secoli è sempre stata tollerante, liberale e aperta ad accogliere ogni diversità, filosofia e religione. Da porto di mare Mediterraneo ha ospitato tutte le genti del sue tempo con le loro culture e convinzioni. L’elenco sarebbe lunghissimo, basta leggere la toponomastica della città per rendersene conto: Ebrei in Ghetto, Turchi, Persiani, Albanesi, Tedeschi, Inglesi, Armeni, Greci, Spagnoli, e mercanti da molti luoghi dell’Asia, dell’Africa … Qualcuno azzarda che i Veneziani siano giunti prima di altri in nuovi mondi, che hanno toccato le coste dell’America … mentre certamente hanno solcato i mari polari … potrei continuare a lungo. A Venezia si è stampato liberamente contenuti altrove proibiti, messi al bando, condannati e bruciati … di ogni scienza, teologia, e forma di sapienza … A Venezia si studiava, ricercava, scopriva come sui Mappamondi di Fra Mauro … era il top, garanzia al riguardo

Ogni tanto a Venezia spunta un qualche reperto, una notizia, una scoperta che conferma questa sua poliedrica ed inesauribile capacità d’incontrare con cui ha riempito i secoli. Per puro caso, in questi giorni ho riletto una noterella curiosa. Non eclatante, una piccola informazione … ma è un’altra di quelle curiose da conoscere e riscoprire.


A farla breve … Il Giansenismo è stata una corrente religiosa diffusa per l’Europa e oltre, che proclamava una salvezza umana post mortem riservata solo a pochi meritevoli. Secondo le Dottrine di Giansenio (andate a curiosare in Internet e dintorni), la via per ottenere la salvezza era impervia, strettissima. Solo chi avesse interpretato e vissuto rettamente morale e dottrina avrebbe potuto accedere alla Grazia rara della Salvezza Eterna.

Insomma Gesù Cristo e Padre Eterno si dovevano considerare di manica stretta, poco propensi a perdonare e a distribuire misericordia gratuitamente all'umanità intera compresi i pentiti dell'ultimo momento. Viceversa il mondo infernale dei dannati era superaffollato di tanta parte dell’umanità che non aveva accesso al dono eterno a causa della loro scarsa fede e del loro modo negletto di interpretare l’esistenza. Ve l’ho detto in maniera barbara, ma perdonatemi … non era questo il mio scopo.


Per rappresentare questo concetto di “Salvezza stretta, e solo per pochi” gli artisti dell’epoca realizzavano un tipo di Crocefisso non a braccia distese sulla croce, ma con le braccia quasi alzate verticali. Una specie di Crocifisso stretto, a mani in alto, proprio per indicare la strettezza di quella via difficile da percorrere.


Come immaginate bene, la Chiesa ha condannato ampiamente questo tipo di eresia, e si è premurata come il solito di cancellare ogni traccia e riferimento che riportasse quelle convinzioni ereticali errate. Cancellava col fuoco, con i processi, con la tortura, la prigione a vita … e con la morte, tanto per non sbagliare. Ma qualcosa filtrava e sfuggiva sempre … e rimanevano tracce visibili di quelle “stagioni anomale ecclesiali”.


Anche a Venezia non sono riusciti a cancellare tutte le tracce di certi accadimenti storici “sbagliati” accaduti. E’ così che siamo venuti oggi in possesso di testi, documenti, notizie, informazioni su certi predicatori trasgressori e impuniti … ed è così che è rimasto anche uno di quei Crocefissi a braccia strette di quell’epoca Giansenista di magro spazio in Paradiso. Ufficialmente lo chiamano Cristo di Poveglia …ma in realtà di quello di Poveglia era solo una copia, o anche no.



Beh il Cristo Giansenista lo potete ammirare quando volete nella chiesa dei Santi Apostoli a Cannaregio …Entrate dalla porta centrale e dirigetevi in fondo a destra … e aprite gli occhi. Uno spicchietto storia “speciale”vi guarda … Venezia non si smentisce mai …


“A PROPOSITO DI OSPIZI E HOSPEDAETTI … A VENEZIA!”

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“UNA CURIOSITA’ VENEZIANA PER VOLTA” – n° 53.


“A PROPOSITO DI OSPIZI E HOSPEDAETTI … A VENEZIA!”


Sarò anche nostalgico … ma a differenza di oggi che devi quasi farti un mutuo per ammalarti e morire decentemente; o ti devi quasi azzuffare per salire in un ambulanza e ottenere dopo eterne attese un qualche posto letto in capo al mondo; o ti ritrovi molto presto di nuovo a casa o in strada con la pancia ancora mezza aperta … Beh, a differenza di oggi, possiamo dire che Venezia Serenissima nei secoli trascorsi non era organizzata poi tanto male.


Venezia possedeva i grandi ospedali pubblici, i grandi contenitori calderoni in cui ospitava soprattutto piagati, sifilitici e febbricitanti per i quali non esistevano antibiotici e tanti rimedi. Di solito se la sbrigavano relativamente presto un tempo, e per la maggior parte si nasceva e moriva a casa ... se ne avevi una.


C’erano innanzitutto: San Lazzaro dei Mendicanti a San Giovanni e Paolo sulle Fondamente Nove, gli Incurabili sulle Zattere, Santa Maria dei Derelitti ossia l’Ospedaletto in Barbaria delle Tole a Castello.

Esisteva inoltre la diffusa catena insulare dei Lazzaretti: Lazzaretto Vecchio, Lazzaretto Nuovo, Poveglia, San Servolo, San Marco in Boccalama, San Lazzaro diventato dopo degli Armeni, e altri ancora. Entità sparse nelle isole lagunari per ospitare pestilenze e malattie esotiche ... tanto era quasi lo stesso: i rimedi erano quella che erano, ossia quasi non c’erano.

Esistevano poi altri “presidi sociosanitari assistenziali” per ospitare il disagio pubblico, emergenze familiari, orfani e abbandonati, e perfino convertiti: Zitelle e Convertitealla Giudecca, Penitenti a Cannaregio, Pietà a San Marco, Catecumeni a San Gregorio in fondo al Sestiere di Dorsoduro.

E non finisce qui. Esisteva inoltre tutta una serie di Ospizi, Hospedài e Ospedaletti fondati e appartenenti alle Scuole Grandi e Piccole e alle tante altre associazioni di Arti e Mestiere della città.Solo per citarne alcuni: c’era l’Ospedali dei Sartori vicino ai Santi Apostoli, quello dei Lavoranti Calegheri Tedeschi a San Samuel, quello deiMarineri a Castello, dei Capotteri vicino ai Greci, dei Forneri alla Madonna dell’Orto, dei Samiteri a San Andrea della Ziradavicino all’attuale Piazzale Roma, dei Mercanti della Seda alla Misericordia e a San Martin di Castello. Era tutta una rete secondaria efficientissima e sparsa in ogni angolo e Contrada di Venezia, capace di provvedere in qualche modo alle situazioni “fragili” della città lagunare.


Ma c’era molto di più.


Buttando uno sguardo generico, un colpo d’occhio sui Sestieri di Venezia, si può dedurre un vago quadro d’insieme e un’idea di quanto esisteva … e funzionava un tempo.


Sestiere di Castello.
  • “Hospedal di Messer Jesu Christo dei Cappotteri” accanto alla chiesa non più esistente di San Nicolò di Bari, dove sorgono i Giardini di Castello. Pressappoco nella stessa zona esistevano anche “l’Hospeàl dei Marineri” e “l’Ospizio del Prete Zuane”.
  •  In Fondamenta Sant’Anna esisteva“l’Ospizio Foscolo o delle Donne” ancora attivo nel1834 per accogliere 16 vedove.
  • Nell’attuale Via Garibaldi, di fronte allachiesa di San Francesco di Paola sorgeva “l’Ospizio San Domenico o di San Bartolomeo o delle Putte” detto “Ospizio Querini di Castello”. Ancora nel 1834 si citava la presenza di due piccoli Ospizi-Ricoveri Querini per 10 e 5 “vedove misere” posti dietro e nei pressi della chiesa di San Francesco di Paola.
  • Fin dal 1357 si realizzò “l’Ospizio in Corte Borella a San Giovanni e Paolo di Castello” come primo tentativo di istituire un Ospizio-Ricovero per accogliere peccatrici penitenti provenienti dall'isola di San Cristoforo o Sant’Onorio (presso l’attuale isola-cimitero di San Michele) già abbandonato da qualche anno.
  • Ospissio di San Giovanni Battista o di Santa Maria e Sant’Orsola in Contrada di San Martin a Castello.Era il più piccolo Hospeàl di Venezia destinato ad abitazione provvisoria per sei Mercatanti dell’Arte della Seta falliti e caduti in miseria. Si trovava costruito a ridosso del grande “Ospissio delle Muneghette” col quale aveva in comune un muro perimetrale. Nel 1884 alle Muneghette si accolse e radunarono tutte le donne anziane, vedove, e povere sparse per i vari Ospizietti della città.
  • “Ospissio Nantichiero o Antichier Cristiano” a Santa Ternita ospitava 20 infermi o povere donne in Calle del Morion.
  • “Ospizio Morosini” a Santa Ternita con 14 appartamentini su due piani fra Calle dell’Olio e Calle della Malatina.
  • “Ospedaletto Da Molin” a Santa Ternita in Corte Contarina lungo il Rio degli Scudi con 24 caxette peraccogliere persone povere e bisognose.
  • “Ospizio Da Ponte” in Corte Da Ponte sempre a Santa Ternita fondato nel 1724 dal Nobile Zuanne Da Ponte che lasciò 10 caxette a beneficio di poveri provvedendo anche per un elemosina annua a loro favore, prestazioni mediche e pagamento delle medicine.
  • “Ospeàl de Santa Caterina” a San Giorgio degli Schiavoni.Nel 1187 Gerardo Arcivescovo di Ravenna donò all’Ordine dei Cavalieri Templari alcuni terreni acquitrinosi in Venezia in località Fossa putrida” per costruirvi “…Ospeàl et Chjesa”.
  • Forse l'ultimo degli Ospizi costruiti a Venezia fu "l'Ospizio Orio" a San Pietro di Castello, edificato nel 1724 dal Patrizio Nicolò Orio in Corte de la Vida. Nel 1834 ricoverava ancora 6 povere, e nel 1843 la Cappella annessa venne distrutta trasformando il posto in un giardino.


Sestiere di San Marco.
  • “Procuratie Moro” a Sant’Anzolo o al Giglio. Si trattava di 7 caxette con due o tre vani oltre alla cucina, che si dovevano assegnare gratuitamente “amori Dei” a poveri veneziani.
  • “Ospizio di San Gallo” in Corte delle Orsoline presso l’attuale Bacino Orseolo, poi trasferite sul Rio di Sant’Anzolo in Corte dell’Alboro. L’Istituzione fu l'erede dell'antichissimo Ospissio-Hospedàl Orseolo in Piazza San Marco detto Ospeal da Comun o Hospizio o Spedàl de San Marco collocato presso il campanile e inserito nel dipinto "La processione della reliquia della Croce"di Gentile Bellini.
  • “Ospissio Buona Femmina o Aletti” a San Moisè in Corte dei Pignoli sul Rio dei Fuseri. Istituito nel 1375 in Corte Grimani e composto da un edificio centrale a più piani e da 11 caxette destinate ad ospitare altrettante vedove povere ma di buona condizione e fama.
  • “Ospissio De Tommasi” a San Moisè in Corte dell’Ospizio in Calle del Carro e Piscina della Frezzeria. Suddiviso in due caxette con 12 stanzette doppie di “camera-cucina” per 12 vedove povere, fu fondato da Tommasi Pietro medico e filologo per testamento nel 1456.
  • “Ospizio Da Molin” a San Paternianper accogliere non meno di tre donne povere.
  • “Ospizio de La Moneda” a San Paternian, istituito nel 1407 da Biasia de la Moneda, che lasciò un'ingente somma di denaro per dar ricovero ad almeno quattro anziane povere col solo vincolo che provenissero dalla stessa Contrada di San Paternian.
  • "Ospedaletto Bocco" in Calle de Ca'Priuli in Contrada di San Salvador composto da 12 caxette per accogliere: "bone femmine" anziane e povere.
  •  “Ospissio Novello” a San Samuel in Corte del Duca, istituito per testamento nel 1764 da Pietro Novelli Pietro a favore di 7 povere vedove.


Sestiere di Cannaregio.
  • “Ospissio Falier arente le sechere de Sant’Alviselungo la Fondamenta dei Riformati e nella Calle del Capitélo ”. Istituito per testamento nel 1522 dal Nobile Marco Falier che lasciò un’ingente somma a famiglie povere. Consisteva in 10caxette ridotte in seguito a 6 assegnate "gratis et amori Dei" dai Procuratori de San Marco de Supra. Ancora nel 1908, le caxette dell’Ospissio erano costituite dal pianterreno con pavimento in mattoni e primo piano col pavimento in legno.
  • “Ospissio Varicelli” al Ponte dei Sartori ai Santi Apostoli. Istituito per testamento nel 1332 da Zuane Varicelli per dare ricovero a "sei femene dispossenti e de bona fama" obbligate a risiedere nella caxetta, ricevendo annualmente una piccola somma di denaro.
  • “Ospissio Zen” ai Santi Apostoli, cheancora nel 1834 dava ricovero a 15 persone offrendo loro 4,70 lire al mese.
  • “Ospissio Bandi o Bondi” a San Cancian fra il Rio di San Canzian e il Ponte Norris su due piani con 7 stanzette ciascuno. Solo nel 1956 le ricoverate vennero spostante alle Penitenti di San Giobbe in quattordici camerette in sostituzione di quelle originarie.
  • “Ospissio femminile di Santa Caterina”a San Felice. Fondato il 5 ottobre 1814 in Calle Boldù da Giuseppe Wiel Piovan di San Felice, e destinato a fanciulle povere e bisognose per educarle “ai precetti della religione, ai diritti della morale, ai bisogni delle famiglie”.
  • “Ospedale De Messer Gesù Cristo” a San Leonardo in Calle Da Mosto o dei Colori fondato nel 1538 dalla nobildonna Cecilia Bernardo-Pisani per ricoverare almeno tre povere donne alle quali si dovevano elargire trentasei ducati annui ciascuna con una botte di vino e altri generi di conforto.
  • “Ospizio di Corte Zappa” in Contrada di San Marcuola dalle parte del Ghetto sulla Fondamenta degli Ormesini. Con testamento del 1391, Giorgio di fu Stefano de Galera o de Gallera, soprannominato Zapa o Zappa, lasciò in eredità un'ingente somma di denaro affinché fosse costruito al più presto un Ospissio per dare accoglienza a 16 poveri.
  • “Ospizio Basegio dei Marineri” in Contrada di San Marzial. In origine destinato ad ospitare 12 poveri con la condizione che però fossero stati:“… marineri che avessero per davvero navigato”.
  • Ospizio Moro-Lin” in Contrada di San Marzial con annessa Schola diretti da un Prior risalirebbe addirittura al 939, ad opera di Cesare de Julii detto Andreani. Sorgeva accanto all’attuale chiesa che ancora non c’era, e inizialmente accoglieva pellegrini diretti o provenienti dalla Terra Santa, possedeva anche un piccolo cimitero interno. Si racconta che nel 1591 il Priore dei Nobili Moro assegnava liberamente a 15 povere donne le stanze dell'Ospizio, fornendo loro annualmente una quantità di legna, farina, vino, medicine e la somma di 12 ducati ciascuna. Ma si racconta anche che in molte occasioni le donne ospiti dovettero ricorrere ai Provedadori sopra agli Hospitali, Lochi Pii e Riscatto de li Schiavi” contro il Prior dell’Ospizio dei Moro perché non rispettavano gli obblighi delle forniture previste.


Sestiere di Dorsoduro e Giudecca.
  • “Ospizio Hospedaletto Della Frescada” a San Vio.
  • “Ospedaletto della Maddalena sive Pinzochere”inParrocchia dell'Anzolo Raffael.
  • In Campo Santa Margherita e nelle Contrade limitrofe sorgevano vicinissimi fra loro:“Ospizio Contarini o Hospeàl de Santa Margherita.”, “Ospizio Da Ponte”, “Ospizio Priuli”, “Ospizio Rocco” e “Ospizio Scrovegni-Bocco”.
  • In Calle dell’Ospitaletto alla Giudecca in Fondamenta del Ponte Piccolo, sorgeva su due pianiper 12 poveri infermi“l’Ospizio Brustolado o Brassolado” con chiesettina privata interna. Ancora nel 1834, le 12 povere inferme ospitate ricevevano ciascuna: 4,70 lire al mese.


Sestiere di Santa Croce.
  • Angelo Pesaro nel 1309 dispose per testamento un lascito di 3.000 ducati per costruire un “Hospital de novo a San Giacomo dell’Orio, e depositò in Zecca di San Marco 8.000 ducati per soddisfare con le rendite annuali i bisogni degli infermi ed elargire loro ogni anno a Natale e Pasqua un’elemosina supplementare di tre ducati ciascuna. Nel 1361 fu attivato quindi per 20 poveri infermi“L’Hospeàl Pesaro di Sant’Angelo”.
  • ASan Simeon Grande, esisteva “l’Ospizio Grimani” ancora attivo nel 1834, che dava ricovero a 24 “povere vedove civili con figli”; e “l’Ospizio Morosini” fondato il 20 ottobre 1678 da Pietro Morosini che dispose per testamento che nel suo stabile a San Simeon Grande si fondasse un ospedale con 36 camere indipendenti fra loro, riducibili a 24 se troppo piccole, con tutte le necessarie comodità per povere ed onorate vedove con almeno un figlio. Destinò anche altri 5.000 ducati per lo scopo, la cui rendita doveva servire per eventuali restauri e per un’oblazione a Pasqua e Natale alle vedove con l’obbligo di pregare per lui.
  • Il Nobil Homo Filippo Tronfondò nel1502 “l’Ospissio Tron”a Santa Maria Maggiore, nei pressi delle Carceri Maschili attuali. Per testamento legò la proprietà di 74 sue caxette composte da cameretta e cucina, destinandole in parte a persone povere con obbligo di abitarci, e in parte da affittare per provvedere alle altre.


Sestiere di San Polo.
  • A San Boldo sorgeva “l’Ospedale di San Ubaldo o de San Boldo” detto“Hospeàl De Matteo”istituito per disposizione testamentaria del 1395 dal Fiorentino Tommaso de' Matteo. L’Ospizio, accanto al campanile rotto rimasto oggi, era gestito dai Procuratori de San Marco de Supra, e accoglieva a giudizio inappellabile degli stessi 12 donne povere e bisognose, ma anche uomini in condizioni simili. A ciascuno beneficato si assegnava una stanza e una pensione di 4 ducati annui.


Non è tutto … Dovete sapere che in ognuna di quelle realtà è accaduto un insieme di storie e di vicende complesse e interessanti, che qualsiasi curioso può andarsi a cercare e vedere. Esiste al riguardo una vera miniera di documenti a disposizione.

Questa era a grandi linee l’ “offerta sanitaria e assistenziale” della città Serenissima lagunare di un tempo. Non che fosse tutto oro e Paradiso, anche in quei tempi c’erano immensi problemi, corruzione, raccomandazioni, esclusi e tutto il resto. Tuttavia, i Veneziani riuscirono a realizzare tutto quel “ben di Dio” in tempi in cui non esistevano né pensioni né copertura sanitaria nazionale. Chi era ricco e benestante poteva permettersi a domicilio medici e medicine, mentre gli altri s’arrangiavano come meglio potevano destreggiandosi dentro a quella ridondante “offerta sanitaria” cittadina frequentata da medici con bacchetta, tonaca cerata e becco pieno di profumi sul volto, speziali e imbonitori, pizzegamorti e ciarlatani.


Ieri come oggi, c’era poi chi non gli rimaneva di morire che sotto a un portico, dentro a una barca o al riparo di un ponte … e senza un cane che lo accudisse, oppure per davvero solo con un randagio cagnolino accanto.


Bisogna aggiungere, infine, che quasi tutto quell’apparato sopravvissuto per secoli è stato spazzato via dal solito Napoleone che in fretta e furia ha disperso malati, vecchi e persone, ha indemaniato beni, incamerato risorse finanziarie, venduto edifici e saccheggiato ogni cosa e oggetto di valore lasciando scheletri in rovina e abbandono. Alla fine del 1800 la maggior parte di quel che è rimasto di quella fitta rete di Istituzioni è stato “riciclato negli spazi” e trasformato quasi sempre in anonime abitazioni private dalle misure strampalate.



Oggi a Venezia rimane solo qualche traccia, qualche toponimo, qualche raro fregio a ricordare quell’attività e quella presenza davvero viva, diffusa ed efficace che c’è stata un tempo.